Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
17/09/2025
Medio Oriente e Nord Africa

Hamas tra sconfitta militare e vittoria narrativa: la doppia partita del conflitto

di Alessandro Brugnoletti

Il conflitto ha messo in luce un paradosso: Hamas perde come attore militare ma avanza come attore narrativo, sfruttando il terreno delle percezioni, del diritto e dell’informazione per trasformare una sconfitta tattica in una vittoria strategica.

Il conflitto ha messo in luce un paradosso: Hamas perde come attore militare ma avanza come attore narrativo, sfruttando il terreno delle percezioni, del diritto e dell’informazione per trasformare una sconfitta tattica in una vittoria strategica.

Il fronte militare: Hamas ridimensionata ma non estinta

Sul terreno, l’IDF ha colpito duramente la catena di comando e il middle management di Hamas: analisi indipendenti evidenziano l’eliminazione di numerosi comandanti di brigata e battaglione e di decine di capi di compagnia, riducendo la capacità di pianificare operazioni complesse come quelle del 7 ottobre 2023. Secondo la RAND Corporation, le forze paramilitari sono oggi molto più decapitate e frammentate rispetto all’inizio del conflitto. Gli omicidi mirati hanno colpito anche figure apicali: a fine agosto 2025 Hamas ha confermato la morte di Mohammed Sinwar, capo militare a Gaza, mesi dopo l’annuncio israeliano; altri leader chiave erano stati eliminati già nel 2024, come diversi comandanti della brigata di Khan Younis. Questo ha generato un effetto domino sulle strutture di comando e controllo, riducendo l’efficienza della catena gerarchica.

Ciononostante, Hamas non è scomparsa. Persiste come insorgenza frammentata: cellule piccole e autonome continuano a operare con tattiche di guerriglia urbana (IED, cecchini, sortite improvvise), sfruttando la rete di tunnel sotterranei che, pur logorata, garantisce ancora mobilità e sopravvivenza. Le operazioni israeliane hanno portato alla scoperta di nuovi cunicoli anche nell’estate 2025, confermando la resilienza di questa infrastruttura clandestina. Il quadro operativo resta dinamico: da un lato, Israele pianifica nuove fasi offensive — con un ritorno dell’attenzione su Gaza City —; dall’altro, all’interno della leadership israeliana emergono divisioni tra chi propende per l’annientamento militare totale e chi vede nell’accordo sugli ostaggi l’unica via praticabile. Sullo sfondo, l’emergenza umanitaria limita la libertà d’azione militare e logora la reputazione internazionale di Israele, rendendo difficile ottenere una “vittoria netta” sul piano politico-strategico.

La guerra mediatica: costruire una vittoria nella sfera informativa

    Il conflitto tra Israele e Hamas si gioca non soltanto sul terreno militare ma anche nello spazio cognitivo. In un’epoca caratterizzata dall’iperconnessione e dalla sovrabbondanza informativa, la dimensione narrativa è divenuta uno strumento decisivo di potere. La letteratura sulle strategic narratives (Miskimmon, O’Loughlin, Roselle) spiega come gli attori internazionali cerchino di imporre cornici interpretative che diano senso agli eventi e orientino percezioni e comportamenti di terzi, siano essi Stati, organizzazioni internazionali o opinioni pubbliche. In un conflitto asimmetrico, dove la disparità delle forze sul campo è netta, la capacità di modellare il racconto diventa un moltiplicatore strategico.

    Nel caso di Hamas, la logica è chiara: sopravvivere militarmente e al tempo stesso vincere politicamente, trasformando la sofferenza civile in capitale simbolico. Le immagini di distruzione a Gaza, le testimonianze diffuse in tempo reale attraverso X, Telegram o Instagram e la riproduzione virale di contenuti selezionati hanno costruito un frame che presenta Israele come potenza assediante e delegittima la sua condotta militare. In questo contesto si inserisce la teoria di Kenneth Payne sui media come “strumento di guerra”: fotografie, video e simboli diventano armi tanto potenti quanto un missile o un drone, perché agiscono sulla legittimità internazionale e sulla coesione delle alleanze. A ciò si aggiunge il fenomeno della disinformazione. Think tank e centri di ricerca hanno documentato come la saturazione emotiva e la diffusione di filmati manipolati abbiano compresso i tempi di verifica giornalistica, spingendo i media tradizionali e i governi a reagire sotto la pressione del flusso digitale. Questo ha prodotto una polarizzazione delle opinioni pubbliche e una radicalizzazione del dibattito, creando terreno fertile per chi punta a delegittimare l’avversario più che a conquistare un consenso costruttivo.

