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NotizieGli Stati Uniti non chiuderanno facilmente con l’Afghanistan

Gli Stati Uniti non chiuderanno facilmente con l’Afghanistan

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Gli attacchi terroristici che hanno colpito la folla riunita all’aeroporto di Kabul ricordano agli Stati Uniti che la minaccia terroristica in Afghanistan è tutt’altro che scomparsa. Molti talebani hanno ancora legami forti con Al Qaeda, e l’Isis è pronta a sfruttare le divisioni interne al movimento per destabilizzare il paese. Washington potrebbe rimanere incastrata nel pantano afghano ancora un’po’.

Lo Stato Islamico del Khorasan 

Il 26 agosto due violente esplosioni tra la folla ammassata intorno all’aeroporto di Kabul hanno causato la morte di 13 militari americani e di almeno 160 civili afghani. Sebbene i Marines americani e i talebani sorvegliassero con attenzione gli accessi all’aeroporto, l’attacco non è giunto inaspettato, visto che in molti, tra cui anche il Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Biden, Jake Sullivan, negli scorsi giorni avevano sottolineato come la minaccia di attacchi terroristici nei confronti delle truppe americane e alleate, oltre che dei cittadini afghani, fosse “reale, forte e continua”. Anche per questo il presidente Biden, nonostante le pressioni da parte di alcuni alleati, aveva più volte ribadito con chiarezza di non voler eccedere per nessun motivo il termine massimo del 31 agosto per concludere le operazioni di evacuazione in corso presso l’aeroporto. 

L’attacco è stato rivendicato dalla fazione dello Stato Islamico attiva in Afghanistan nota come Isis Khorasan (Isis-K), un’organizzazione sorta sei anni fa, cui hanno aderito soprattutto ex miliziani talebani e membri della branca pakistana di Al Qaeda. Negli ultimi anni l’Isis-K, che oggi conta poche migliaia di uomini – sono circa 1.500/2.00 i miliziani presenti tra le sue fila – ha incrementato notevolmente il numero di attacchi perpetrati principalmente contro i talebani e contro le minoranze sciite, sikh e hindu del paese. Basti pensare che solamente nei primi quattro mesi del 2021 l’organizzazione terroristica ha condotto ben 77 attentati, contro i 21 del 2020. L’attività principale dell’Isis-K, per anni, è stata quella di combattere il movimento dei talebani, considerati, secondo gli islamisti radicali di questa organizzazione, rei di aver abbandonato la vera fede musulmana e, soprattutto a partire dalla firma degli accordi di Doha, dei burattini nelle mani degli americani. Scopo dei terroristi islamici è infatti quello di stabilire in Afghanistan un rifugio sicuro da cui poter condurre le loro attività terroristiche, rifugio che i talebani rifiutano di concedere. Gli attacchi alle minoranze religiose, invece, secondo Antonio Giustozzi, grande esperto di Afghanistan, sarebbero da interpretare come un tentativo, da parte dei terroristi, di provocare una sorta di guerra civile settaria in pieno stile Iraq, un conflitto che favorirebbe inevitabilmente la crescita dell’Isis-K nel paese. 

In questo senso, oltre ad un’efficace mossa in grado di creare una grande eco mediatica che possa promuovere l’organizzazione a livello mondiale e quindi accrescere il numero di reclute, l’attacco perpetrato negli scorsi giorni a Kabul andrebbe letto, sempre secondo Giustozzi, come un efficace tentativo da parte di Isis-K di creare il maggior numero possibile di tensioni all’interno del regime talebano. In effetti, le esplosioni degli scorsi giorni dimostrano che i talebani che attualmente gestiscono l’aeroporto di Kabul non sono in grado di garantire la sicurezza e l’ordine sul territorio, il che potrebbe, inevitabilmente, generare diatribe interne al regime in merito a chi debba gestire cosa. 

