La promessa dell’amministrazione Trump di ottenere la Groenlandia “in un modo o nell’altro” sta alimentando un’attenzione senza precedenti per il territorio autonomo sotto la corona danese. La più grande isola del mondo interessa per la sua posizione strategica in un Artico sempre più centrale a causa del ritiro dei ghiacci, nonché per le risorse naturali strategiche che potenzialmente si potrebbero estrarvi. Il pubblico statunitense oggi scopre un territorio al quale Washington si interessa in realtà da molto tempo. Ma se la Groenlandia è sempre meno remota, lo sono sempre di più i tempi in cui le potenze potevano vendere o scambiare i propri territori senza curarsi delle preferenze delle comunità locali. Per il momento, l’approccio tentato nei primi mesi della seconda amministrazione Trump si sta rivelando quanto meno controproducente.
A fine marzo 2025, l’annuncio che una delegazione dell’amministrazione Trump avrebbe visitato la Groenlandia senza aver ricevuto un invito dalle autorità di Nuuk è stato accolto dalle proteste delle autorità locali e dalla freddezza della popolazione, costringendo infine il Vicepresidente Vance a limitare il suo itinerario alla base di Pituffik. È però probabile che molti groenlandesi sarebbero stati d’accordo con l’accusa di Vance alla Danimarca di “non aver fatto un buon lavoro”.
Negli ultimi mesi, le dichiarazioni del Presidente Trump riguardo alla Groenlandia hanno acceso i riflettori sull’enorme isola dell’Artico. A prescindere dal clamore mediatico che scatena ogni dichiarazione del nuovo presidente, è quantomai necessario analizzare i motivi che spingono gli Stati Uniti, e non per la prima volta, a voler attrarre la Groenlandia verso di sé. La completezza di tale analisi dipende anche da una breve esposizione dell’interesse americano per l’isola nel passato, e della difficile relazione tra la popolazione groenlandese e la Danimarca, che Washington spera di portare al punto di rottura.
Gli Stati Uniti e la Groenlandia da Jackson a Trump
Tra i ritratti presenti nell’ufficio ovale di Donald Trump spicca quello di Andrew Jackson. L’auto-identificazione da “outsider“ rispetto all’establishment politico, accomuna certamente il tycoon al settimo Presidente, ma è anche stato nel corso della presidenza di Jackson, dal 1829 al 1837, che per la prima volta gli Stati Uniti considerarono l’ipotesi di un acquisto della Groenlandia. Tre decenni dopo fu il Segretario di Stato Seward passato alla storia per la “follia” che (non) fu l’acquisto dell’Alaska nel 1867, a spiegare il perché: risorse naturali, cioè carbone, pesca, e criolite per la produzione di alluminio, e la possibilità di accerchiare l’America britannica (attuale Canada) per spingere la regione ad entrare negli Stati Uniti.
Nel 1930 apparve sul Financial Times un trafiletto acquistato dal primo ministro danese Stauning con un messaggio chiaro: “la Groenlandia non è in vendita”. Giravano infatti voci di un interesse americano per l’isola, dopo che nel 1917 era stato completato l’acquisto di quelle che oggi sono le US Virgin Islands. Il momento spartiacque fu però la Seconda guerra mondiale. In seguito all’occupazione nazista della Danimarca l’ambasciatore danese a Washington Henrik Kauffmann, non riconoscendo il governo danese sotto occupazione tedesca, agì di sua personale iniziativa invitando gli Stati Uniti a occupare la Groenlandia. Nel corso del conflitto l’isola fu essenziale soprattutto in quanto osservatorio privilegiato della meteorologia del continente europeo. All’apice della guerra, il personale militare ivi stazionato arrivò a costituire circa il 25% della popolazione totale dell’isola.
All’indomani del conflitto, la Danimarca accettò che gli Stati Uniti continuassero a garantire la sicurezza della Groenlandia, pur rifiutando come “assurda” la proposta di Truman di comprare direttamente l’isola. Lo status quo fu sancito con il patto bilaterale di difesa tra Stati Uniti e Danimarca del 1951, oltre che con l’adesione della Danimarca al Patto Atlantico, avvenuto due anni prima. Nel corso della Guerra fredda, gli Stati Uniti riorganizzarono la loro presenza militare sull’isola in chiave antisovietica, e dagli anni Ottanta, con l’introduzione dell’home rule a Nuuk, venne istituzionalizzata la presenza di rappresentanti groenlandesi ai dialoghi sulla sicurezza tra Washington e Copenaghen.
