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Gli Stati Uniti tra politica e società. Parla il Prof. Gianluca Passarelli

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Quanto è cambiata la figura del Presidente degli Stati Uniti? Da quanto si trovano in questa fase di polarizzazione e quali ripercussioni ha sulla politica e sulla società americana? Gli Stati Uniti hanno bisogno di una riforma del sistema elettorale? La sconfitta di Trump alle presidenziali coincide con la fine del trumpismo? Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Gianluca Passarelli, professore di Scienza Politica e di Politica Comparata presso Sapienza Università di Roma e autore – insieme a Francesco Clementi – del recente libro “Eleggere il Presidente. Gli Stati Uniti da Roosevelt ad oggi”.

Professore grazie per la sua disponibilità. Il suo recente libro “Eleggere il Presidente. Gli Stati Uniti da Roosevelt ad oggi”, scritto insieme al Professor Francesco Clementi, tratta principalmente della figura del Presidente da Roosevelt ai giorni nostri – come si può evincere anche dal titolo. Quanto è cambiata la figura del presidente degli Stati Uniti in questi quasi 90 anni?

Direi anzitutto che si tratta di una storia di continuità e di cambiamento allo stesso tempo, poiché le istituzioni americane hanno confermato una grande solidità proprio in virtù della loro capacità di adattamento. Infatti, in questo arco di tempo hanno attraversato gli effetti della crisi del 1929, la fase del rilancio con il New Deal, hanno superato la Seconda Guerra Mondiale che ha reso gli Stati Uniti egemonici, hanno affrontato in maniera straordinaria una fase che avrebbe buttato nello sconforto qualsiasi altra società, ossia quella del periodo della battaglia per i diritti civili – battaglia non solo ideale ma anche fisica con morti e violenze – ha poi superato la fase della Guerra del Vietnam, la fase – vincendola – della Guerra Fredda, contribuendo con Ronald Reagan ad annichilire l’avversario storico e poi aprendosi successivamente alle turbolenze post-bipolarismo. 

Il punto simbolico del cambiamento può essere visto con l’elezione presidenziale di Joe Biden. Ciò che si è evinto dal vile attacco al Congresso portato avanti dai sostenitori di Donald Trump, con la sua stessa complicità politica, è che gli Stati Uniti hanno le spalle forti, hanno delle istituzioni solide che, come scrivo insieme a Francesco Clementi nel nostro volume, gli hanno consentito di attraversare queste varie turbolenze e facendone, dunque, la democrazia non solo più grande, non solo più longeva ma anche più abile nell’affrontare prove più difficili. La figura del Presidente si conferma essere centrale ma non esclusiva; ed è questo che fa la differenza. 

Spesso una lettura superficiale assimila l’Amministrazione, il governo e gli Stati Uniti tutti con il Presidente mentre così non è perché se così fosse significherebbe che l’animale istituzionale sarebbe più debole, mentre essendo il potere distribuito e condiviso con altre istituzioni, consente di adattarsi. È una sorta di surroga ad un motore che non gira bene, nel momento in cui c’è una parte che non funziona entra in gioco un’altra parte. È così con la Corte Suprema Federale, è così con il Congresso che essendo bicamerale e con funzioni differenziate agisce di conseguenza, è così con il partito del Presidente, è così con lo stesso Presidente che è un attore importante ed è così con la struttura federale del paese (il ruolo dei governatori, degli Stati e delle città): tutto questo fa sì che la presidenza della Repubblica sia un’istituzione solida, stabile nel tempo, ma che ha avuto anche l’abilità di adattarsi ai tempi che cambiavano.

Numerosi studi di alcuni tra i più importanti centri di ricerca evidenziano come negli ultimi 30 anni gli Stati Uniti si trovino sempre di più in una fase di polarizzazione. Da cosa dipende il progressivo aumento di questo fenomeno e quali ripercussioni ha sulla società e sulla politica americana?

