La fragile sospensione delle ostilità stipulata a Gaza ha portato il gruppo yemenita a dichiarare che limiterà gli attacchi alle sole imbarcazioni “collegate” a Israele. Intanto, Donald Trump ha firmato un executive order per re-inserire gli Houthi tra le organizzazioni terroristiche dopo la rimozione decisa dall’amministrazione precedente.
Il cessate-il-fuoco e le dichiarazioni del gruppo
Domenica 19 gennaio è iniziato il cessate-il-fuoco nella Striscia di Gaza. La prima fase, che dovrebbe durare sei settimane, prevede che Hamas liberi progressivamente 33 ostaggi israeliani, mentre Tel Aviv rilascerà oltre mille prigionieri palestinesi detenuti nelle sue carceri. Inoltre, l’IDF procederà a un graduale ritiro dalle zone a più alta densità di popolazione e sarà consentito ai cittadini della Striscia di far ritorno nei luoghi di residenza. Nella seconda fase, tutti gli ostaggi ancora prigionieri di Hamas dovranno essere liberati. Nell’ultima fase, i corpi degli ostaggi deceduti dovrebbero essere riconsegnati a Israele e dovrebbe essere istituito un piano di ricostruzione della Striscia. Tuttavia, l’accordo resta estremamente fragile, sia perché Netanyahu continua ad avere come obbiettivo ultimo l’eliminazione di Hamas, sia perché l’organizzazione palestinese si oppone ad alcuni dettagli dell’intesa.
Com’è noto, nel corso degli scorsi sedici mesi di guerra, gli attacchi degli Houthi nei pressi del Golfo di Aden, nello stretto di Bab-el-Mandeb e nel Mar Rosso si sono intensificati. Formalmente, il gruppo yemenita ha motivato le azioni contro le navi di passaggio con la solidarietà alla causa palestinese e con l’opposizione a Israele e ai suoi alleati occidentali. In particolare, come affermava il leader del gruppo Abdul Malik al-Houthi nel novembre 2023, l’obbiettivo principale sarebbero state le navi israeliane in transito nel Mar Rosso. A partire dal raggiungimento del cessate-il-fuoco a Gaza, i rappresentanti del gruppo yemenita hanno comunicato alle società di armatori, di assicurazioni e alle autorità portuali che dal 19 gennaio attaccheranno solo le navi che rispondono ai seguenti criteri: “vessels owned wholly and/or partially by Israeli individuals or entities, and/or sailing under is flag; vessels managed by and/or operated by Israeli individuals or entities; vessels heading to Israel ports”. A queste imbarcazioni resta al momento proibito attraversare il Mar Rosso, lo stretto di Bab-el-Mandeb, il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. Questo è quanto riporta l’email inviata dai rappresentanti del gruppo yemenita ai principali operatori internazionali del settore dello shipping.
Tale affermazione si è rivelata inattendibile in entrambi i casi, com’era prevedibile. Le decine di navi oggetto di attacchi con missili e droni da parte degli Houthi appartengono infatti a diverse nazionalità. Per individuare le imbarcazioni che rispondono a tali criteri sarebbe necessaria una complessa operazione di riconoscimento delle navi, degli operatori, dell’equipaggio e della documentazione portuale. Cosa che, apparentemente, al gruppo non è possibile.
Dall’inizio della guerra di Gaza, gli Houthi hanno condotto attacchi anche contro il territorio israeliano. Sebbene i danni siano stati limitati, principalmente per via della distanza che separa i due paesi, il gesto appare un chiaro segnale a Tel Aviv, che ha risposto operazioni aeree contro le infrastrutture portuali e militari nella capitale San’a e nella città di Hodeida.
Nonostante le recenti dichiarazioni degli Houthi sul limitare gli attacchi nell’area, gli operatori del settore marittimo rimangono riluttanti a transitare nel Mar Rosso; come affermato da Salvatore Mercogliano dello US Naval Institute, “sarà necessario completare le fasi del cessate-il-fuoco a Gaza per ripristinare la rotta del Mar Rosso, ma serviranno almeno 2-3 mesi per portare il traffico navale nel Canale di Suez ai livelli precedenti il novembre 2023”. È opportuno ricordare che gli attacchi contro le navi di passaggio nell’area hanno avuto inizio nel 2017, il periodo in cui gli Houthi hanno consolidato il potere nell’area orientale dello Yemen.
