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26/11/2025
Russia e Spazio Post-sovietico

Idroelettrico e indipendenza energetica: la sfida della Georgia tra sicurezza e sostenibilità

di Lisa Sciandrù

La Georgia è riemersa al centro del dibattito dopo le contestate elezioni parlamentari del 2024 vinte dal partito Sogno Georgiano, mettendo in stallo il processo di adesione all’UE fino al 2028. L’indipendenza energetica resta comunque una priorità per una nazione povera di risorse fossili ma ricca di potenziale nelle energie rinnovabili: la vera sfida è trovare un equilibrio tra sviluppo idroelettrico, sicurezza, sostenibilità e giustizia sociale in un contesto geopoliticamente vulnerabile.

La Georgia è riemersa al centro del dibattito dopo le contestate elezioni parlamentari del 2024 vinte dal partito Sogno Georgiano, mettendo in stallo il processo di adesione all’UE fino al 2028. L’indipendenza energetica resta comunque una priorità per una nazione povera di risorse fossili ma ricca di potenziale nelle energie rinnovabili: la vera sfida è trovare un equilibrio tra sviluppo idroelettrico, sicurezza, sostenibilità e giustizia sociale in un contesto geopoliticamente vulnerabile.

Come molti Paesi ex membri dell’Unione Sovietica, anche la Georgia, un piccolo Paese incastonato nel Caucaso meridionale, ha dovuto confrontarsi con un’eredità ingombrante: l’influenza della Russia negli affari interni, emersa in modo particolarmente evidente durante l’invasione russa in Georgia nell’agosto del 2008. Dietro la decisione di Mosca di intervenire militarmente nelle regioni separatiste dell’Ossezia del Sud e di Abkhazia non si celavano soltanto motivazioni etnico-nazionalistiche, ma anche la volontà di ostacolare il nuovo ruolo strategico che Tbilisi stava assumendo nei corridoi energetici sorti nei primi anni Duemila. In quel periodo, in un contesto segnato dalla grave stagnazione economica che aveva colpito il Paese dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Georgia aveva iniziato a muovere i primi passi verso una reale indipendenza politica ed economica grazie a progetti strategici come il gasdotto del Caucaso meridionale (South Caucasus Pipeline) e l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. Sostenuti in modo multilaterale dall’Unione europea e dagli Stati Uniti, questi progetti avevano l’obiettivo di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia e rafforzare il ruolo della Georgia come Paese di transito regionale

L’Europa come partner strategico

Nel 2009, a seguito del mancato intervento occidentale nel conflitto russo-georgiano e riconoscendo l’importanza strategica della regione in ambito energetico, l’Unione europea lanciò il Partenariato Orientale (Eastern Partnership, EaP) segnando un cambio di strategia verso i vicini dell’Europa orientale. L’iniziativa mirava a rafforzare la cooperazione regionale e a definire un quadro politico coerente per sei Paesi partner — Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina — volto ad avvicinarli progressivamente agli standard politici, economici e sociali dell’Unione europea. La Georgia stessa riconobbe l’energia come elemento cruciale per la sicurezza nazionale nel National Security Concept del 2011, individuando nell’idroelettrico una risorsa centrale per il fabbisogno energetico grazie alle abbondanti risorse idriche presenti sul territorio e alle infrastrutture idroelettriche ereditate dall’era sovietica, oggi datate e bisognose di modernizzazione, soprattutto in un contesto energetico vulnerabile alle fluttuazioni stagionali, alle frequenti interruzioni di energia elettrica nelle aree rurali e agli impatti del cambiamento climatico.

Negli anni successivi, dopo essere entrata a far parte della Comunità dell’Energia nel 2017 e in linea con il Green Deal europeo, la Georgia ha iniziato a integrare politiche ambientali e climatiche europee nella propria strategia energetica rendendo la transizione verde un tema sempre più centrale. Con l’aggiornamento del Partenariato Orientale del 2020 sono stati introdotti nuovi obiettivi e standard ambientali per lo sviluppo sostenibile dell’idroelettrico, settore cruciale per un Paese che, dopo la rottura dei legami energetici con la Russia nel 2008, dipende oggi in larga parte dalle importazioni dall’Azerbaigian, da cui provengono circa l’84% del gas naturale e quasi il 18% del petrolio consumato nel Paese. 

