Recensione del libro “Guerre spaziali. Conflitti e competizione per le risorse nell’era delle società private” di Valentina Chabert, a cura di Anna Calabrese.
Il volume di Valentina Chabert “Guerre spaziali. Conflitti e competizione per le risorse nell’era delle società private” offre un’analisi delle dinamiche di un dominio, quello spaziale, oggi determinante per la difesa e la sicurezza globale, europea e nazionale. Collocandosi con lucidità all’incrocio tra relazioni internazionali, studi strategici, diritto internazionale e economia, il libro tratta due tematiche che hanno cambiato il volto del settore spaziale e tra loro in sinergia: la liberalizzazione dell’accesso allo spazio e il ritorno della competizione spaziale dovuta all’inasprimento delle relazioni tra potenze sulla Terra. La corsa allo spazio è infatti tutt’altro che una novità, ma il lavoro di Chabert affronta l’evoluzione più recente del potenziale amplificatore dello spazio sulle dinamiche di potere che già inaspriscono il sistema internazionale, mostrando e sciogliendo il complesso intreccio di interessi geopolitici, militari ed economici, segnato dall’ingresso determinante degli attori privati.
Il primo capitolo del volume è dedicato a ricostruire il panorama della competizione geopolitica nelle orbite spaziali, analizzando, distinguendo e comparando gli elementi caratterizzanti delle principali potenze spaziali. Muovendo dal dominio statunitense, l’autrice ne illustra gli sviluppi delle capacità tecnologiche e finanziarie, abilitati e favoriti da un modello ibrido che a differenza dal periodo della Guerra Fredda non è più limitatamente spaziale bensì consta di una stretta e florida integrazione tra governance pubblica, apparato statale e settore privato. La presenza di un settore spaziale commerciale improntato sull’imprenditoria e la capacità di formare coalizioni con i propri alleati spaziali costituirebbero due vantaggi duraturi che Washington può sfruttare per rispondere adeguatamente alle minacce poste da Mosca e Pechino nel settore.
La disamina sulla potenza spaziale russa muove invece da un passato sovietico, tra gli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘90, caratterizzato da ingenti investimenti in tecnologie, risorse umane e competenze che fecero del Cremlino parametro indiscusso e riferimento globale per lo sviluppo in orbita. Il collasso dell’URSS e la dispersione di diversi elementi infrastrutturali e capacitivi chiave tra stati sovrani post-sovietici segnarono poi una grave crisi del settore spaziale, con difficoltà strutturali che tuttora caratterizzano il programma russo contemporaneo. Nonostante l’apertura post guerra fredda da parte della NASA nei confronti dell’Agenzia Spaziale russa, gli sforzi di cooperazione e il rilancio intrapreso da Vladimir Putin per riaffermare lo spazio come simbolo di grande potenza, la Russia resta ancora limitata da problemi endemici e strutturali. Nonostante i tentativi di liberalizzazione con Medvedev, le piccole e medie imprese apparse restarono relegate, complice l’opposizione all’apertura del settore statale come elemento caratteristico della tecnocrazia russa, una centralizzazione eccessiva, a cui si aggiungono scarsa innovazione e crescente isolamento internazionale soprattutto dopo l’invasione della Crimea nel 2014.
Considerata quindi la vulnerabilità russa, la vera sfida per gli Stati Uniti è costituita dall’ascesa cinese. Sebbene il programma di Pechino abbia mosso i primi passi già negli anni ‘50, è solo all’inizio del ventunesimo secolo, a causa della precedente eccessiva influenza del partito comunista, che il Paese è stato in grado di effettuare quel “balzo in avanti” che ha consentito di colmare il divario tecnologico e affermarsi come potenza spaziale. L’analisi sottolinea l’interessante carattere non limitatamente politico bensì anche culturale e nazionalistico che ha guidato la rivoluzione spaziale cinese, ponendolo in contrapposizione con le logiche della corsa allo spazio tradizionale tra Russia e USA. La Cina sembra dunque aver sostituito Mosca come minaccia agli Stati Uniti, non tanto in logica di competizione guidata dall’hard power quanto diretta a proteggersi dalle minacce esterne e a proiettare soft power attraverso l’espansione infrastrutturale in aree strategiche come Africa e America Latina. Il suo modello resta tuttavia top-down, garantendo da un lato coerenza e continuità, ma dall’altro limitando la capacità di innovazione dal basso e rendendo Pechino meno flessibile rispetto al modello occidentale basato sulla new space economy.
