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NotizieIl 2020 geopolitico di Stati Uniti e Nord America

Il 2020 geopolitico di Stati Uniti e Nord America

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Il 2020 è stato un anno molto difficile per gli Stati Uniti dato che il paese si è trovato ad affrontare, nell’anno delle elezioni presidenziali, una serie di sfide che si sono presentate in rapida successione e che si sono progressivamente sovrapposte: una su tutte quella del Covid-19 che ha giocato un ruolo cruciale sia nell’andamento delle presidenzialisia nelle politiche adottate dall’Amministrazione Trump. Guardando al contesto internazionale, Washington è stata coinvolta nell’uccisione del generale dei Pasdaran, l’iraniano Qasem Soleimani – da tempo nella black list americana – che ha seriamente rischiato di far degenerare gli eventi in Medio Oriente alimentando la paura per un’escalation verso un conflitto di più ampia portata. Inoltre, sia in Afghanistan – a seguito degli storici accordi tra Stati Uniti e talebani a Doha – che in Iraq, l’Amministrazione repubblicana ha ordinato un ulteriore ritiro di truppe. Relativamente al contesto interno, il 2020 ha visto l’assoluzione di Trump dal processo di impeachment, un’ondata di tensioni e proteste a seguito dell’uccisione di George Floyd e l’acuirsi della crisi economica con conseguente aumento della disoccupazione ai massimi storici a causa del coronavirus. Last but not least, nonostante il Covid-19 abbia comportato il ripensamento delle campagne elettorali di Trump e Biden, le elezioni presidenziali ci hanno accompagnato per un anno interno: dal caucus democratico in Iowa del 3 febbraio alla conferma della vittoria del ticket Biden-Harris da parte dell’Electoral College il 14 dicembre passando per il 3 novembre, l’Election Day.

L’articolo è a cura dell’area “Stati Uniti e Nord America” del Centro Studi Geopolitica.info formata da Alessandro Savini, Emanuele Appolloni, Elisa Maria Brusca, Ginevra Falciani, Ruggero Marino Lazzaroni e Stefano Lioy.

L’uccisione del Generale Qasem Soleimani

Nella notte del 3 gennaio, un drone MQ-9 Reaper armato con munizionamento di precisione ha attaccato un convoglio di velivoli in transito nell’aeroporto di Baghdad che al momento stavano trasportando il Generale iraniano Qasem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, rispettivamente il comandante delle unità speciali del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e la guida delle Forze di mobilitazione popolare irachene – colui che aveva orchestrato l’assalto all’ambasciata americana si Baghdad il 31 dicembre 2019. L’operazione è il culmine di un’escalation di violenza nel Paese che aveva visto le milizie sciite assumere un atteggiamento sempre più aggressivo verso la presenza statunitense.

Le reazioni al raid del 3 gennaio sembrano, nell’immediato, in linea con la spirale di violenza avviata nei mesi precedenti facendo pensare ad una possibile degenerazione dell’area mediorientale con una escalation tra Stati Uniti ed Iran ai limiti di una guerra. A Teheran centinaia di migliaia di persone scendono in piazza in segno di protesta contro gli Stati Uniti, mentre le autorità del paese minacciano “vendetta”. Sull’onda del criticismo sono anche le autorità irachene le quali definiscono il raid un “assassinio” e un atto di aggressione in quanto violazione della sovranità irachena che avrebbe portato alla guerra, mentre in Siria il presidente Bashar alAssad mostra la sua solidarietà nei confronti della figura di Soleimani. In generale, l’attacco ha visto un forte criticismo anche da parte degli alleati storici degli Stati Uniti (ad eccezione di Israele) ma anche da parte di Russia e Turchia mostrando come gli attori presenti nella regione mirassero ad un processo di de-escalation comprendendo perché si fosse arrivati a “un pericoloso punto di escalation”. Di fatto, il punto finale della questione viene posto con la “reazione” iraniana dell’8 gennaio in cui vengono lanciati circa 30 missili balistici a corto raggio (Fateh-110 e Qiam 1) verso le due basi americane di Erbil e Al Asad, provocando diversi feriti.

Il processo di impeachment sfuma al Senato

Gennaio e febbraio sono stati anche i mesi della fine del processo di impeachment nei confronti del Presidente Trump.