L’illusione che la fine della Guerra fredda avrebbe permesso un approccio all’Artico incentrato sullo sviluppo, la ricerca scientifica e i temi ambientali, durò poco. Già negli anni duemila a Washington iniziavano le preoccupazioni verso una strisciante presenza cinese nell’Artico, fino a quando nel 2018, sotto richiesta americana, il governo danese intervenne per subentrare a Pechino nella costruzione di una serie di aeroporti in Groenlandia. L’anno seguente, al summit ministeriale del Consiglio artico di Helsinki, il Segretario di Stato Mike Pompeo proclamava l’inizio di “una nuova era di impegno strategico nell’Artico”, e pochi giorni dopo arrivava l’annuncio dell’apertura di un Consolato a Nuuk. Questo il contesto nel quale, due mesi dopo, il Wall Street Journal pubblicava lo scoop: l’interesse del Presidente Trump di comprare l’isola, vista come “un grande affare immobiliare”. Nell’incredulità generale, la proposta si rivelò abbastanza seria da portare il presidente a cancellare una visita a Copenaghen, dopo la risposta fermamente negativa del Primo ministro Mette Frederiksen.
Perché la Groenlandia?
L’importanza dell’isola per gli Stati Uniti si inserisce nelle priorità già delineate nella National Strategy for the Arctic Region del 2022. Soprattutto la Groenlandia attrae per la sua posizione strategica e le sue risorse naturali. Ma se la prima è indiscutibile, già sulle risorse sorgono dei dubbi riguardo alla praticabilità di un’industria estrattiva su larga scala nell’isola.
Dal punto di vista della navigazione è ormai ben noto come, a causa del ritiro dei ghiacci causato dal cambiamento climatico, le possibilità commerciali della cosiddetta “rotta artica” potrebbero aumentare esponenzialmente. Secondo il database del Consiglio artico, dal 2013 al 2023 il traffico navale nella regione è incrementato del 37 percento. Nell’ultimo decennio si è inoltre mossa la Cina, auto-definitasi per l’occasione uno “Stato quasi-artico“. Nel 2018 è stata lanciata l’iniziativa della “Via della seta polare” e dal 2023 navi portacontainer cinesi, seppur in numero per ora ridotto, hanno iniziato a percorrere la rotta dell’Artico diverse volte l’anno.
Dove passano le navi commerciali, a maggior ragione possono passare mezzi militari e missili balistici. In seguito al cambio di marcia della Russia nello sviluppo delle capacità militari nell’Artico, è aumentato il peso della Groenlandia in quanto estremo settentrionale del cosiddetto “GIUK gap”, collo di bottiglia attraverso il quale la Flotta del Nord di Mosca entrerebbe nell’Atlantico. Risale poi ai tempi della Guerra fredda la preoccupazione per i missili intercontinentali, la cui rotta più rapida per le grandi città americane passa per il Polo Nord. Particolare importanza ha quindi la base aerea di Thule, completata nei primi anni Cinquanta ed equipaggiata con sistemi di allarme precoce più volte potenziati nel corso dei decenni successivi. Rinominata Pituffik Space Base dal 2023, è oggi l’unica base americana a nord del Circolo Polare Artico.