Fino agli anni ’80 c’è stata una fase di polarizzazione, ma poi sui temi nazionali intesi come federali nel linguaggio statunitense (economia, politica estera e politica di difesa) non esisteva – per riprendere uno slogan – il rosso o il blu, ma c’era la bandiera, c’erano gli Stati Uniti. A partire dagli anni ’90, tale polarizzazione, cioè la distanza tra quelli che si identificano con i democratici e quelli che si identificano con i repubblicani, è cresciuta in maniera significativa. Non solo tra gli elettori ma anche all’interno del Congresso, di conseguenza il comportamento di voto su politiche proposte dai repubblicani o dai democratici è stata congruente e conseguente con l’appartenenza, ossia i democratici votano a favore delle loro proposte e contro quelle repubblicane e viceversa. Dunque, tutto ciò smonta l’approccio pragmatico tipico della cultura politica degli Stati Uniti che è quello di trovare un compromesso. Ad esempio, così facendo, viene anche meno un ruolo importante come quello del Congresso nella fase di superamento del veto presidenziale, veto che si supera con il voto dei 2/3 dell’Assemblea. In questo caso non è possibile superarlo perché presupporrebbe una disponibilità a votare insieme all’altro partito, ma siccome la polarizzazione è aumentata questo elemento viene meno. Infatti, per esempio, nei confronti di Trump il veto è stato superato solo in un caso, tra l’altro proprio sulla politica di difesa. 

Il punto centrale è che ci può essere una grande frammentazione, ci può essere una lacerazione sociale come abbiamo visto con i movimenti Black Lives Matter, QAnon o con il movimento dei suprematisti bianchi. Questa polarizzazione certamente non aiuta perché si accompagna una polarizzazione che attraversa la società anche dal punto di vista geografico. Semplificando – anche se poi non è esattamente così – ci sono i grandi centri urbani a prevalenza democratica e le zone centrali del paese, le zone rurali anche vicine alle aree urbani metropolitane a prevalenza repubblicana. Si è ridotta l’area viola – chiamata così perché proviene dalla combinazione cromatica di rosso e blu – la cosiddetta Purple America. Quel viola è ancora presente, ma rischia di indebolirsi e la presidenza Trump ha certamente esasperato questa tensione. In questo senso, credo che l’elezione di Biden, che è senatore di lungo corso e ha anche una grande esperienza istituzionale visto la carica di vicepresidente durante l’Amministrazione Obama, potrà contribuire a mitigare questa tensione; del resto, ha già iniziato a negoziare con i senatori repubblicani per l’approvazione delle misure economiche a favore della classe media. Ad ogni modo, sia Trump che una componente del Partito Democratico, quella legata a Sanders e Ocasio-Cortez hanno esasperato le tensioni di due mondi che sarebbero inconciliabili. In prospettiva, è auspicabile una mitigazione dell’influenza delle ali estreme all’interno di ciascun polo.

Da alcuni anni ormai – soprattutto a partire dal 2016 quando Trump vinse le elezioni nonostante avesse perso il voto popolare, cosa che tra l’altro era già successa in passato – negli Stati Uniti si è aperto un dibattito sull’efficacia del proprio sistema elettorale. Crede che ci sia bisogno di una riforma del sistema?

Una riforma probabilmente è necessaria anche per omogeneizzare alcuni elementi della legislazione di contorno rispetto ad alcuni aspetti come le differenze di voto tra Stati e contee, prima ancora dell’idea di abolizione del Collegio Elettorale. Il Collegio Elettorale, comunque, ha una sua specificità, una sua storia e persino una sua giustificazione e quindi non è frutto di una lucubrazione o di un’improvvisazione ma va nella direzione di tenere insieme l’aspetto federale – o nazionale per usare un termine europeo – e l’aspetto di unitarietà nel governo. 

Proprio alla luce di quello che accennavamo prima, della polarizzazione, degli spostamenti demografici e della concentrazione della popolazione soprattutto nelle aree urbane-metropolitane e di alcuni Stati – penso non solo alla costa Est, ma anche alla California e al Texas – questo rende la discussione di particolare importanza. Ci sono stati vari tentativi nel corso degli anni, ricordo quella più importante negli anni ’70 durante la presidenza Nixon (proprio dopo la sua elezione avvenuta con un margine risicato di voti popolari): la proposta democratica di adottare un sistema plurality venne accantonata perché una volta superato il pericolo gli attori – ma questo ovunque e non solo negli Stati Uniti – tendono a dimenticare quel rischio. Per affrontare una riforma costituzionale c’è bisogno non solo del voto del Congresso, e da questo punto di vista potrebbe essere favorevole la congiuntura che vede il governo unificato democratico al Congresso e alla Casa Bianca, ma anche della ratifica da parte degli Stati, molti dei quali in questo momento sono in mano ai repubblicani. È sempre tutto molto articolato e quindi tale sistema elettorale per essere modificato ha bisogno di una riforma costituzionale e non di una riforma da legge ordinaria. 

