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28/03/2025
Medio Oriente e Nord Africa

Dalla guerra in Medio Oriente alla crisi del Mar Rosso: gli attacchi americani fermeranno gli Houthi?

di Giovanni Caprara

La fine del cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza dopo due mesi ha infiammato nuovamente l’intero Medio Oriente. Nonostante ciò, le tensioni tra Israele, i vari gruppi palestinesi, l’Iran e i suoi alleati regionali non si erano mai sopite. Tra gli attori in gioco ci sono gli Houthi dello Yemen, che dal 12 marzo hanno minacciato di riprendere gli attacchi contro le imbarcazioni israeliane di passaggio nel Mar Rosso se Israele non avesse rimosso il blocco degli aiuti umanitari a Gaza. Successivamente, il 19 marzo, l’IDF ha ripreso i bombardamenti sulla Striscia, ponendo di fatto fine al cessate-il-fuoco.

La fine del cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza dopo due mesi ha infiammato nuovamente l’intero Medio Oriente. Nonostante ciò, le tensioni tra Israele, i vari gruppi palestinesi, l’Iran e i suoi alleati regionali non si erano mai sopite. Tra gli attori in gioco ci sono gli Houthi dello Yemen, che dal 12 marzo hanno minacciato di riprendere gli attacchi contro le imbarcazioni israeliane di passaggio nel Mar Rosso se Israele non avesse rimosso il blocco degli aiuti umanitari a Gaza. Successivamente, il 19 marzo, l’IDF ha ripreso i bombardamenti sulla Striscia, ponendo di fatto fine al cessate-il-fuoco. 

Sebbene non si registrino attacchi a imbarcazioni nell’area dal 18 gennaio, è bastata la minaccia del gruppo yemenita di tornare a condurre azioni contro le navi di passaggio per provocare la reazione americana. Il 15 marzo, infatti, la marina statunitense ha condotto oltre 47 bombardamenti sulla capitale San’a, sulla città portuale di Hodeida e a Saada, in cui sono morte almeno 53 persone. In risposta ai primi raid americani, gli Houthi hanno lanciato 18 missili balistici e da crociera verso la portaerei Harry Truman senza provocare danni. Inoltre, 11 droni sono stati abbattuti dalla contraerea americana, come riportato dalla BBC. Trump ha commentato le operazioni, promettendo di usare una “overwhelming lethal force” finché il gruppo sostenuto dall’Iran non avrà cessato di minacciare il commercio marittimo internazionale. 

Le dinamiche regionali: gli Houthi hanno davvero una propria agenda?

Nel commentare le operazioni, Trump ha sottolineato le strette relazioni tra il gruppo yemenita e il suo principale alleato, l’Iran. Ha avvertito che Teheran subirà ripercussioni in caso di ulteriori attacchi degli Houthi e ha evidenziato l’importanza del supporto iraniano per gli yemeniti, in termini di forniture militari, sostegno finanziario e condivisione di informazioni. Sebbene Teheran abbia ripetutamente negato l’appoggio agli Houthi, fonti iraniane hanno affermato di aver recapitato un messaggio all’inviato del gruppo a Teheran per favorire una de-escalation. 

L’Iran ha iniziato a sostenere i ribelli Houthi intorno al 2009, durante la loro prima guerra contro il governo yemenita. Questo supporto è aumentato nel 2014, quando il gruppo ha preso il controllo della capitale del paese. L’assistenza iraniana comprendeva la fornitura di armi, tra cui missili balistici e droni, oltre a formazione militare attraverso l’IRGC e Hezbollah. Nonostante le smentite ufficiali, rapporti internazionali hanno confermato il coinvolgimento dell’Iran nel rafforzare le capacità militari degli Houthi, permettendo loro di colpire obiettivi in Arabia Saudita e in tutta la regione. Attualmente, quindi, il gruppo vanta un complesso arsenale di missili e droni, difficilmente ottenibile senza il sostegno di uno stato.  

Ma l’Iran non è l’unico paese a supportare gli Houthi, che sono riusciti a ottenere anche il favore della Russia. Mosca, infatti, ha fornito importanti dati satellitari al gruppo per determinare la posizione delle navi di passaggio tra lo stretto di Bab el-Mandeb e il Mar Rosso. Attraverso le informazioni di puntamento, passate agli Houthi con il tramite dei pasdaran iraniani, gli yemeniti sono stati in grado di espandere le loro operazioni nell’area. Questa mossa rientra nella più ampia strategia marittima di Mosca, che si estende dal Levante al Nord Africa, e mira a consolidare l’influenza sugli stretti che portano al Mediterraneo.