Per ridurre questa dipendenza, un pericolo parzialmente compensato dal solido partenariato strategico tra i due Paesi, la Georgia ha puntato con decisione sulle fonti rinnovabili, con l’idroelettrico che oggi copre circa l’80% della produzione elettrica nazionale (75,5% nel 2023), mentre la quota restante proviene dal gas naturale (23.9% nel 2023) e da energia eolica (0.6% nel 2023).

Deterioramento dei rapporti con l’UE e implicazioni ambientali 

Negli ultimi anni il rapporto della Georgia con l’Unione europea e l’Occidente si è progressivamente deteriorato. Alcune prese di posizione della Georgia, come la riluttanza del governo georgiano nell’imporre sanzioni alla Russia dopo l’invasione in Ucraina o l’introduzione della legge sugli agenti stranieri, hanno portato l’UE ad avere un atteggiamento più critico nei confronti del paese caucasico. Allo stesso tempo, il partito Sogno Georgiano ha spesso criticato Bruxelles per aver imposto condizioni di adesione all’Unione senza offrire incentivi sufficienti in cambio, alimentando un clima di crescente sfiducia nei confronti dell’UE. Questa tensione politica si è tradotta in un rallentamento concreto del percorso di integrazione europea, accentuato da quello che è considerato un deterioramento degli standard democratici interni emerso dopo le elezioni parlamentari del 2024 e confermato da quelle municipali del 2025.

Lo stallo nella procedura di candidatura all’UE, posticipata fino al 2028 a seguito della decisione del governo georgiano, ha implicazioni che vanno oltre la sfera politica ed economica, estendendosi potenzialmente al piano ambientale. A tal proposito, il recente documento della Commissione europea “2025 Communication on EU Enlargement Policyriguardante la Georgia afferma che “l’attuazione, il monitoraggio e l’applicazione della politica ambientale rimangono una sfida, in particolare a causa della capacità amministrativa limitata e instabile. Non ci sono stati progressi durante il periodo di riferimento per garantire la qualità della preparazione e dell’attuazione degli investimenti ambientali, compresa la trasparenza delle procedure, il rispetto della valutazione dell’impatto ambientale/valutazione ambientale strategica e altri elementi dell’acquis orizzontale”.

Questo stallo politico può quindi essere interpretato come un segnale della nuova tendenza del governo georgiano a privilegiare obiettivi di autonomia energetica e di consolidamento interno a scapito degli standard di sostenibilità ambientale precedentemente promossi da Bruxelles. Di conseguenza, tale orientamento solleva interrogativi sull’effettiva sostenibilità attuale dello sviluppo idroelettrico che negli ultimi anni è diventato sempre più aggressivo: tra il 2012 e il 2022, in Georgia sono state costruite 54 centrali elettriche, di cui circa il 61% idroelettriche, confermando il ruolo centrale di questa fonte nella strategia energetica nazionale. Tuttavia, senza il supporto e il monitoraggio europeo, è plausibile che lo sviluppo sostenibile, in particolare nel settore idroelettrico, rischi di essere compromesso minacciando la coerenza tra sicurezza energetica e tutela dell’ambiente

Controversie e criticità dei grandi progetti idroelettrici

L’idroelettrico, pur essendo funzionale per il raggiungimento degli obiettivi climatici nazionali, è il principale responsabile dello sfruttamento di risorse idriche e contribuisce all’inquinamento dei fiumi. Inoltre, la collocazione sismica della Georgia e la sua esposizione a eventi naturali come siccità e alluvioni rendono lo sviluppo di nuove centrali particolarmente delicato, mentre la costruzione di dighe spesso comporta la deforestazione di intere aree e un aumento del rischio di frane