Chabert non dimentica poi le medie potenze regionali: paesi come India, Giappone e Israele stanno investendo sempre più nel settore spaziale per rafforzare la propria autonomia strategica e aumentare il proprio peso internazionale, segnalando come l’orbita non sia più appannaggio di pochi ma diventi strumento per ritagliarsi un ruolo rilevante in ambito regionale o settoriale.
Il secondo capitolo è dedicato alla militarizzazione del settore spaziale e in particolare alle declinazioni del concetto di deterrenza cosmica. Sottolineando come la trasformazione dello spazio extra-atmosferico in un vero e proprio dominio di guerra non costituisca una rottura improvvisa bensì l’esito di un’evoluzione storica allineata allo sviluppo delle forme di conflitto moderne, Chabert collega il controllo delle orbite al più ampio percorso di estensione dei domini militari. Ogni trasformazione tecnologica comporta la ridefinizione delle strategie di deterrenza e lo spazio si inserisce in questa dinamica. L’analisi dei conflitti contemporanei, in particolare della guerra in Ucraina, mostra infatti come lo sfruttamento delle orbite sia diventato parte integrante della pianificazione bellica: l’uso di satelliti per il monitoraggio del campo di battaglia, la trasmissione dei dati e il supporto alle operazioni nonché le soluzioni di disturbo e interruzione delle comunicazioni avversarie pongono l’infrastruttura spaziale in una zona grigia tra militare e commerciale, in vera logica dual-use e introducendo ambiguità strategiche e giuridiche, le quali verranno poi analizzate nel terzo e ultimo capitolo. In un periodo storico segnato dalla messa in discussione delle alleanze tradizionali, la riflessione sul ruolo della NATO è essenziale. Dopo aver inquadrato la politica spaziale dell’alleanza e l’impegno all’adattamento delle proprie forze, l’autrice discute con equilibrio critico come il riconoscimento dello spazio come dominio di guerra durante la riunione dei Ministri della Difesa NATO del 2019 nonché la possibilità di invocare l’art.5 in caso di aggressioni provenienti dall’ambiente spaziale rappresenti l’inserimento strutturale dello stesso nella postura dell’Alleanza, contribuendo a normalizzare l’idea dello spazio come campo di confronto militare e indebolendo ulteriormente il principio della sua natura pacifica sancito dal diritto internazionale.
La terza sezione è dedicata al crescente ruolo degli attori privati nello spazio, con imprese e start-up che diventano protagoniste della competizione strategica. Mettendo in discussione il classico rapporto di subordinazione allo Stato, ambiguità già riscontrabile con le grandi compagnie commerciali post 1648, la sinergia Stato-privato inaugura quella che l’autrice individua come “diplomazia ibrida”, con il perseguimento e promozione di politica estera. Tre sarebbero i fattori che hanno condotto al passaggio da un modello tradizionale all’ecosistema della new space economy: la riduzione dei costi di accesso allo spazio, l’uso di capitali e da nuove fonti di investimento derivanti da partnership pubblico-private e innovazione rapida grazie all’abbattimento di vincoli e alla spiccata dinamicità delle piccole realtà. Gli attori non statali attivi nello spazio extra atmosferico guardano anche al potenziale sfruttamento della vastità di risorse naturali distribuite sulla Luna, sui corpi celesti e sugli asteroidi, fenomeno noto come space mining. La presenza oltre i confini terrestri di risorse vitali come alluminio, ferro e cobalto, platino e argento e risorse energetiche come il rarissimo isotopo elio-3 potrebbero al contempo ridisegnare i mercati globali delle materie prime e ridurre le dipendenze dalle risorse scarse e d’altro canto creare nuove asimmetrie di potere. Tuttavia, si segnala come nonostante cambiamenti rilevanti nell’organizzazione dei rapporti nell’industria spaziale, il settore dello space mining resti ancora legato alle sovvenzioni pubbliche a causa della necessità di piani a lungo termine, della mancanza di acquirenti finali e all’assenza di un quadro giuridico internazionale.
