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TematicheStati Uniti e Nord AmericaDa Spykman e Mahan al vantaggio strategico statunitense sulla...

Da Spykman e Mahan al vantaggio strategico statunitense sulla Cina

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Una lettura della rivalità tra Stati Uniti e Cina che coniuga allo stesso tempo due pilastri della geopolitica classica e la realtà sul campo. Il contenimento della Cina passa attraverso il controllo dei mari e attraverso la capacità statunitense a tenere assieme le collettività del Pacifico che temono l’assertività cinese. La Grand Strategy statunitense si basa sul perseguimento del balance of power nel continente eurasiatico e più specificatamente ai suoi margini. Solo da qui, attraverso la costruzione di una potente flotta marittima, potrebbe partire un’eventuale offensiva verso le coste americane.

La rivalità tra Stati Unti e Cina si gioca tutta nel Pacifico, o meglio, nel Mar Cinese Meridionale. A causa della postura geopolitica statunitense Pechino è costretta a difendersi a ridosso delle proprie coste, mentre Washington rivaleggia a migliaia di chilometri da casa, frutto della sua capacità a stare sui mari sviluppata a partire dalla fine del diciannovesimo secolo. L’unipolarismo americano si è sviluppato geopoliticamente negli anni attraverso la capacità di allontanare la sua prima linea di difesa, porla addirittura dinanzi alle coste dei rivali. Il dominio dei mari permette agli americani di controllare che nessun rivale acquisisca i mezzi per divenire una potenza marittima, unico modo attraverso il quale poter minacciare le coste statunitensi. Questo è il primo dogma della strategia di Washington, interiorizzato soprattutto dopo l’attacco a Pearl Harbor durante il secondo conflitto mondiale. Da allora gli apparati di Washington si misero all’opera nel cercare di migliorare la capacità difensiva, spostando ancora più verso il continente eurasiatico la prima linea di difesa. 

Oggi Corea del Sud, Giappone e Taiwan, un tempo nelle mani dell’Impero del Sol Levante, costituiscono la prima linea di contenimento della Repubblica Popolare da parte degli Stati Uniti. Indietreggiare significherebbe ridurre il vantaggio strategico attuale sulla Cina e la dichiarazione di Biden in merito a Taiwan restituisce l’assertività con la quale Washington intende mantenere lo status quo nel Pacifico. Il Presidente ha dichiarato difatti che gli Stati Uniti interverrebbero qualora Pechino provasse a riprendere Taiwan manu militari

L’attuale postura geopolitica americana è in parte frutto delle considerazioni strategiche e geopolitiche di due grandi intellettuali americani: Spykman e Mahan. Nicholas Spykman, ponendo al centro delle sue mappe geopolitiche il continente americano, sottolinea quanto quest’ultimo sia accerchiato dal continente eurasiatico, pertanto un conglomerato di potere in Eurasia potrebbe minacciare e compromettere l’indipendenza degli Stati Uniti. Lo scopo principale a tal proposito dovrebbe essere – per evitare che tale accerchiamento abbia successo non solo sul piano geografico, ma anche politico – tentare di mantenere il balance of power nel continente eurasiatico. Spykman, meglio ancora, sostiene con fermezza che la strategia americana debba prevenire la costituzione di una potenza dominante nelle zone del Rimlands eurasiatico, cioè l’area marginale del continente. Le considerazioni spykmaniane sono profondamente influenzate dal contesto internazionale che vive. Nel 1943, anno di pubblicazione del libro “Geografia delle Potenze Mondiali”, i maggiori attori geopolitici erano impegnati in un aspro conflitto per il controllo del Rimland eurasiatico, che per Spykman era peraltro un moltiplicatore di potenza. L’intervento statunitense mirava alla stabilizzazione del continente e al ridimensionamento della Germania e del Giappone, potenze che avrebbero potuto mettere a rischio la sicurezza americana egemonizzando rispettivamente la parte occidentale ed orientale del Rimland.

La mappa geopolitica di Nicholas Spykman mostra il continente americano accerchiato da quello eurasiatico

Per il perseguimento della dottrina spykmaniana, e di conseguenza della loro sicurezza, gli Stati Uniti devono controllare l’elemento che li separa dall’Eurasia, cioè il mare. Da questo punto di vista diviene di fondamentale importanza il pensiero di Alfred Thayer Mahan. Fervente sostenitore del concetto secondo il quale le potenze marittime avessero, per fattori sostanzialmente geografici, maggiori capacità rispetto alle potenze terrestri. L’oceano difatti è l’unico elemento unitario del planisfero e chi domina tale elemento riuscirebbe di conseguenza a proiettarsi globalmente. Le potenze terrestri, occluse dai rispettivi confini territoriali, sarebbero incapacitate a raggiungere tale postura geopolitica. Il controllo delle vie marittime restituirebbe agli Stati Uniti la capacità di proiettarsi globalmente influendo sulle politiche eurasiatiche. Qui si incontrano Mahan e Spykman. Il controllo del mare darebbe la capacità a Washington di influire sull’Eurasia, stroncando sul nascere la possibilità che una potenza esistente nel Rilmand potesse minacciare le coste americane.