Sembrerebbe quindi impreciso affermare che gli Houthi sarebbero in grado di perseguire una propria agenda: senza il sostegno iraniano e, più recentemente, russo, il gruppo non potrebbe perseguire alcun obiettivo strategico, né la guerra contro la coalizione a guida saudita, né l’azione di destabilizzazione del commercio marittimo. 

L’azione aerea americana

Le attuali operazioni rappresentano le prime azioni contro il gruppo da parte dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che ha re-inserito il gruppo nella lista delle organizzazioni terroristiche. Gli attacchi americani hanno come obiettivo dichiarato quello di scoraggiare il gruppo (e gli alleati iraniani) da ulteriori azioni ostili agli interessi americani nell’area e ridimensionare le capacità degli Houthi. Queste operazioni sembrano più intense delle precedenti, considerando i numerosi governatorati oggetto dei bombardamenti e l’intensità degli stessi. È tuttavia opportuno considerare che le sole azioni aeree difficilmente porteranno a una vittoria definitiva, se i bombardamenti non sono seguiti da operazioni sul terreno. Le missioni aeree si focalizzano generalmente su un obiettivo preciso (un deposito di munizioni o una fabbrica di armamenti) e sono limitate allo scopo della missione. Senza intaccare la volontà di resistere del nemico, è difficile che il gruppo yemenita si arrenda. La distruzione di infrastrutture militari potrebbe non bastare a spezzare la determinazione degli Houthi, e dei loro alleati. 

Gli impatti economici della crisi

Le conseguenze del perdurare di questo stato di cose hanno un impatto rilevante sulle economie europee. Secondo i dati di Kepler, ad esempio, attraverso Suez passa circa il 6% del flusso petrolifero globale; prima dell’inizio della crisi era oltre il 10%. In particolare, tra i prodotti petroliferi, quello che fa registrare il calo più marcato è il carburante per aerei, di cui l’Europa è strutturalmente carente, a differenza dei paesi dell’Asia orientale. Tuttavia, il settore petrolifero non è l’unico, né il più toccato dalla crisi. Il commercio di metalli (di cui l’Europa è un importatore netto), infatti, è quello ad aver subito il calo più significativo. 

Lo scorso anno, Confartigianato ha stimato che la crisi del Mar Rosso costava alle aziende italiane 95 milioni di euro al giorno. La questione naturalmente non riguarda solo le importazioni di materie prime, ma anche le esportazioni manifatturiere verso paesi extra-UE. La loro quota è pari al 32,7% del totale europeo, una percentuale doppia rispetto alle omologhe tedesche. Nel 2023, le importazioni e le esportazioni di merci da parte dei settori del Made in Italy, in particolare quelli con la più alta percentuale di PMI, che transitano attraverso il Mar Rosso, ammonteranno a 30,8 miliardi di euro (1,5% del PIL). Le merci esportate principalmente dalle piccole imprese italiane sono state pari a 10,8 miliardi di euro

Conclusione 

Affrontare la crisi del Mar Rosso è di cruciale importanza per l’Europa e per l’Italia. Le catene di approvvigionamento globali stanno subendo un altro duro colpo, dopo quello causato dalla pandemia di Covid-19. Se i paesi che più risentono dell’impatto della crisi non interverranno con decisione, i costi degli attacchi aumenteranno ulteriormente, diventando strutturali. 

Sebbene le azioni dell’amministrazione Trump sembrerebbero più incisive di quelle del suo predecessore, è possibile che senza un intervento diretto, in coordinamento con gli alleati regionali di Washington, la situazione sia destinata a perdurare sul medio e lungo periodo. Peraltro, senza un significativo indebolimento delle capacità del gruppo e della volontà di resistere, c’è un rischio per i partner occidentali nell’area, su tutti Arabia Saudita ed Emirati, coinvolti nella guerra in Yemen dal 2015 e già in passato oggetto degli attacchi degli Houthi.  Questi ultimi sembrerebbero oggi l’alleato dell’Iran più in salute, a differenza di Hamas e Hezbollah, indeboliti dalle operazioni israeliane.

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