Il conflitto che da quattro settimane oppone Stati Uniti ed Israele all’Iran sta entrando probabilmente nella sua fase decisiva, potendo indirizzarsi o in direzione di una de – escalation attraverso la conclusione di un accordo tra Teheran e Washington oppure verso un’azione militare contro l’isola di Kharg così da riaprire il transito alle petroliere nello stretto di Hormuz.
Accordo tra Iran e Stati Uniti o prova di forza di Trump: i due scenari che si prospettano
Esploso il 28 Febbraio, il conflitto sul piano militare sta sostanzialmente procedendo secondo i piani. Gli attacchi congiunti di Stati Uniti ed Israele hanno distrutto un terzo dell’armamento missilistico iraniano e pesantemente danneggiato un altro, tanto che, stando ad un report dell’“Institute for the Study of War”, il numero di lanci effettuati dall’Iran contro Israele si è ridotto dai novanta del 28 Febbraio ai dieci del 27 Marzo. Le stesse installazioni missilistiche sarebbero poi state per oltre il 70% distrutte o rese inoperative, mentre gravi danni avrebbero subito anche i siti utilizzati per la produzione di acqua pesante e gli impianti industriali. Inoltre, dopo l’uccisione della “Guida Suprema” Ali Khamenei avvenuta il primo giorno del conflitto, del Segretario del “Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale” Ali Larijani e di altri alti esponenti politici e militari non è chiaro chi abbia il controllo del Paese vista anche l’incertezza intorno alla sorte del figlio di Khamenei il quale è stato prescelto a succedere al padre. Stando poi a fonti ritenute attendibili, l’eliminazione dei vertici del regime avrebbe reso estremamente difficile i contatti tra gli esponenti superstiti e quindi lasciato il Paese privo di un effettivo controllo. Tuttavia, la posizione geografica dell’Iran, che consente al Paese di controllare l’accesso allo Stretto di Hormuz, ha consentito a Teheran di chiudere di fatto il transito su questa rotta dove passa almeno un quinto del traffico petrolifero e di gas mondiale causando gravi problemi di approvvigionamento energetico a livello globale, ma in particolare nei Paesi asiatici. Ed è qui che si aprono i due scenari su cui potrebbe indirizzarsi il conflitto. Il primo è il raggiungimento di un accordo tra Stati Uniti ed Iran. Pochi giorni fa Trump ha affermato di aver indirizzato a Teheran una proposta di pace in quindici punti tra i quali il più importante riguarda la rinuncia da parte iraniana alla realizzazione del programma nucleare a scopo militari, rendere non più operativi gli impianti di Fordow, Natanz e Isfahan unitamente alla consegna all’AIEA di tutto l’uranio arricchito in suo possesso. A questa condizione, va aggiunta la richiesta che Teheran riduca il suo apparato missilistico e ne limiti il raggio d’azione, interrompa ogni finanziamento ai gruppi sciiti inclusi nell’“Asse della Resistenza” e che, soprattutto, proceda alla riapertura dello Stretto di Hormuz sul quale verrebbe stabilito un controllo congiunto tra Iran e Stati Uniti. Una volta raggiunta l’intesa, le sanzioni contro Teheran verrebbero allentate e Washington assisterebbe il Paese nella realizzazione del programma nucleare per scopi civili.
