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13/04/2026
Medio Oriente e Nord Africa

Hormuz: breviario minimo delle guerre globali per lo stretto. Dai portoghesi alla (temporanea?) sconfitta israelo-statunitense

di Luca Domizio

Lo stretto di Hormuz è oggi al centro dell'attenzione, ma non è la prima volta che si rivela strategico. Da chiave regionale per i portoghesi a collo di bottiglia energetico globale, occorre chiedersi in che modo lo stretto è stato conteso in passato e quali continuità e fratture emergano dalla sua storia.

Lo stretto di Hormuz è oggi al centro dell’attenzione, ma non è la prima volta che si rivela strategico. Da chiave regionale per i portoghesi a collo di bottiglia energetico globale, occorre chiedersi in che modo lo stretto è stato conteso in passato e quali continuità e fratture emergano dalla sua storia. 

Lo stretto di Hormuz è un classico collo di bottiglia marittimo (chokepoint), largo tra i 33 e i 50 km, con corsie di navigazione che si restringono, rendendosi del tutto prevedibili, rappresentando un’opportunità o una vulnerabilità a seconda dei punti di vista. Fino a ieri transitavano in questa strettoia salata circa 20 milioni di barili al giorno tra petrolio e prodotti petroliferi (il 20-25% del commercio petrolifero mondiale via mare). Se, quindi, l’importanza dello stretto oggi è autoevidente, al fine di comprendere la realtà della guerra in corso occorre anche chiedersi quale sia la storia strategicadi quest’area.

  • Commercio e fortezze: dal Cinquecento al lago britannico

Lo stretto di Hormuz era presidiato già dall’XI secolo dal regno di Hormuz, dal 1300 centrato sull’isola Jarun (poi isola di Hormuz), controllando gli scambi commerciali e il traffico marittimo tra Golfo Persico e Oceano Indiano. Il regno non era né omanita (sponda sud-ovest dello stretto), né safavide (sponda nord-est), ma un’entità locale prevalentemente araba con forti legami commerciali nell’area. Il primo contatto globale avvenne nel Quattrocento durante le spedizioni dell’ammiraglio cinese Zheng He, interessato ad assicurarsi i collegamenti tra Oceano Indiano e mar cinese meridionale.

Diversamente, l’irruzione dell’Impero portoghese avvenne nel 1507 a guida di Afonso de Albuquerque, che prima occupò Muscat e poi, nel 1515 (dopo aver sconfitto la flotta mamelucca già nel 1509, assicurandosi la superiorità navale e instaurando lo Stato d’India attorno a Goa), in modo più stabile rese vassallo il regno, attraverso l’installazione di una catena di fortezze e di porti fortificati tra isola e sponde. I portoghesi non si avventurarono in alcun entroterra ma rimasero legati alle acque. Intanto, i Safavidi non potevano intervenire poiché impegnati sull’altopiano iranico (con il solo e allora periferico porto di Gambrūn, poi Bandar Abbas, nell’area, peraltro senza flotta), e, parallelamente, la costa dell’Oman era frammentata in città e porti mercantili relativamente autonomi. Per tutto il Cinquecento la principale minaccia a Hormuz venne dall’Impero Ottomano, che intanto aveva preso Baghdad (1534) e Basra (1538, 1546), tentando di proiettarsi nel golfo Persico e, quindi, nell’Oceano Indiano. Tra questi tentativi, anche la spedizione navale di Piri Reis nel 1552, incaricato di assicurarsi Hormuz, la cui flotta assediò la fortezza, ma fu poi costretta a ritirarsi alla notizia di una flotta portoghese in arrivo.

Il Portogallo riuscì a mantenere il dominio nell’area attraverso il modello dell’Estado da Índia, centrato su una rete di fortezze costiere supportate da una flotta. Le caracche e i galeoni portoghesi erano efficaci negli scontri contro i bastimenti locali (dhow), ma anche e soprattutto come deterrenza. Il flusso commerciale era poi mediato e controllato attraverso il sistema delle cartazes, licenze commerciali obbligatorie a chi navigava nel Golfo, pena la confisca.

Il sistema resse fino al 1622, quando un’alleanza tra Shah Abbas I e la compagnia inglese delle Indie scardinò il governo portoghese sull’isola di Hormuz. La cacciata da Muscat avvenne solo nel 1650 da parte della dinastia omanita di Ya’riba. Con la caduta di Hormuz, i Safavidi spostarono parte del loro commercio a Bandar Abbas, che divenne il porto principale sulla sponda persiana, mentre i veri vincitori a insediarsi nell’area furono le compagnie inglesi e olandesi, che ottennero ampie concessioni commerciali. I nordeuropei iniziarono a competere reciprocamente per il predominio mercantile nel Golfo, indebolendo immediatamente il controllo Safavide.