Progetti controversi come la diga Nenskra, una diga idroelettrica da 280 MW con un costo stimato di 1 miliardo di dollari, e la centrale di Namakhvani, due impianti idroelettrici separati con capacità di 333 MW e 100 MW sul fiume Rioni, hanno suscitato polemiche e sollevato gravi criticità tra le comunità locali, tra cui l’aumento di disastri come frane e alluvioni, espropriazioni di terre private, danni ambientali e contratti poco trasparenti che conferiscono ampi poteri a investitori e governo, evidenziando come lo sviluppo idroelettrico privilegi spesso obiettivi economici a breve termine rispetto alla sostenibilità e alla giustizia sociale. Infatti, sebbene i grandi impianti promettano benefici economici in termini di investimenti e occupazione locale, tali vantaggi restano talvolta concentrati nelle fasi iniziali di costruzione e non compensano i costi ambientali e sociali sostenuti dalle comunità rurali.

In pieno contrasto con l’obiettivo dell’esecutivo di ridurre la dipendenza energetica dalla Russia attraverso l’idroelettrico, vi è anche la preoccupazione riguardo ai rischi tangibili per la sicurezza derivanti dalla costruzione di centrali idroelettriche nel Paese. Nella fattispecie, lopposizione ai progetti di Nenskra e Namakhvani è accentuata dalla vicinanza geografica alla Russia e dai timori di aggressione da parte di quest’ultima: la distruzione, nel 2023, della diga di Kakhovka in Ucraina ha aumentato la paura che infrastrutture simili in Georgia possano diventare bersagli militari. In particolare, con la diga di Nenskra a soli 10 chilometri dalla regione occupata di Abkhazia, gli abitanti temono che, in caso di un nuovo conflitto, tali impianti possano essere colpiti o cadere sotto il controllo del nemico, aumentando ulteriormente la fragilità del sistema energetico nazionale in un Paese che ha già subito i danni causati dall’occupazione russa. 

A questo proposito, non sorprende che proprio la Russia, nel 2008, sia stata accusata di aver colpito infrastrutture critiche in Georgia distruggendo un ponte ferroviario a ovest di Tbilisi e lasciando mine su una linea ferroviaria alternativa che danneggiarono un treno cisterna azero carico di petrolio: episodi che hanno messo in luce la vulnerabilità del corridoio energetico caucasico e la volontà di Mosca di riaffermare il proprio ruolo egemonico nel mercato energetico regionale

Il paradosso dell’indipendenza energetica

La Georgia continuerà a puntare sull’idroelettrico come cardine della sua strategia di sicurezza energetica, ma la scelta del governo di concentrare maggiormente gli sforzi sulla propria legittimazione interna, trascurando obiettivi come lo sviluppo sostenibile, la partecipazione democratica e la cooperazione regionale, rischia di trasformare la transizione energetica in un processo né sostenibile né equo per la popolazione e il territorio. Con il governo sempre meno incline a seguire le direttive europee e apparentemente sempre più vicino alle politiche russe, cresce il rischio che questi progetti energetici strategici finiscano per alimentare nuove forme di conflitto sociale e degrado ambientale

Inoltre, l’allontanamento dai partner europei e occidentali e il conseguente isolamento politico sulla scena internazionale potrebbero aumentare la dipendenza energetica da potenze straniere come la Russia e l’Iran, esponendo la Georgia a nuove sfere di influenza — un rischio che l’Unione europea non può correre.
In questo scenario, il paradosso appare evidente: la ricerca dell’indipendenza energetica, se condotta senza trasparenza e inclusione democratica, finisce per minare la stessa sicurezza che intende rafforzare, rendendo il sistema energetico georgiano ancora più vulnerabile e meno resiliente nel lungo periodo.

La transizione energetica georgiana si scontra dunque non solo con sfide tecniche e ambientali, ma anche con una crescente distanza tra istituzioni e cittadini. I progetti idroelettrici, spesso imposti dall’alto, generano diffidenza e opposizione nelle comunità locali rurali che vedono minacciati i propri territori e mezzi di sussistenza. Di fronte a questa realtà, il governo è chiamato a costruire un dialogo autentico con la popolazione e a garantire che le politiche energetiche non rispondano soltanto a esigenze di sicurezza nazionale, ma anche ai diritti, ai bisogni e alle aspirazioni delle persone che ne subiscono direttamente le conseguenze. 

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