Il processo era iniziato il 24 settembre 2019, quando Nancy Pelosi, Speaker della Camera dei Rappresentanti, aveva annunciato che la chiamata di agosto fra Trump e il presidente ucraino Zelensky presentava elementi sufficienti per considerare la deposizione del presidente in carica. Secondo un informatore, durante quella chiamata, Trump avrebbe minacciato il suo omologo ucraino di non rilasciare aiuti economici e militari previsti per il paese. Successivamente, Trump dirà di averlo fatto in nome della lotta contro la corruzione, eppure la trascrizione della chiamata, rilasciata dalla Casa Bianca il 25 settembre, ha rivelato che l’obiettivo principale della discussione fosse Hunter Biden, il figlio di Joe Biden, che aveva lavorato con Burisma, una compagnia operante in Ucraina produttrice di petrolio e gas. Stando a quanto dichiarato da Trump, le indagini di corruzione in Ucraina su Burisma si erano fermate per colpa di Biden, al tempo vicepresidente, e Zelensky avrebbe dovuto riavviarle. Secondo i democratici, in cambio di cooperazione, l’ex comico ucraino avrebbe ottenuto l’equipaggiamento militare che chiedeva e una visita ufficiale alla Casa Bianca.

Il 18 dicembre la Camera ha votato per formalizzare il processo di impeachment, mettendo ufficialmente Trump in stato di accusa e, come da procedura, passando il caso al Senato, che avrebbe dovuto giudicare se il presidente fosse effettivamente colpevole di abuso di potere, per le pressioni esercitate nella chiamata, e di ostruzione al Congresso per aver impedito ad alcuni impiegati della Casa Bianca di testimoniare.

Il processo vero e proprio è cominciato quindi il 16 gennaio. I democratici hanno protestato a lungo poiché non gli era stato permesso di portare ulteriori documenti come prove. Mitch McConnell, capo della maggioranza repubblicana al Senato ha sostenuto a più riprese di essere convinto da tempo dell’innocenza del presidente, perseguito secondo lui solo per ragioni politiche.

Il 5 febbraio il Senato si è espresso, assolvendo ufficialmente Trump da entrambi i capi d’accusa. Per la condanna era richiesta la maggioranza dei due terzi ma tutti i 54 senatori repubblicani si sono espressi per l’assoluzione, tranne Mitt Romney, che ha votato per la condanna per la prima accusa, diventando il primo senatore americano a votare per l’impeachment di un presidente dello stesso partito.

I fardelli di Washington: Iraq e Afghanistan

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Nel 2020 la politica estera del presidente Trump è stata diretta a promuovere l’unità e la stabilità dell’Iraq, prevenire la rinsorgenza dello Stato Islamico e limitare l’influenza iraniana sul Paese, ormai percepito quasi come longa manus dell’Iran. Inoltre, le autorità statunitensi e irachene hanno inaugurato un dialogo strategico al fine di riaffermare la cooperazione bilaterale in materia di sicurezza e l’assistenza statunitense al Paese.
Ciononostante, non sono mancate le occasioni di attrito tra gli Washington e Baghdad. L’operazione che ha condotto all’uccisione del Generale Soleimani ha comportato la sospensione della cooperazione per la sicurezza e l’addestramento delle forze armate. Anche se alcune attività sono state ripristinate, le milizie sciite in Iraq continuano ad attaccare strutture e convogli statunitensi. Nondimeno, si sono registrati molteplici attacchi alle missioni diplomatiche americane in Iraq, tra cui il recente attacco all’ambasciata di Baghdad, colpita da 21 razzi. Il presidente Trump ha prontamente attribuito la responsabilità dell’attacco a una delle milizie iraniane. Nonostante i danni alla struttura e le intenzioni iraniane, non sono state registrate vittime. Il POTUS è quindi tornato a minacciare la chiusura dell’ambasciata a Baghdad, nel caso in cui le autorità locali non dovessero farsi carico di un maggiore controllo sui gruppi armati. La riduzione dello staff civile diplomatico va proprio in questa direzione.

Inoltre, lo U.S Central Command aveva già annunciato che il contingente statunitense dispiegato in Iraq avrebbe subito un ridimensionamento da 5.200 a 3.000 soldati. A novembre, il tycoon ha annunciato un ulteriore ritiro che lascerebbe solamente 2.500 soldati statunitensi in Iraq prima dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. La riduzione delle truppe risponde alla crescente convinzione del presidente che le forze di sicurezza locali stiano progressivamente acquisendo la capacità necessaria a condurre operazioni indipendenti contro le rovine dell’ISIS. Tuttavia, il consolato a Bassora rimane non operativo a causa di timori riguardo le condizioni di sicurezza. Peraltro, il Congresso ha stanziato dei fondi per sostenere l’addestramento e fornire gli strumenti di cui le forze di sicurezza necessitano fino al settembre 2021. Successivamente, ha destato malcontento popolare la grazia concessa dal Presidente Trump ai 4 contractors della compagnia militare privata Blackwater. Questi avevano aperto il fuoco il 16 settembre 2007 a piazza Nisour, (Baghdad), contro civili iracheni, uccidendone 17. Sembra dunque che l’interessamento statunitense per l’Iraq possa essere rinsaldato dal legame con l’Iran.