Nel 1722 l’impero Safavide crollava sotto la spinta afghana di Mahmud Hotaki e per le pressioni interne, frantumando la sponda nord dello stretto. Il Regno omanita, parallelamente, entrava in guerra civile, risolvendosi con l’affermarsi della dinastia Al Bu Sa’id nel 1744, ma perdendo capacità di proiezione. S’indeboliva intanto anche la presenza della compagnia delle Indie olandesi, che nel Settecento si ritirò progressivamente nel Sud-est asiatico.

La seconda metà del Settecento fu quindi caratterizzata da un multipolarismo in cui la Compagnia inglese delle Indie Orientali si affermò come principale presenza commerciale. A questo predominio si oppose l’attività delle tribù della costa meridionale del Golfo, in particolare dei Qawasim, con base a Ras al-Khaimah e Sharjah, che vennero identificati come attori di pirateria da parte della EIC, che si preoccupava di tutelare la rotta con l’India (come già il Portogallo in precedenza). La Gran Bretagna ampliò così il suo dominio attraverso commercio, flotta, un regime normativo antipirateria e la progressiva firma di accordi e trattati con i sovrani locali.Dopo la cometa napoleonica durante le campagne in Egitto (1798), che minacciava Londra puntando verso l’India, la Gran Bretagna decise di capitalizzare sui vari elementi del proprio dominio informale nell’area, conducendo diverse spedizioni dirette contro i Qawasim (1809, poi 1819-20), giungendo al Trattato marittimo generale (1820) e stabilendo la Costa della Tregua nel Golfo. Sorse così la Pax Britannica che, nonostante alcune contestazioni, attraversò l’età della navigazione a vapore e durò fino al Novecento.

La Gran Bretagna non annesse ampi territori, replicando quindi il modello portoghese, stabilendo ancora il Trattato di Tregua marittima perpetua del 1853 con cui si stabilizzarono i Trucial States e si pose fine alla ‘pirateria’ delle città costiere arabe. Venne organizzata un’importante rete di basi, tra cui quella di Basaidu nel 1823, la prima base navale britannica con una coaling station su territorio formalmente iraniano. Ai sovrani locali rimaneva così l’autonomia interna, rinunciando alla politica estera indipendente, che veniva controllata dalla sicurezza marittima britannica (che non significava comunque l’onnipotenza della flotta). L’Iran persiano sotto la guida Qajar rimaneva invece ai margini, controllando nominalmente la sponda nord est dello stretto, ma impegnato contro la Russia, contro cui perse la cruciale guerra nel 1828, rimanendo schiacciato tra l’Impero Russo e quello britannico. Si stava infatti avviando il cosiddetto ‘Grande Gioco. Parallelamente, la Gran Bretagna si era assicurata anche lo stretto di Bab-al-Mandab, e nel 1858 instaurò un dominio diretto in India liquidando la EIC.

Nel 1903 il Golfo era un lago britannico dominato dalla Royal Navy. Ancora una volta, la sponda persiana mostrava continuità nella sovranità, ma si rivelava incapace di essere perno di un reale controllo o base di proiezione. E, nuovamente, le minacce venivano d’attori esterni al Golfo. Il primo attacco alla supremazia britannica non venne dal mare, ma via terra, dal progetto guglielmino di una ferrovia Berlino-Baghdad (1890-1903).

  • Petrolio e basi: dal Novecento alla crisi attuale

Se l’irruzione globale a Hormuz è rappresentata dall’insediamento portoghese, l’inizio del XX secolo significa la piena modernità per lo stretto, che, con la rivoluzione del petrolio, trasformò lo snodo di controllo commerciale in un vero e proprio collo di bottiglia energetico mondiale. La fondazione della Anglo-Persian Oil Company (APOC, 1909) cambiò il calcolo strategico britannico, che, nel 1911 – su spinta di Winston Churchill –, convertì la Royal Navy dal carbone al petrolio, rendendo il Golfo una questione di sicurezza primaria. Tra anni Venti (Iraq) e Quaranta (Arabia Saudita) si scoprirono numerose riserve, consolidando lo stretto di Hormuz come unica via d’uscita marittima per le maggiori riserve d’idrocarburi del pianeta. Durante la Prima Guerra Mondiale lo stretto non fu coinvolto direttamente, mentre, nella Seconda, fu centrale. Gli anglo-sovietici occuparono l’Iran nel 1941 (vicino all’Asse) per garantire un corridoio di rifornimento verso l’URSS. Nel 1945, con Roosevelt, iniziò anche la relazione americano-saudita. 

Il secondo Novecento è maggiormente noto, con la crescita dell’Arabia Saudita, l’indipendenza del Kuwait (1961), i ribelli yemeniti, e un Iran che, dopo il colpo di stato eterodiretto del 1953, era allineato al polo americano. Tra 1968 e 1971 i britannici si ritirarono a est di Suez. S’instaurava nel frattempo la Dottrina Nixon (1969), per cui gli Stati Uniti supportavano gli alleati regionali locali, nel Golfo quindi Iran e Arabia Saudita, come garanti di stabilità.

