Il 1 novembre la “nuova Libia” sorta dall’abbattimento del regime di Gheddafi è entrata in una nuova delicata fase politica, con la presentazione del governo di coalizione presieduto da Ali Zeidan: il primo che dal 1969 potrà godere della legittimazione democratica di un Parlamento eletto con libere elezioni.
A poco più di un anno dalla caduta di Sirte, ultima tra le roccaforti della Jamahiriya Gheddafiana a deporre le armi, il Paese compie un ulteriore passo nel percorso di transizione istituzionale verso un sistema politico rappresentativo e fondato sullo Stato di diritto. Non si tratta di un successo isolato. In estate segnali positivi erano emersi dal corretto svolgimento di una tornata elettorale che aveva visto 2639 candidati e 374 liste confrontarsi per la composizione della nuova assemblea legislativa, il General National Congress (GNC), 200 seggi di cui 120 sono stati conquistati dai rappresentanti delle istanze tribali e locali, mentre i restanti 80 da esponenti delle forze politiche organizzate (primi embrioni di partiti politici). I dati sulla partecipazione popolare – il 62% degli uomini e delle donne aventi diritto – non avevano che confermato la volontà dei libici di prendere le distanze dal sistema apartitico imposto dal Rais per più di quattro decenni. Al contempo, il sorprendente ritorno dell’industria estrattiva agli standard produttivi ante guerra sta iniziando a creare quelle condizioni economiche e finanziarie fondamentali necessarie per avviare la ricostruzione materiale del Paese. Va sottolineato come questo delicato passaggio verso la normalizzazione e la democratizzazione nazionale metterà alla prova il nuovo esecutivo e la sua abilità nel “valutare e rinnovare” un organigramma tecnicoburocratico fortemente compromesso con il precedente regime.
Se tutto ciò smentisce quanti diffidavano della capacità libica di reagire a una trasformazione sociale e istituzionale tanto repentina quanto violenta, la persistenza di macroscopiche criticità tradisce l’inevitabile incompletezza di un processo di Nation/State building ancora in fieri e dagli esiti incerti.
Le circostanze stesse che hanno portato alla formazione dell’esecutivo di Zeidan, nonché gli antefatti che l’hanno preceduto, sono rivelatrici delle tensioni pericolose e naturali che tutt’ora percorrono la Libia.
Prima che ad Ali Zeidan, il 12 settembre il Parlamento aveva affidato il compito di formare un nuovo governo a Mustafa Abu Shagur (candidato del partito islamista National Front Party) che non ha potuto portare a termine l’incarico: in ottobre la formazione ministeriale prospettata è stata giudicata troppo debole per competenze e per un’ insufficiente rappresentatività delle differenti anime politiche, territoriali e tribali che compongono il Paese.
Le circostanze stesse che hanno portato alla formazione dell’esecutivo di Zeidan, nonché gli antefatti che l’hanno preceduto, sono rivelatrici delle tensioni pericolose e naturali che tutt’ora percorrono la Libia.
Prima che ad Ali Zeidan, il 12 settembre il Parlamento aveva affidato il compito di formare un nuovo governo a Mustafa Abu Shagur (candidato del partito islamista National Front Party) che non ha potuto portare a termine l’incarico: in ottobre la formazione ministeriale prospettata è stata giudicata troppo debole per competenze e per un’ insufficiente rappresentatività delle differenti anime politiche, territoriali e tribali che compongono il Paese.
Al di là delle problematiche legate al pur presente “clivage” ideologico che separa le formazioni politiche tra islamisti moderati e sostenitori di un approccio più radicale, la sfida che deve affrontare la classe dirigente libica è la costruzione di una geometria governativa capace di concertare le esigenze di realtà locali geograficamente distanti e diverse per storia, sviluppo economico e appartenenza clanica. Differenze chiaramente amplificate dai recenti trascorsi bellici che hanno visto i diversi centri abitati del Paese contrapposti su posizioni favorevoli o contrarie ai moti rivoluzionari scoppiati il 17 febbraio 2011.
Esemplificativo il caso di Bani Walid. La città, tra le più importanti della Tripolitania e distante meno di duecento chilometri dalla capitale, si identifica sotto un profilo etnico-demografico con la tribù Warfalla, storicamente vicina alla famiglia di Gheddafi e come tale sostenitrice della causa del decaduto dittatore. Benché la guerra sia finita da circa un anno, gli stretti rapporti con autorevoli latitanti del vecchio regime e un forte sentimento di ostilità e rivalsa verso i nuovi vertici politici hanno decretato l’isolamento di Bani Walid dal contesto politico e dal processo di ricostruzione istituzionale e materiale della Libia. La mancata pacificazione ha conseguentemente favorito l’insorgenza della recente crisi armata innescata dal decesso per torture di Orma Chaban, il guerrigliero assurto agli onori della cronaca internazionale per aver individuato l’ultimo rifugio di Muammar Gheddafi nell’ottobre 2011.