La risposta anglo-americana
Le operazioni aeree americane e britanniche contro le posizioni del gruppo hanno avuto inizio nel dicembre 2023 con l’operazione Prosperity Guardian e, seppure a fasi alterne, hanno avuto l’effetto di ridurre le azioni degli Houthi. Sebbene le operazioni degli assetti occidentali nel Mar Rosso si siano rivelate efficaci sul piano tattico, gli Houthi sono riusciti a adattarsi alla nuova realtà del contesto operativo, mantenendo gran parte. delle proprie capacità e guadagnando popolarità sia in Yemen che nel mondo arabo-musulmano.
È possibile affermare che la missione occidentale nel Mar Rosso ha costituito un cambio di passo dell’amministrazione Biden nell’approccio al gruppo yemenita. Uno dei primi provvedimenti di Biden in politica estera fu, infatti, la sospensione della vendita di armamenti all’Arabia Saudita nel 2021, per via dell’estesa campagna aerea condotta da Riad in Yemen. Inoltre, la precedente amministrazione aveva anche rimosso gli Houthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, rovesciando la decisione della prima amministrazione Trump. Se da un lato la scelta di Biden era orientata a facilitare l’arrivo di aiuti umanitari nel paese, dall’altro ha posto fine all’isolamento internazionale degli Houthi; questi hanno così rafforzato il controllo nell’area orientale del paese. Non si può non menzionare il decisivo supporto al gruppo da parte dell’Iran, che fornisce agli Houthi sistemi d’arma avanzati quali missili balistici, missili ipersonici e droni di vario genere. Insomma, il gruppo si è rafforzato dai tempi della prima presidenza Trump, ma le notizie degli ultimi giorni potrebbero invertire ancora una volta la tendenza.
Il 22 gennaio il neo-presidente americano ha firmato un executive order che prevede il re-inserimento degli Houthi nella Foreign Terrorist Organization List entro i prossimi trenta giorni. In pratica, questa decisione comporta stringenti limiti finanziari e operativi all’attività degli Houthi. Ne è un esempio la maggiore difficoltà che incontreranno i membri del gruppo yemenita e i loro partner commerciali nel rifornimento di componenti e strumentazione tecnologica, anche per via della possibile apposizione di sanzioni contro membri e società degli Houthi.
Quale approccio nel Mar Rosso?
Il quadro fin qui descritto ci porta a ipotizzare due scenari per la crisi nel Mar Rosso. Partiamo da quello che riteniamo più probabile.
L’amministrazione Trump sembra intenzionata ad una postura più dura nei confronti degli Houthi rispetto a quella precedente: le operazioni aeree nell’area potrebbero continuare e intensificarsi, considerata anche l’avversione del neopresidente nei confronti dei gruppi islamisti. Ad avvalorare questa ipotesi anche l’eventualità di un ritorno ad un approccio più duro nei confronti dell’Iran, dei suoi proxy e alleati regionali, come avvenne nel periodo 2017-2021.
Il secondo scenario prevede un mantenimento dell’approccio attuale, caratterizzato da operazioni più o meno sporadiche volte a dissuadere gli attacchi contro imbarcazioni in transito nel Mar Rosso. A partire dal gennaio del 2024, Washington e Londra hanno condotto quattro round di bombardamenti in Yemen, in concomitanza con i periodi di maggiore attività degli Houthi.
L’approccio americano nel Mar Rosso non considera soltanto le azioni degli Houthi, ma anche lo stato di salute dell’Iran. Se è vero che la Repubblica Islamica è in una fase di debolezza e potrebbe essere colpita duramente, è sensato ritenere che infliggere un colpo decisivo a Teheran (ad esempio colpendo le infrastrutture petrolifere o i siti nucleari) potrebbe generare una reazione imprevista. D’altra parte, usare la leva diplomatica nei confronti di un avversario in uno stato di debolezza potrebbe costituire un’occasione storica per ottenere un importante vantaggio negoziale.