Al momento la risposta iraniana è stata però negativa, con Teheran che a sua volta ha posto cinque condizioni agli Stati Uniti le quali vanno dalla cessazione degli attacchi insieme alla garanzia che questi non avvengano più in futuro, la riparazione dei danni subiti nel corso del conflitto e la piena sovranità sullo stretto di Hormuz. Pur se ritenuta difficile, l’intesa potrebbe però essere favorita da considerazioni di ordine interno. Negli Stati Uniti, il conflitto non ha trovato l’appoggio dell’opinione pubblica ed i contraccolpi economici negativi, primo fra tutti l’aumento del prezzo dei carburanti, costituiscono per Trump degli elementi di preoccupazione anche in vista delle prossime elezioni di medio – termine nelle quali la Casa Bianca deve difendere la maggioranza Repubblicana al Congresso. Conseguire il ridimensionamento dell’Iran dimostrando allo stesso tempo come l’azione militare abbia non solo costretto il regime ad accettare le condizioni americane ma di fatto causato anche un suo cambiamento rappresenterebbe difatti per Trump un valido argomento per la campagna elettorale. Da parte iraniana, il conflitto ha ulteriormente aggravato la già critica situazione economica del Paese che nelle prossime settimane potrebbe andare incontro ad un completo collasso, senza contare i danni inflitti all’apparato industriale ed alla stessa struttura amministrativa del Paese. Inoltre, secondo quanto riportato dal “The Jerusalem Post”, all’interno del regime starebbero emergendo poi dei contrasti tra il Presidente Pezeshkian, che ritiene come la gestione del conflitto sia di competenza del governo, e le “Guardie Rivoluzionarie Islamiche” le quali, al contrario, lo accusano di non implementare le riforme promesse. Sullo sfondo vi è la posizione di Israele che su questo punto sembra attestarsi su una linea più sfumata rispetto a quella di Trump, anche perché nel Paese, a differenza che negli Stati Uniti, l’azione contro l’Iran è approvata da oltre il 75% dell’opinione pubblica. Se da un lato un eventuale accordo alle condizioni avanzate dalla Casa Bianca potrebbe soddisfare le richieste israeliane in quanto eliminerebbe i pericoli più rilevanti per la sicurezza del Paese, dall’altro però Netanyahu ritiene ancora come il crollo del regime sia la sola opzione in grado di eliminare definitivamente la minaccia iraniana, senza contare poi come negli ambienti politici israeliani vi è il timore che un’intesa sottoscritta da Washington con un esponente della Repubblica Islamica rappresenterebbe una legittimazione del regime. Ma sulla risposta di Teheran alle proposte di Trump pesano in maniera determinante i contrasti tra gli esponenti considerati più propensi al negoziato e l’ala più intransigente rappresentata dai vertici delle “Guardie Rivoluzionarie” che al momento sembrano aver assunto il controllo della situazione. L’avvio formale del negoziato e l’accettazione delle richieste fondamentali avanzate dalla Casa Bianca segnalerebbe quindi come all’interno del regime sia di fatto avvenuto un cambiamento, mentre la chiusura ad ogni trattativa porterebbe probabilmente ad un’azione militare statunitense sull’isola di Kharg, il terminale da dove transita il 90% del greggio iraniano e che, se conquistato, infliggerebbe un colpo forse decisivo all’Iran che si vedrebbe privato delle entrate derivanti dalla vendita del greggio, e questo in un momento in cui Teheran sta fronteggiando pure una forte crisi valutaria dato che i depositi custoditi negli Emirati Arabi Uniti sono stati congelati dopo l’inizio delle ostilità. L’operazione però non esente da rischi, in quanto l’Iran potrebbe rispondere attaccando le installazioni petrolifere dei Paesi del Golfo provocando così delle ulteriori tensioni sui mercati finanziari ed energetici.
La strategia dell’Iran: allargare il conflitto nel tempo e nello spazio
Una volta esplose le ostilità, la strategia di Teheran è stata improntata ad una “guerra d’attrito” che da un lato ha mirato ad estendere il conflitto al maggior numero di Paesi, come dimostrano gli attacchi missilistici che hanno avuto per obiettivo una decina di Stati della regione, e dall’altro a dilatarlo nel tempo con l’obiettivo di far emergere, soprattutto negli Stati Uniti, un’ondata di dissenso capace di costringere la Casa Bianca a porre termine alle operazioni. Sul piano politico, colpendo i Paesi del Golfo, che erano stati i più critici verso una possibile azione militare contro l’Iran, Teheran auspicava che i contraccolpi economici e d’immagine causati dagli attacchi avrebbero spinto i governi di quei Paesi a distanziarsi da Washington e quindi a premere su Trump per porre termine alle