Esemplificativo il caso di Bani Walid. La città, tra le più importanti della Tripolitania e distante meno di duecento chilometri dalla capitale, si identifica sotto un profilo etnico-demografico con la tribù Warfalla, storicamente vicina alla famiglia di Gheddafi e come tale sostenitrice della causa del decaduto dittatore. Benché la guerra sia finita da circa un anno, gli stretti rapporti con autorevoli latitanti del vecchio regime e un forte sentimento di ostilità e rivalsa verso i nuovi vertici politici hanno decretato l’isolamento di Bani Walid dal contesto politico e dal processo di ricostruzione istituzionale e materiale della Libia. La mancata pacificazione ha conseguentemente favorito l’insorgenza della recente crisi armata innescata dal decesso per torture di Orma Chaban, il guerrigliero assurto agli onori della cronaca internazionale per aver individuato l’ultimo rifugio di Muammar Gheddafi nell’ottobre 2011.
L’assassinio di Chaban, sequestrato e torturato a Bani Walid, al pari delle notizie circa la presenza di alcuni elementi di spicco della brigata lealista Khamis – tra cui lo stesso figlio di Gheddafi – hanno costituito il presupposto per un intervento armato da parte delle milizie di Misurata. La rappresaglia è rapidamente sfociata in un assedio sanguinoso e cruento. Allo stesso tempo la vicenda ha lasciato trasparire il tentativo delle forze paramilitari di Misurata di imporsi quale elemento vivo e decisivo dei prossimi equilibri. In altri termini, al netto di motivazioni più o meno pretestuose, quest’azione può essere letta come la rivendicazione di un maggiore ruolo da parte della comunità che ha pagato il prezzo più alto nella rivoluzione.
È in questo panorama critico che il 14 ottobre il Presidente del GNC Mohammed Magariaf ha affidato un nuovo incarico esplorativo ad Ali Zeidan, avvocato sessantaduenne, ex membro del corpo diplomatico della Jamahiriya e dal 1980 attivista dissidente in Germania, iscritto alla SPD. Vinta la competizione con il candidato della componente parlamentare legata al movimento dei Fratelli Musulmani, Zeidan (nel frattempo dimessosi da parlamentare per accettare l’incarico) ha ereditato il difficile compito di sintetizzare una compagine governativa capace di ricompattare il tessuto sociopolitico della nazione.
È in questo panorama critico che il 14 ottobre il Presidente del GNC Mohammed Magariaf ha affidato un nuovo incarico esplorativo ad Ali Zeidan, avvocato sessantaduenne, ex membro del corpo diplomatico della Jamahiriya e dal 1980 attivista dissidente in Germania, iscritto alla SPD. Vinta la competizione con il candidato della componente parlamentare legata al movimento dei Fratelli Musulmani, Zeidan (nel frattempo dimessosi da parlamentare per accettare l’incarico) ha ereditato il difficile compito di sintetizzare una compagine governativa capace di ricompattare il tessuto sociopolitico della nazione.
Si tratta di un complesso tentativo di concertazione delle diverse e spesso contrastanti istanze del Paese che ha visto Ali Zeidan, forte della sua esperienza politica e di un passato come rappresentante europeo del CNT, imporsi come mediatore super partes. La sua squadra (27 ministri più 5 sottosegretari incaricati) ha ricevuto il 1 novembre una prima fiducia da parte di 106 parlamentari su 132 presenti in una seduta dell’assemblea che ha visto il voto contrario dei Fratelli Mussulmani, l’astensione di una parte dei rappresentanti della tribù Warfalla e la significativa assenza dei rappresentati dell’enclave di Misurata.
Questo primo successo è il risultato un’attenta operazione di “power sharing” (bilanciamento politico delle diverse istanze geografiche, economiche e ideologiche), reso possibile anche dall’allargamento delle posizioni all’interno del gabinetto. Bengasi e la Cirenaica hanno trovato riconoscimento in posizioni di spicco, ottenendo tra l’altro il ministro dell’Interno e quello della Difesa, affidati rispettivamente ad Ashour Shuwail e Mohamed al Bargati. Quest’ultimo, per la sua vicinanza ai Fratelli Musulmani rappresenta anche le istanze dell’ala tradizionalista e confessionale dell’assemblea legislativa.
Questo primo successo è il risultato un’attenta operazione di “power sharing” (bilanciamento politico delle diverse istanze geografiche, economiche e ideologiche), reso possibile anche dall’allargamento delle posizioni all’interno del gabinetto. Bengasi e la Cirenaica hanno trovato riconoscimento in posizioni di spicco, ottenendo tra l’altro il ministro dell’Interno e quello della Difesa, affidati rispettivamente ad Ashour Shuwail e Mohamed al Bargati. Quest’ultimo, per la sua vicinanza ai Fratelli Musulmani rappresenta anche le istanze dell’ala tradizionalista e confessionale dell’assemblea legislativa.