Le divisioni interne ai talebani

Nei prossimi mesi, l’intenzione dell’Isis-K di puntare sulle divisioni interne al movimento dei talebani per indebolirli e ottenere il controllo di vaste fette del territorio afghano potrebbe risultare notevolmente efficace. Se la forza dei talebani, ciò che gli ha consentito di prevalere sui vari signori della guerra che si contendevano l’Afghanistan dopo la ritirata dei sovietici, è stata sempre quella di essere molto uniti – è stata la fortissima interpretazione dell’islam che ha tenuto saldi i legami all’interno del movimento – domani potrebbe essere proprio la divisione interna al movimento ciò che gli impedirà di controllare saldamente il paese. In effetti, alcuni analisti ritengono che, ora che sono al governo, i talebani dovranno necessariamente scendere a compromessi con le principali potenze regionali e mondiali in merito all’applicazione dell’ideologia islamica per ottenere riconoscimento internazionale e fondi per la gestione del paese. La leadership talebana, già oggi, sembra essere divisa tra coloro che sono più propensi al raggiungimento di alcuni compromessi ideologici sul tipo di regime islamico che verrà imposto, guidati dal pragmatico Abdul Ghani Baradar, braccio destro dello storico leader Omar, e coloro che sono meno disposti a qualsiasi tipo di compromesso, guidati dal Mullah Haibatullah Akhundzada, leader del movimento dal 2016.  

All’interno del movimento, poi, esistono altre fazioni potenzialmente in grado di destabilizzare il futuro governo talebano: la principale è quella rappresentata dalla rete degli Haqqani, la branca più violenta tra quelle presenti nello schieramento degli studenti coranici. Questa fazione, molto vicina ad Al Qaeda – e probabilmente anche allo Stato Islamico – è capeggiata dall’attuale leader militare del movimento, Sirajuddin Haqqani, figlio del padre del clan, Jalaluddin Haqqani, fino a pochi anni fa stretto collaboratore di Al Qaeda. Molti analisti e osservatori, tra cui l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, H.R. McMaster, sono convinti che gli Haqqani siano oggi il filo conduttore tra i talebani e gli altri gruppi jihadisti presenti in Afghanistan, primo tra i quali Al Qaeda. Un recente report delle Nazioni Unite, infatti, ha affermato in maniera molto chiara che “i talebani e Al Qaeda rimangano ancora oggi molto legati e non mostrano segnali di voler scindere i legami”. 

La divisione interna al regime talebano sembra mettere in discussione la capacità del futuro governo di controllare con efficacia il paese, impedendo che esso possa fungere da rifugio per gruppi terroristici come Al Qaeda. Molti commentatori, tra cui figurano importanti ex vertici militari statunitensi – primo tra i quali il Generale David Petraeus, ex direttore della CIA dopo una lunga carriera che lo ha portato ai vertici dell’US Army, e il Generale John Allen, presidente di Brooking Institution ed ex comandante della missione ISAF – concordano nel ritenere pressoché certo che molti gruppi jihadisti, tra cui Al Qaeda, torneranno in Afghanistan, dove troveranno un rifugio sicuro. Nonostante con gli accordi di Doha i talebani si siano impegnati a impedire che l’Afghanistan possa in futuro divenire ancora una volta base di partenza per gruppi terroristici, pare evidente che essi non sono disposti a recidere i legami con Al Qaeda, che resta ancora oggi un interlocutore di primo livello per gli studenti coranici. A tal proposito, diversi esperti di terrorismo concordano nel ritenere alquanto probabile che i talebani, mentre si impegneranno molto a combattere l’Isis-K, come d’altronde hanno fatto fino ad ora, non faranno lo stesso con Al Qaeda, con il quale i legami sono ancora molto forti. 

Le difficoltà statunitensi

Il successo ottenuto dall’Isis-K a Kabul ha rimbaldanzito i gruppi jihadisti presenti in Afghanistan e provocato una ferita profonda nella reputazione degli Stati Uniti. In occasione del discorso tenuto subito dopo gli attacchi all’aeroporto, Biden ha promesso alla nazione che gli Stati Uniti “cercheranno e abbatteranno i responsabili”. 