    Gli effetti concreti di questa guerra delle narrazioni si misurano in tre indicatori principali. Primo, la percezione internazionale: sondaggi condotti nel 2025 mostrano che in 24 Paesi le opinioni su Israele e sul primo ministro Netanyahu risultano più negative che positive, con divari generazionali marcati soprattutto negli USA. Secondo, il riconoscimento politico: tra il 2024 e il 2025 diversi Paesi europei, tra cui Spagna, Irlanda, Norvegia, Slovenia e ora Belgio, hanno riconosciuto lo Stato di Palestina, segnalando un mutamento nei rapporti di forza diplomatici in Europa. Terzo, il ricorso al diritto internazionale: la causa intentata alla CIG/ICJ per genocidio e i mandati emessi dalla CPI/ICC hanno inserito il conflitto nel quadro del lawfare, dove il diritto diventa un campo di battaglia parallelo capace di incidere sulla reputazione di attori statali e non statali. Questi elementi non cancellano la responsabilità di Hamas per gli attacchi del 7 ottobre né la sua crisi militare, ma mostrano come il movimento sia riuscito a capitalizzare la dimensione informativa. In un sistema internazionale fondato anche su soft power e legittimità, la capacità di imporre una narrazione globale può compensare le sconfitte sul campo. Per questo, la guerra mediatica non è un effetto collaterale del conflitto: è parte integrante della strategia, ed è su questo terreno che Hamas ha saputo trasformare la propria vulnerabilità in un vantaggio politico.

    Implicazioni per l’Europa e l’Italia: tra legittimità internazionale e pressioni interne

      Il conflitto tra Israele e Hamas non ha solo ripercussioni in Medio Oriente, ma produce effetti immediati in Europa e in Italia. La dimensione interna è cruciale: la maggioranza delle opinioni pubbliche, in particolare i giovani e le comunità musulmane residenti, manifesta una crescente solidarietà con i palestinesi. Secondo un sondaggio YouGov EuroTrack (giugno 2025), nei sei principali Paesi dell’Europa occidentale solo il 13%–21% della popolazione ha un’opinione favorevole verso Israele, mentre tra il 63% e il 70% esprime un giudizio negativo. La solidarietà con i palestinesi varia dal 18% al 33%, superando nettamente quella con Israele (tra il 7% e il 18%). Appena il 6%–16% degli intervistati considera proporzionata l’azione militare israeliana a Gaza. Questo orientamento sociale si riflette nel dibattito politico e condiziona le scelte dei governi, chiamati a bilanciare il sostegno a Israele con la necessità di non alienarsi la propria base interna. Alcuni Stati membri hanno già scelto di procedere verso il riconoscimento della Palestina, segnalando un mutamento nella postura europea che riflette tanto la pressione delle opinioni pubbliche quanto la volontà di affermare maggiore autonomia diplomatica. Per l’UE, il rischio è quello di presentarsi divisa e quindi meno credibile, proprio in un momento in cui la coesione interna rappresenta un fattore decisivo per la proiezione internazionale. Il problema investe anche la coesione sociale: manifestazioni, mobilitazioni studentesche e tensioni intercomunitarie mostrano come la guerra a Gaza sia divenuta un tema identitario e politico dentro le società europee. In Italia, questo si riflette tanto nel dibattito parlamentare quanto nella dialettica tra partiti, movimenti sociali e opinione pubblica, con il rischio di acuire divisioni già esistenti.

      A rendere il quadro più complesso si aggiunge la posizione degli USA. Donald Trump, pur mantenendo un orientamento filoisraeliano, ha dichiarato che la guerra «sta minando l’immagine di Israele», evidenziando come anche a Washington il consenso tradizionale si stia erodendo. Se persino l’alleato principale manifesta stanchezza, per l’Europa e per l’Italia diventa ancora più urgente definire una linea autonoma, capace di coniugare principi di diritto internazionale e difesa degli interessi strategici nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. In definitiva, le istituzioni europee e i governi nazionali si trovano di fronte a una doppia sfida: rispondere alle pressioni interne senza compromettere la stabilità politica e sociale, e allo stesso tempo preservare la credibilità esterna con una politica estera che unisca solidarietà e realismo. Solo così l’UE e l’Italia potranno ritagliarsi un ruolo credibile nella gestione della crisi e nell’architettura regionale post-bellica.

      Gli Autori