Nonostante la parentesi della guerra al terrorismo, gli americani mantengono tale assetto geostrategico e la ritirata da Kabul sottolinea il ritorno statunitense a porre in primo piano il perseguimento dei paradigmi citati poc’anzi. Il controllo dei mari è reso possibile grazie al controllo degli stretti marittimi. Quest’ultimi sono passaggi cogenti delle attuali rotte marittime, tanto militari quanto commerciali. Permettono difatti di raggiungere i porti di destinazione percorrendo meno chilometri possibili. Riducono i costi di trasporto e i tempi di percorrenza delle rotte; i primi sono fondamentali per la componente commerciale, i secondi sono fondamentali per fattori strategici: permettono cioè alle marine militari di riallocare le flotte sul planisfero nel minor tempo possibile. La postura geopolitica statunitense si basa più nello specifico sul controllo degli stretti marittimi e la traduzione in inglese di quest’ultimi, restituisce meglio la principale funzionalità assegnatagli da Washington: Choke points, ovvero punti di strangolamento. Attraverso questi la U.S. Navy potrebbe strangolare, in caso di conflitto, l’economia cinese, fondata profondamente sull’export delle merci e sull’import delle risorse energetiche, dunque sulle rotte marittime. Ne discende l’assertività di Pechino nel reclamare spazi d’acqua necessari ad allontanare la prima linea di difesa statunitense, o anche definita prima linea di contenimento. Le rivendicazioni cinesi sul Mar Cinese Meridionale costituiscono il proposito di balcanizzare il controllo marittimo degli Stati Uniti. Al centro di tali rivendicazioni ci sono: l’isola di Formosa e gli arcipelaghi Paracel e Spartly. La costruzione di isole artificiali e di sistemi di controllo nell’area stanno migliorando sempre di più la capacità della Repubblica Popolare di sorvegliare il suo  “cortile di casa marittimo”. La posizione strategica dei due arcipelaghi permetterebbe sostanzialmente a chi li controlla non solo di usufruire delle risorse ittiche ed energetiche, ma anche di dominare uno spazio fondamentale per le rotte commerciali e militari. Non a caso mentre Pechino rivendica sovranità su tali arcipelaghi, Washington sostiene le pretese di Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei – che propugnano il mantenimento dello status quo, e quindi il mantenimento della loro sovranità – purché non cadano in mani sbagliate. Ad interessarsi a tale area ci sono anche India, Giappone e Australia che, seppur non direttamente coinvolte nelle contese territoriali e marittime, vedono minacciate le rotte dalle quali dipendono qualora dovessero cadere in mani cinesi. A tal fine si stringono a Washington, creando strategicamente un semicerchio di contenimento che passa per Tokyo, Canberra e New Delhi. 

La Cina in tale situazione sembra faccia difficoltà ad uscire da tale contenimento attuato non più solamente da Washington, ma anche dalla gran parte di attori che la circondano. Sebbene Pechino sia riuscita a penetrarla economicamente, tentando di usare la grande leva economica per avvicinarla politicamente, anche Taiwan si schiera apertamente dalla parte di Washington per non compromettere la propria indipendenza. Da quando a Taipei si rifugiarono i nazionalisti cinesi nel 1949, Pechino ha mantenuto costante la sua intenzione di riprendere l’Isola. Avendo perso capacità di Soft Power dal 2016, cioè da quando il partito indipendentista presiede il governo taiwanese, Pechino intende mettere in mostra il suo Hard Power e il 2 ottobre è entrata nella zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan con 38 aerei militari. Mossa cosmetica volta a mostrare sia a Taiwan che (soprattutto) a Washington le sue capacità militari funzionali alla ripresa manu militari dell’isola di Formosa, che ridurrebbero l’efficienza del sistema di difesa taiwanese. Washington, per frenare le pretese cinesi, punterebbe a rendere insostenibile a Pechino il costo di un’invasione militare dell’isola attraverso l’ingente vendita di armi al governo taiwanese. Solamente attraverso il controllo dell’isola di Formosa gli Stati Uniti avrebbero la capacità di dominare l’area – evitando che la Cina acquisisca potere geopolitico –  per via del doppio utilizzo che se ne può fare. In mano statunitense l’isola avrebbe una mera funzione di contenimento e di pressione sulla Cina; in mani cinesi Taiwan si convertirebbe a vettore attraverso il quale proiettarsi sui mari, portaerei inaffondabile, attraverso la quale allontanare la prima linea di difesa statunitense. Qualora Pechino riuscisse in ciò verrebbe meno per Washington la capacità ad attuare efficacemente le dottrine geopolitiche di Mahan e Spykman.

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