“Tutto diventerà molto più difficile”, ha detto Don Hepburn, ex agente della CIA in Afghanistan, “in questo momento l’agenzia è strattonata da molte parti”. In effetti oggi per gli Stati Uniti tornare a condurre una campagna di controterrorismo nel paese rappresenterebbe un impegno alquanto gravoso. Per poter mantenere un’efficace capacità di controterrorismo in Afghanistan, infatti, Washington deve trovare il modo di ottenere un’adeguata intelligence per la condotta dei suoi raid, la cui esecuzione richiede, a sua volta, di un gran numero di vettori aerei schierati il più vicino possibile agli obiettivi. 

Prima che i talebani prendessero il controllo del paese, la maggior parte dell’intelligence americana era fornita dalle forze armate statunitensi e afghane presenti sul terreno, oltre che dal National Directorate of Security afghano. Data l’impossibilità di sfruttare queste forze per ottenere le informazioni necessarie alla condotta dei suoi raid, gli Stati Uniti dovranno necessariamente fare affidamento sui talebani, i quali tuttavia, come si è visto, non sono affatto una fonte affidabile quando si tratta di contrastare formazioni jihadiste come Al Qaeda. Il Pentagono dovrà inevitabilmente fare affidamento su altre fonti di intelligence, prima tra i quali quella fornita dalla National Security Agency tramite lo studio dei segnali elettromagnetici (Signal Intelligence – SIGINT), oggi sempre più efficace – così fu scovato e ucciso Qassem Soleimani, il generale iraniano eliminato dagli Stati Uniti nel gennaio del 2020 – ma sicuramente meno di qualità rispetto a quella umana, resa disponibile dalle forze sul terreno (Human Intelligence – HUMINT) – gli esperti di intelligence concordano nel ritenere l’HUMINT ciò che, in ultima istanza, ha permesso agli Stati Uniti di scovare bin Laden in Pakistan nel 2011.

Quanto ai vettori aerei necessari per la condotta degli attacchi al suolo, la questione si fa ancora più difficile. La base più vicina su cui Washington può contare è la base di Al Udeid, in Qatar, alquanto lontana dal confine afghano. L’eccessiva lontananza dal territorio, anche se può essere superata con un maggior numero di rifornimenti in volo, aumenta vertiginosamente i costi delle operazioni e la percentuale di errori commessi durante il lancio degli ordigni, oltre a ridurre notevolmente la capacità di permanenza dei vettori aerei sul luogo. La possibilità di ottenere il consenso per l’installazione di una base militare americana in un territorio al confine con l’Afghanistan sembra essere minima. Il Pakistan si è già dichiarato fermamente contrario e le repubbliche dell’Asia centrale, nonostante in passato abbiano consentito alle richieste di Washington, sono sotto forte influenza russa, dunque poco propense a soddisfare i bisogni americani. Comunque andrà, dunque, “la capacità americana di raccogliere dati e di agire sulle minacce diminuirà”, ha detto il direttore della CIA, Bill Burns, “è semplicemente un fatto”. 

Il presidente americano aveva chiaramente affermato che l’obiettivo degli Stati Uniti in Afghanistan era stato quello di evitare che il paese potesse divenire una base da cui poter lanciare attacchi terroristici contro gli Stati Uniti e l’Occidente. La presenza sul territorio di formazioni jihadiste pronte a sfruttare al meglio le forti divisioni interne al regime dei talebani e i legami ancora forti che questi possiedono con organizzazioni terroristiche come Al Qaeda lasciano pensare che, nei prossimi mesi, l’Afghanistan potrebbe divenire nuovamente terreno idoneo per la proliferazione di gruppi jihadisti alla ricerca di un rifugio dove condurre le loro operazioni. Pertanto, nonostante il Pentagono e la CIA avessero già da tempo previsto di dover mantenere la capacità di condurre operazioni di controterrorismo nel paese, è possibile che, dopo il ritiro delle forze statunitensi il 31 agosto, la minaccia terroristica in Afghanistan continui a distrarre l’attenzione dei militari e delle spie di Washington in maniera molto più importante di quanto si potesse immaginare. 

Come una doccia fredda, gli attacchi terroristici di Kabul irrompono con prepotenza sugli schermi di tutti gli spettatori americani, a ricordare che i jihadisti non hanno affatto abbandonato l’Afghanistan e che il terrorismo è pronto a risucchiare gli Stati Uniti nel buco nero afghano, ancora per un po’. 

Corsi Online

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