Nel governo la gestione dei rapporti internazionali vede affiancarsi al Ministero degli Affari Esteri – affidato all’attuale ambasciatore a Washington Ali Aujali – un ministero per la Cooperazione Internazionale al cui vertice è stato indicato Mohammed Abdulaziz, già responsabile del corpo diplomatico durante il precedente governo di transizione. Va inoltre sottolineata, all’interno del governo Ali Zeidan la presenza di un rilevante numero di figure dotate di un alto profilo accademico e internazionale: meritevoli di menzione i due vicepremier Sadiq Abdulranhman e Awad al-Barasi, medico chirurgo il primo e affermato ingegnere il secondo; nonché il ministro della Giustizia Salah Margani, professore di “Filosofia del diritto”. Tutto ciò dimostra che la nuova Libia ha figure di grande spessore disposte ad assumersi la responsabilità della ricostruzione e della riconciliazione.
Elemento portante del governo in grado di determinare una maggioranza che appare solida è stata comunque una prima concreta risposta da parte di Ali Zeidan alle richieste politiche provenienti dalla Cirenaica.
Infatti, benché disponga dell’80% delle risorse minerali e degli idrocarburi libici, fin dal 1969 la regione orientale del Paese ha di fatto sofferto gli effetti di una politica centralistica che dirottava su Tripoli e sul clan Gheddafi la quasi totalità delle rendite generate da tali ricchezze. Si tratta di una pratica che non ha trovato immediatamente termine il collasso della Jamahiriya.
Elemento portante del governo in grado di determinare una maggioranza che appare solida è stata comunque una prima concreta risposta da parte di Ali Zeidan alle richieste politiche provenienti dalla Cirenaica.
Infatti, benché disponga dell’80% delle risorse minerali e degli idrocarburi libici, fin dal 1969 la regione orientale del Paese ha di fatto sofferto gli effetti di una politica centralistica che dirottava su Tripoli e sul clan Gheddafi la quasi totalità delle rendite generate da tali ricchezze. Si tratta di una pratica che non ha trovato immediatamente termine il collasso della Jamahiriya.
Al contrario nel corso del 2012 la mancata erogazione di fondi adeguati da parte delle autorità del CNT ha provocato le dimissioni di ben due sindaci succedutisi alla guida del Capoluogo cirenaico, alimentando le spinte centrifughe di movimenti politici autonomistici, federalisti o finanche indipendentisti che si sono espressi con manifestazioni di piazza, e con scioperi da parte dei quadri e delle maestranze delle due più importanti società coinvolte nel ciclo petrolifero l’Agoco e la Nocs che rivendicavano lo spostamento a Bengasi degli uffici direttivi. L’inclusione nel governo di personalità apertamente legate al contesto bengasino va interpretata come un primo decisivo passo verso un approccio più equo nella “governante” delle risorse, per disinnescare qualsiasi spinta secessionista. Accanto al meritato plauso per il traguardo raggiunto con il compromesso tra le due principali macroaree del Paese va ricordato che l’impegno messo in piedi da Zeidan e dal suo entourage non ha potuto esimersi dal suscitare i malumori di alcuni attori di primo piano. Il riferimento corre in primo luogo agli ambienti politico-militare di Misurata. Se i primi hanno manifestato il proprio dissenso disertando il voto di fiducia sul nuovo governo, i secondi si sono resi protagonisti lo stesso primo novembre di un tentativo di irruzione all’interno del Parlamento.
A ciò vanno aggiunte le critiche di chi si scaglia contro l’eccessiva indulgenza accordata a personalità troppo compromesse con il precedente regime. A riguardo va sottolineato come quattro dei nuovi Ministri, tra cui il titolare dell’Interno, siano già stati raggiunti dal giudizio negativo emesso dalla Commissione d’Integrità del GNC, vero e proprio comitato etico chiamato a valutare l’esistenza o meno di ragioni di incompatibilità per tutti gli incaricati. La circostanza sta imponendo al Primo Ministro un precoce rimpasto della formazione di governo che potrebbe estendersi ad altri membri dell’esecutivo. Dal chiarimento nell’immediato futuro di simili contrasti dipenderà la solidità, o meno, della nuova architettura governativa, entrata ufficialmente in carica il 14 novembre con il giuramento ufficiale di fronte al Parlamento e alle autorità del disciolto CNT.
La stabilizzazione della leadership politica, all’interno come all’esterno delle frontiere, costituisce dunque il principale obiettivo di breve termine. In seguito si renderanno altrettanto necessari interventi volti a inquadrare nelle forze armate regolari gli uomini delle milizie tutt’ora attive sul campo, l’implementazione del dialogo interregionale, nonché l’avvio di una riconversione economica mirante a equilibrare il peso strutturale delle esportazioni energetiche con investimenti consistenti negli altri comparti produttivi: agricoltura, sanità, turismo, pesca e infrastrutture che serviranno inoltre in un ottica di ridistribuzione della ricchezza e del benessere nelle varie aree del Paese.