Quest’ultimo punto è approfondito nel capitolo quarto, in cui si chiariscono gli aspetti giuridici del tema fornendo un quadro chiaro e critico dell’attuale normativa vigente a livello internazionale e nazionale e le relative strutture di governance tra opportunità e vulnerabilità da colmare. Punto di partenza è l’affermazione dell’applicazione delle norme di diritto internazionale consuetudinario e della Carta delle Nazioni Unite allo spazio, sancita con l’approvazione della Risoluzione 1721 “International cooperation in the peaceful uses of outer space” nel 1957, poi confermata con la firma 10 anni dopo dell’Outer Space Treaty. Divenuto pilastro del diritto spaziale internazionale e con 117 ratifiche, l’OST stabilisce il divieto di appropriazione sovrana dello spazio extra-atmosferico, inclusi Luna e corpi celesti, eleva a rango di patrimonio comune dell’intera umanità l’esplorazione e l’uso dello spazio e sancisce la responsabilità degli Stati delle attività spaziali anche laddove esse siano perseguite da enti non governativi (all’interno dei quali si presume si possa far rientrare i privati). Nessun riferimento, però, circa l’uso commerciale e lo sfruttamento delle risorse spaziali, in quanto il concepimento del Trattato avvenne in un’epoca in cui questo fenomeno non costituiva una prospettiva concretamente realizzabile. Contestualmente, l’autrice analizza l’Accordo sulla Luna entrato in vigore nel ‘84 in seguito alla Risoluzione ONU del ‘79, che rafforza i principi dell’OST applicati nello specifico alla Luna, imponendo agli Stati usi pacifici e obbligo di notifica all’ONU delle attività delle stazioni. Esso fornisce anche un quadro per la gestione delle risorse più puntuale, che resta però inefficace considerate le scarse ratifiche (solo 17) e l’assenza delle potenze spaziali di USA, Russia e Cina. Dopo una disamina dell’attuale legislazione internazionale vigente, ci si interroga circa la necessità e la fattibilità di un regime giuridico che includa e regoli l’estrazione privata di risorse spaziali, considerato il ruolo sempre più preponderante delle attività di space mining. Le questioni aperte riguarderebbero (I) la distinzione tra uso delle risorse e appropriazione del territorio, con la maggioranza della dottrina che afferma che il principio di non appropriazione sia applicabile allo spazio in sé e alle sue risorse, (II) il ruolo degli Stati nel controllo delle attività private e (III) il rischio di una corsa non regolamentata. In assenza di accordi specifici globali, proliferano i tentativi di regolamentazione frammentata, sia a livello multilaterale come gli Accordi Artemis che si situano come potenziale strumento normativo per l’interpretazione della normativa vigente e lacunosa, che a livello nazionale, con il rischio di favorire le potenze spaziali e minare il principio di equità alla base dell’OSP.
Con un focus tutto nazionale, l’ultimo capitolo valorizza il ruolo dell’Italia come potenza spaziale “di sistema”: con un comparto industriale capace di dare impiego a oltre 7mila persone e con un volume d’affari di circa 2 miliardi di euro annui, Roma si è affermata come leader del settore con particolare attenzione al nuovo fenomeno della space economy aprendosi all’intervento di investitori privati e start-up. Nonostante le competenze scientifiche consolidate, una tradizione di cooperazione internazionale e l’attenzione al dual-use civile-militare, le prospettive future del comparto italiano necessitano di assicurare resilienza di fronte a quelli che sono i limiti storici della competitività italiana e legati alle incertezze temporali, all’ambito giuridico e alle barriere burocratico-amministrative.
“Guerre spaziali” guida il lettore in un’analisi teorica e concreta insieme, riuscendo nell’intento di mostrare come lo spazio sia diventato terreno di prova e manifestazione delle contraddizioni del nostro tempo: guerra e cooperazione, innovazione e militarizzazione, interesse collettivo e profitto privato.