La Rivoluzione iraniana (1979) ridisegnò la regione, con la nascita della Repubblica Islamica sotto Khomeini, sganciandosi dagli Stati Uniti e rompendo il rapporto con le monarchie del Golfo, rivendicando un ruolo egemonico a partire da una forte sponda nord-orientale. Intanto avveniva anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979-1989), cui gli Stati Uniti rispondevano con la Dottrina Carter (1980), interessandosi direttamente al Golfo

Fondamentale anche il conflitto armato nello stretto tra Iran e Iraq, centrato attorno al traffico petrolifero (Guerra delle Petroliere 1984-1988). L’Iran eseguì il minamento dello stretto e colpì i porti dell’area, suscitando la risposta americana con l’operazione Earnest Will (1987-1988). La US Navy entrava così direttamente nell’area scortando petroliere e, nell’aprile 1988, distruggendo le principali piattaforme e navi iraniane. Il conflitto determinò quindi il controllo diretto statunitense sullo stretto (consolidato poi dalla Guerra del Golfo, 1990-1991). Gli Stati Uniti stabilirono sempre più basi nel Golfo (tra Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain con la presenza fissa della Quinta Flotta, Qatar, Emirati). 

Il XXI secolo è quindi iniziato con un dispositivo militare americano senza precedenti nella regione. Un controllo che si manifestava in modo nodale, quindi a distanza e sulla scia del modello portoghese e britannico. La sponda iraniana, ancora, si mostrava la più estesa e problematica per l’instabilità del passaggio, senza bisogno di una vera e propria flotta per farlo. Ma, se al tempo di portoghesi e Safavidi la rilevanza strategica riguardava il pur importante commercio regionale e, in modo secondario, globale, oggi lo stretto ha evidentemente altra portata.

Da una prospettiva di lunga durata emerge come le basi installate da chi agiva a distanza siano sempre state un asset di proiezione e risorse, ma anche vulnerabilità. La fortezza portoghese di Hormuz garantiva l’indipendenza dell’isola, ma non aveva risorse idriche potabili, dipendendo dal rifornimento da terraferma. Gli anglo-persani nelle operazioni di conquista sfruttarono in modo decisivo questa criticità, ancora prima del difficile assedio alla fortezza. Un processo d’isolamento simile avvenne anche per la fortezza di Muscat, circondata dagli omaniti. Successivamente, le basi britanniche poterono funzionare attraverso i trattati coi regimi locali. Quando lo scenario politico cambiò, la Royal Navy non riuscì da sola a tenere in piedi il sistema, che divenne insostenibile politicamente ancora prima che militarmente.

Quando oggi assistiamo alla presa di mira iraniana delle basi americane, emerge quindi l’esposizione militare (pur con efficacia relativa) ma anche il peso sulle stesse delle relazioni con i paesi ospitanti, in primis di Emirati e Qatar, che in quanto alleati diventano immediatamente bersagli legittimi, e che dunque possono portare a un deterioramento nelle relazioni.

In tutto ciò, nuovi sistemi missilistici, l’agire di droni e la continua efficacia di sistemi economici tradizionali di minamento, abbinati alla perdurante geografia dello stretto, ridimensionano l’enorme proiezione di forza americana, imponendo una vulnerabilità strutturale che rende impossibile un controllo totale. Ciò fa riemergere il sistema d’interdizione selettiva che i portoghesi misero in piedi con le cartazes, o che i britannici imposero con lo stabilimento di un sistema normativo ‘antipirateria’, che servivano a bloccare rifornimenti ed esercitare un controllo doganale, e che oggi diventa un blocco iraniano di supply chains globali.

Con il fallimento dei negoziati di Islamabad e l’incertezza sulla tregua dell’8 aprile 2026, il controllo dello stretto pare oggi sempre più a disposizione delle autorità iraniane, che, di fatto, contestano il principio di libero transito del diritto internazionale: il regime normativo su cui si fondava la legittimità della presenza israelo-statunitense, così come i britannici si erano fondati sull’antipirateria. Inoltre, pare ormai lontano l’iniziale obiettivo del regime change. Una sconfitta momentanea, ma significativa. Tuttavia, la guerra non è finita, né le sorti dello stretto sembrano stabilizzarsi. I primi ragionamenti, quindi, riguardano quella che potrebbe essere l’apertura di una nuova fase iraniana o multipolare dello stretto, in cui non è escluso l’inserimento di altri attori (Cina, India) con quote d’influenza minori. Resta aperto se in futuro i mercati energetici troveranno alternative e, soprattutto, se la fase che si apre sarà davvero iraniana, o se lo stretto tornerà, come dopo il 1622 e dopo il 1722, a un equilibrio conteso tra più attori, nessuno dei quali in grado di tenerlo da solo.

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