ostilità. L’obiettivo è stato però completamente mancato, in quanto gli Stati del Golfo non solo hanno condannato gli attacchi missilistici iraniani, ma appaiono ora allineati alle posizioni degli Stati Uniti assumendo una linea più confrontazionale verso Teheran, tanto che proprio i leader di quei Paesi ritengono oggi come in ogni scenario futuro le capacità offensive dell’Iran dovranno essere ridotte ad un livello tale da non costituire più un pericolo per gli Stati vicini. Più complesso si presenta il quadro se si passa ad esaminare il ruolo dei gruppi armati regionali legati a Teheran. Mentre “Hamas” dopo i colpi subiti non costituisce più un rischio per la sicurezza di Israele, diverso è il discorso per “Hezbollah”. Pure se gli attacchi israeliani hanno pesantemente indebolito il gruppo decapitandone la leadership, senza contare poi come il crollo del regime di Bashar al – Assad in Siria lo ha privato di una base d’appoggio per ricevere le forniture di armi dall’Iran, questo conserva tuttavia ancora delle capacità offensive anche se il diverso quadro interno libanese costituisce oggi un ulteriore limite alla sua azione. Subito dopo l’esplosione del conflitto difatti tutte le forze politiche del Paese hanno dichiarato come il Libano doveva restarne al di fuori, mentre gran parte dell’opinione pubblica disapprova le azioni degli “Hezbollah”, tanto che il 79% sostiene come solo l’Esercito regolare dovrebbe avere il diritto di portare le armi ed il 73% appoggia la decisione del Presidente Aoun di procedere al disarmo della milizia sciita. Sul piano politico, la posizione del movimento appare poi nell’ultimo anno essersi sensibilmente indebolita. Non solo il Premier Nawaf Salam ha ridotto il numero di dicasteri assegnati ad “Hezbollah” ma ha pure deciso di eliminarne il diritto di veto sulle scelte dell’esecutivo, mentre lo stesso movimento sciita “Amal”, guidato dallo “Speaker” del Parlamento Nabih Berri il quale passato ne aveva sempre sostenuto l’azione, sembra oggi intenzionato a prendere le distanze da “Hezbollah”, tanto che i suoi Ministri hanno scelto di non opporsi alla decisione del governo di interdire le attività del movimento sul piano militare. In questo scenario, il rischio per il Libano è quello che la crisi umanitaria causata dall’intervento israeliano nel sud possa provocare degli scontri tra le diverse comunità del Paese facendolo precipitare addirittura in una guerra civile. Un discorso a parte va fatto poi in merito all’azione degli “Houthis” che hanno deciso di lanciare un attacco missilistico contro il sud di Israele. Nelle intenzioni di Teheran, l’intervento del gruppo sciita yemenita avrebbe lo scopo di aggiungere un ulteriore elemento di pressione su Washington, in quanto le loro azioni contro il naviglio in transito nello Stretto di Bab el – Mandeb potrebbero bloccare il traffico sul Mar Rosso rendendo così ancora più critico il già difficile scenario energetico internazionale. Ma sulla effettiva capacità di porre in atto quanto ipotizzato permangono forti dubbi. Se da una parte è vero che gli “Houthis”, pure se indeboliti dalle azioni condotte congiuntamente da Stati Uniti ed Israele tra il 2023 ed il 2025, conservano tuttora una capacità d’azione avendo nascosto parte del loro armamento tra le montagne dello Yemen, dall’altra però, come ha evidenziato una recente analisi dell’“International Crisis Group”, eventuali azioni condotte contro gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita comporterebbero per il movimento dei rischi assai rilevanti. Difatti, l’intesa sottoscritta nel 2025 con l’Amministrazione Trump, in base alla quale gli “Houthis” non avrebbe più condotto attacchi contro le navi statunitensi, andrebbe a decadere esponendoli alla risposta militare di Washington che inoltre inasprirebbe pure le sanzioni economiche, mentre nel caso di un’azione contro l’Arabia Saudita, come accadrebbe nel caso venisse attaccato il terminale di Yanbu dove è stato in parte reindirizzato il trasporto petrolifero dopo la chiusura di Hormuz, è probabile che Riyadh denunci la tregua informale in vigore dal 2022 riprendendo così le operazioni militari. Per questo, diversi osservatori ritengono come gli “Houthis” adotteranno una strategia attendista a seconda di come si evolverà la situazione, anche se va evidenziato come la riduzione delle forniture provenienti dall’Iran rappresenta oggi un ostacolo rilevante per le azioni del gruppo che non dispone della capacità di produrre autonomamente né gli armamenti né i componenti missilistici. Un quadro che appare quindi estremamente complesso e dal quale trarre conclusioni definitive sembra quantomai difficile.

