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NotizieI vantaggi strategici di un ritiro disonorevole

I vantaggi strategici di un ritiro disonorevole

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La dipartita americana da Kabul e gli effetti sulla competizione internazionale

Dopo vent’anni di guerra e dopo avere sostenuto costi umani ed economici affatto trascurabili, gli Stati Uniti lasciano l’Afghanistan in maniera disonorevole. Come sottolineato da Gabriele Natalizia in un recente contributo apparso in questa sede nella parte politicamente più obiettiva del suo discorso il Presidente Biden non ha celato come le priorità strategiche degli Stati Uniti siano cambiate. Russia e Cina, anziché Medio Oriente e Asia Centrale, e il Pacifico, anziché il Mediterraneo, sono oggi le priorità per Washington. Mantenere la presenza militare in Afghanistan, nel quadro di un processo di stabilizzazione mai pienamente compiuto, si tratta di un lusso fuori dalla portata anche di una potenza come Washington, a maggior ragione in una fase nella quale il vantaggio sui propri antagonisti sembra assottigliarsi. Meglio andarsene, dunque, e qualora si lasciassero da parte le considerazioni di ordine umanitario – brutto da dire, ma un fattore secondario in politica internazionale, soprattutto nel breve periodo – proprio la scelta di lasciare il Paese nel caos potrebbe avvantaggiare gli Stati Uniti nel confronto globale con Cina e Russia. 

Anzitutto, benché omesso dal dibattito di questi giorni, gli Stati Uniti sono una potenza insulare. Si tratta di un Paese la cui sicurezza dei confini non è direttamente minacciata da vicini ostili, perché protetto da enormi masse oceaniche. Al di là delle considerazioni sul ruolo internazionale di Washington, qualunque forma di proiezione esterna protratta o permanente rischia di risultare innaturale, ora un atto imperialistico ora un impegno che implica il sacrificio di vite e risorse americane per interessi di fatto non vitali. Dare per scontata la presenza americana in teatri di crisi in Europa, Africa o Asia, insomma, è un errore o comunque una pretesa che contraddice il principio di parità che regola la politica internazionale. Non andrebbe mai dimenticato infatti che, diversamente da quelle interne, quella internazionale è un’arena anarchica e non gerarchica, ancorata al principio dell’autodifesa (self-help system) e non al monopolio della violenza legittima. Stare in Afghanistan, per quanto possa essere spiacevole affermarlo, poco o nulla avrà a che vedere con la protezione degli interessi vitali dell’America. In termini geopolitici, la decisione di lasciare l’Afghanistan costituisce dunque una scelta razionale e la precondizione per il ritorno al ruolo di off-shore balancer abbandonato da Washington all’indomani degli attentati di Settembre del 2001. A livello sistemico – si badi, non regionale – potrebbe addirittura rappresentare un fattore in grado di generare ordine nel medio-lungo periodo, come evidenziato in passato dalle interpretazioni di autorevoli realisti come Henry Kissinger e John J. Mearsheimer i quali non hanno esitato (pur con qualche ambiguità) a criticare decisioni come quelle di combattere in Vietnam e in Iraq.

Posto che nel metodo gli Stati Uniti abbiano gestito male il rientro dei propri contingenti dall’Asia centrale, nel merito la scelta trova una chiaro ancoraggio nelle geopolitica e, a patto di leggerlo attraverso una lente basata su logiche di potere e interesse, riporta di fatto il comportamento degli Sati Uniti nel solco dell’azione razionale. Rispetto a Russia e Cina, ovvero in relazione alle dinamiche che legano Washington e i suoi più diretti antagonisti, come si colloca la scelta di lasciare l’Afghanistan? Anche in questo caso, ciò che per gli alleati costituisce un comportamento che evidenzia una mancanza di senso di responsabilità rispetto al ruolo di prima potenza del sistema internazionale, da una prospettiva americana, non solo non contraddice gli impegni contratti in sede NATO, ma potrebbe costituire una scelta necessaria a conservare quel ruolo di baluardo dell’Occidente i cui benefici indiretti ricadano in prevalenza proprio sui Paesi che ora stanno criticando Washington, Italia inclusa. Diversamente dai primi anni Duemila, a livello sistemico, il vantaggio del quale l’America gode sia su Pechino sia su Mosca va assottigliandosi, interrompere il drenaggio di risorse verso un’azione di valenza regionale in un quadrante affatto vitale per gli USA, dunque, costituisce un arretramento tattico in grado, forse, di intaccare la legittimità del primato americano, ma non un errore strategico. A livello di strategia, anzi, costituisce forse la mossa più efficace per conservare le basi materiali (economiche e militari) di cui gli Stati Uniti hanno bisogno per non farsi mettere all’angolo dalla Cina e dalla Russia. 

Infine, veniamo alla parte forse più spregiudicata della manovra americana. Un coro di opinionisti si sta focalizzando sulla ‘non gestita’ – questa è l’espressione – uscita di scena delle forze americane. Una dipartita maldestra, sin troppo, nonostante Washington non sia nuovo a figuracce simili, tanto da destrare sospetti, a mio avviso. Ordine e caos sono notoriamente le due forze che muovono la politica internazionale. Sinora gli Stati Uniti hanno agito tendenzialmente a tutela dell’ordine, impiegandosi in teatri spesso non vitali, avvantaggiando chi, libero dagli obblighi della leadership mondiale, ha potuto concentrare le proprie risorse per accorciare le distanze da Washington, come nel caso della Cina, oppure per risollevarsi dalla batosta patita durante la Guerra fredda, come avvenuto per Mosca. Lasciare l’Afghanistan in una condizione di nation building mancato ma di complessiva stabilità, impegnarsi ancora per altri sei mesi o forse un anno avrebbe in qualche modo giovato a Washington nel confronto con i suoi diretti antagonisti? No, poiché Cina e Russia non avrebbero avuto delle ragioni pragmatiche (di sicurezza) per impegnarsi in Afghanistan, mentre avrebbero avuto buon gioco a continuare a fare free-riding. Lasciare il Paese nel caos, invece, costringerà probabilmente Pechino e Mosca a intervenire. Cina e Russia sono potenze di terra che con l’Afghanistan hanno in comune confini ‘porosi’ attraverso i quali il terrorismo suicida potrebbe propagarsi, minacciando la sicurezza nazionale di entrambi. Se come si dice il nemico del mio nemico è mio amico, in questo momento l’avanzata dell’ISIS in Afghanistan strumento migliore, soprattutto perché non esplicito, per deviare le risorse russe e cinesi dalla competizione globale con Washington. Che un ritiro disonorevole sia forse la chiave per aprirsi la porta della vittoria? Rileggendo la storia, non si tratterebbe certamente del primo caso. 

Marco Valigi,
Università di Bologna

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