Per quanto riguarda le risorse naturali, non c’è dubbio che sulla carta il potenziale della Groenlandia sia enorme. Secondo recenti studi geologici danesi, sull’isola si troverebbero intorno a 40 delle 50 materie prime critiche indicate dal Dipartimento di Stato americano. Si ritiene che in Groenlandia possano trovarsi le più grandi riserve di terre rare al mondo dopo quelle Cina. Tale ricchezza potrebbe tuttavia essere molto difficile da estrarre, in un Paese le cui condizioni climatiche estreme permettono l’attività mineraria solo per pochi mesi dell’anno. Il sostegno della comunità locale per un’eventuale industria estrattiva su larga scala è inoltre tutt’altro che scontato. Se da un lato c’è chi la vedrebbe come un utile strumento di emancipazione dalla Danimarca, esiste anche molto scetticismo riguardo ai benefici che ne trarrebbe la popolazione autoctona, sia dal punto di vista della salute ambientale, sia in termini di perdita di uno stile di vita tradizionale profondamente radicato nella cultura locale. Le penultime elezioni, nel 2021, hanno premiato un partito ecologista, l’Inuit Ataqatigiit (IA), che prometteva di opporsi al progetto di una miniera di uranio e terre rare a Kvanefjeld. Poco tempo dopo, la Groenlandia ha inoltre annunciato che avrebbe interrotto l’esplorazione e l’estrazione di combustibili fossili.
La Groenlandia oggi
Quando nel 1953 venne completata un’espansione della base di Thule, le autorità danesi contribuirono costringendo la comunità locale, circa 160 persone di etnia inuit, a trasferirsi in un villaggio un centinaio di chilometri più a nord. Le tempistiche non furono casuali: due settimane dopo sarebbe cessato infatti lo status di colonia per la Groenlandia, che avrebbe garantito alla popolazione groenlandese gli stessi diritti dei danesi. Da allora il rapporto tra Nuuk e Copenaghen è decisamente cambiato, soprattutto attraverso due momenti chiave: l’introduzione dell’home rule, con conseguente creazione di un parlamento autonomo nel 1979, e il passaggio della Legge sull’Autogoverno groenlandese del 2009. Oggi le autorità di Nuuk godono di un ampio margine di autonomia, con la Danimarca incaricata unicamente della politica estera e di difesa oltre che della politica monetaria.
La vena autonomista della Groenlandia, la cui popolazione di 57.000 persone è circa al 90 percento inuit, non è una novità degli ultimi anni. Già in seguito all’home rule l’isola votò in un referendum a favore dell’uscita dall’Unione Europea, unico “precursore” della Brexit. La stessa Legge del 2009 è passata in seguito a un referendum nel quale tre votanti su quattro hanno approvato l’autogoverno. È facile intuire che il rapporto con Copenaghen non sia semplice. Nonostante la Danimarca fornisca metà del budget dell’isola tramite sussidi, la Groenlandia soffre di gravi malesseri sociali, in primis l’alcolismo e uno dei tassi di suicidio più alti del mondo. Negli ultimi anni sono inoltre emersi alcuni sul passato coloniale che hanno contribuito ad acuire la tensione con Copenhagen, tra cui la rivelazione che, allo scopo di frenare la crescita della popolazione groenlandese, tra gli anni Sessanta e Settanta vennero inseriti da medici danesi dispositivi intrauterini a molte donne inuit, anche minorenni, a loro insaputa. Nel 2014 è stata istituita una Commissione di Riconciliazione per investigare le violazioni dei diritti umani nel passato recente dell’isola, il cui rapporto è stato presentato nel 2017.
Le proteste che sono seguite alle dichiarazioni di Trump hanno mostrato che le rivendicazioni di autonomia groenlandesi non riguarderebbero solamente la Danimarca. L’interrogativo che Washington farebbe quindi bene a porsi è se i suoi obiettivi riguardo alla Groenlandia non sarebbero più facilmente raggiungibili senza un’annessione o un acquisto tout court dell’isola. Una tale mossa rischierebbe, peraltro, di scatenare una corsa alle rivendicazioni nell’Artico tra le grandi potenze, gara nella quale, ad oggi, la Federazione Russa partirebbe ben più preparata. La potenza economica statunitense e gli ormai ottant’anni di stretta relazione fra la Groenlandia e gli apparati militari americani sembrerebbero indicare che c’è molto margine di manovra per attirare l’isola sempre di più nell’orbita di Washington. Per fare ciò sarà tuttavia necessario abbandonare la mentalità delle acquisizioni ottocentesche, ed affrontare i problemi e le preoccupazioni dei groenlandesi rendendoli partner attivi della loro sicurezza e prosperità. In questo senso, oggi il punto debole dell’amministrazione Trump è Trump stesso.