In sintesi, credo che sia necessaria una riforma, ma tenendo che il sistema è articolato e persino complesso e che ci sono delle ragioni storiche che hanno condotto al Collegio Elettorale, il quale chiaramente mostra un po’ di segni di usura. Tuttavia, per andare verso l’elezione popolare completamente diretta si aprirebbe anche lì un dibattito: ad esempio, fare un sistema plurality, cioè un sistema a maggioranza semplice oppure un sistema a doppio turno, oppure un sistema a doppio turno con delle soglie. Non è semplice, ma auspico che un dibattito su questi temi, che già c’è ma è abbastanza circoscritto, possa diventare centrale. 

Passando all’attualità, in questi giorni tra Senato e Camera dei Rappresentanti si sta dibattendo sul tema del filibustering. La maggioranza dei democratici sembrerebbe intenzionata ad eliminare tale pratica mentre i repubblicani sarebbero contrari. Infatti, negli ultimi giorni, il capo della minoranza al Senato Mitch McConnell ha dichiarato che sarebbe un grave errore porvi fine. Innanzitutto, le chiederei in cosa consiste tale pratica e perché è così importante? In secondo luogo, cosa cambierebbe effettivamente se il filibustering venisse abolito?

Il filibustering non è una pratica solo statunitense ma esiste in altri contesti anche se quello americano è quello più noto. Il filibustering consiste sostanzialmente nel mettere in pratica un’azione ostativa da parte di chi in quel momento si sta opponendo ad un processo legislativo per rallentare, e quindi poi impedire, l’approvazione di quella norma. Lo si fa procedendo ad azioni teatrali nella forma e nella sostanza nel senso che per ore e per intere giornate (formalmente finché può/riesce) l’oratore produce una lettura di discorsi che a volte sono legati all’argomento in questione e altre volte sono anche abbastanza distanti dal tema. In sostanza, ci si oppone con la parola all’approvazione di quella legge. È un’arma dei deboli che può essere però efficace perché può far risalire la curva dell’attenzione sul tema e può far crescere la negoziazione e anche provare a coinvolgere altri parlamentari su un determinato argomento. Il filibustering senza essere abolito può essere bloccato dal voto di 60 senatori su 100; tuttavia sulle procedure di nomina, dal 2017, basta la maggioranza semplice per bloccarlo). L’abolizione può essere vista come una limitazione della libertà di parola anche se ci sono dei limiti affinché non vi sia nessun vincolo anche perché ad un certo punto il dibattito parlamentare deve fermarsi per votare. 

Mi viene in mente, in questo senso, che i democratici promossero al Congresso la richiamata legge sull’abolizione del Collegio Elettorale, ma proprio un’azione di filibustering interruppe quel processo al Senato. In sostanza è positivo o negativo? È uno strumento che ha dei pro e dei contro, dipende dal punto di vista: per l’opposizione è uno strumento importante però poi la dinamica parlamentare ad un certo punto dovrà procedere e quindi qualcun’altro dovrà cedere.

Ultima domanda. Secondo lei quale futuro si prospetta per il Partito Repubblicano che sembra essere spaccato al proprio interno, crede che la sconfitta di Trump abbia segnato definitivamente la fine del trumpismo, del populismo in America, o si tratta soltanto una battuta d’arresto? 

Il Partito Repubblicano ha perso un’elezione, questo capita in un sistema bipartitico, però l’influenza ideologica di Trump è molto evidente – direi quasi egemonica in questa fase. Ad esempio, ci sono figure come Mitt Romney, Paul Ryan e in parte anche Dick Cheney, che sono contrarie agli eccessi e al radicalismo di Trump, tuttavia lo spostamento ideologico del Partito Repubblicano su posizioni più conservatrici non è recente, ma soprattutto non va via con la sconfitta elettorale di Trump. Credo che il GOP potrebbe anche avere un momento di stasi per i suoi successi elettorali futuri, il primo appuntamento dei quali sarà tra due anni alle elezioni mid-term dove si vedrà quale ala prevarrà, quella più storica oppure quella meno legata al partito, quella di Trump. Bisogna quindi capire quanto il Partito Repubblicano sia in grado di confermare le candidature dei politici di lungo corso oppure di promuovere gruppi legati a figure più imprenditoriali simili a quella di Trump. Non credo, però, che questo serva a sconfiggere il trumpismo tantomeno il populismo.

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