Relativamente all’Afghanistan, a febbraio, dopo anni di faticosi negoziati, gli Stati Uniti hanno siglato uno storico accordo con i Talebani in vista di un progressivo disimpegno dal paese nel corso del 2021. Ad inizio anno l’Amministrazione Trump ha posto come condizione imprescindibile per lasciare il paese il completo raggiungimento degli obiettivi previsti in sede di negoziazione, pena la permanenza di 3.000/5.000 unità in teatro qualora non tutte le condizioni – prima fra tutte la riduzione della violenza in termini percentuali del 70/80% – non fossero state rispettate.

L’accordo stipulato dal rappresentante politico statunitense presso i talebani, Zalmay Khalilzad, per quanto rappresenti un momento storico sembra, ancora una volta, essere registrabile come una vittoria per i Talebani: questi ultimi, veri vincitori di una guerra che dura da 19 anni e che ha visto un massiccio impegno militare –140 mila soldati della coalizione internazionale nel momento di maggior impegno operativo – hanno ottenuto la possibilità di agire indisturbati in un campo di battaglia in cui risultano essere gli unici attori legittimati a discapito di un governo indebolito dalla divisione del potere tra il presidente e il primo ministro esecutivo – figura, quest’ultima che non esiste nell’ordinamento giuridico afghano – incapace, attraverso le forze di sicurezza, di controllare un territorio che soprattutto nelle aree rurali risultata essere largamente sotto il controllo talebano. A tal proposito, va ricordato come in Afghanistan il commercio illegale di oppiacei sia una fonte incredibilmente redditizia per signori della guerra e attori non statali che operano nell’area.

Del resto, di un parziale ritiro delle truppe in Afghanistan si vociferava da tempo, all’interno dell’Amministrazione Trump; il segretario della Difesa Mark Esper, licenziato ad inizio novembre dal POTUS, aveva ammonito la Casa Bianca di come un ritiro affrettato delle truppe avrebbe potuto “danneggiare le truppe che rimarranno in Afghanistan”, mettendo a rischio le alleanze e delegittimando i negoziati in corso fra talebani e governo centrale afghano. Sarà interessante valutare l’operato di Washington dopo l’insediamento di Joe Biden, chiamato, anche in questo contesto, a prendere decisioni cruciali per la stabilità di un’area di importanza fondamentale per la pace e la sicurezza internazionale.

La morte di George Floyd e l’inizio delle proteste

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Il 26 maggio il video che testimonia l’uccisione dell’afroamericano George Floyd per mano della polizia di Minneapolis, avvenuta il giorno prima, fa il giro del mondo e scuote gli Stati Uniti nel profondo. Se fino a quel momento le accuse di omicidio di cittadini afroamericani da parte delle forze dell’ordine erano state più difficili da sostenere per la quasi totale mancanza di prove ma anche per la difficoltà di condannare un poliziotto in servizio, le telecamere di sicurezza e i filmati dei cellulari mostrano chiaramente Floyd agonizzante che chiede aiuto per quasi dieci minuti, mentre alcuni agenti lo tengono bloccato.

La sua morte dà il via ad una serie di proteste che si protrarranno per tutta l’estate. Il movimento Black Lives Matter, nato nel 2013 contro la violenza della polizia nei confronti degli afroamericani, ha organizzato manifestazioni nelle più grandi città del paese contribuendo a capillarizzare il dissenso anche nelle piccole comunità. A Minneapolis, nei giorni immediatamente successivi alla morte di Floyd, i manifestanti si sono riversati nelle strade, distruggendo negozi e dando fuoco ad alcuni edifici. Questa violenza, causata dalla rabbia e dalla frustrazione nei confronti di una situazione considerata ormai intollerabile ma anche dalla precaria condizione generata dal Covid-19, ha iniziato a dilagare in altre città americane, avvenendo parallelamente a numerose proteste pacifiche. Il presidente Trump ha condannato duramente le proteste e Black Lives Matter, definendolo un movimento di odio, paragonandolo alle bandiere degli Stati Confederati e ricorrendo in alcuni casi alla Guardia Nazionale per sedare le proteste. I più contrari alla situazione si sono organizzati in “milizie”, gruppi composti soprattutto da supporters di Trump che, armati, si sono riversati in diverse città per controllare che le infrastrutture più importanti non venissero danneggiate. Tuttavia, ciò ha avuto delle conseguenze tragiche, per esempio a Kenosha, dove il giovane Kyle Rittenhouse, arrivato in Wisconsin dall’Illinois, ha ucciso due manifestanti con un fucile semiautomatico.

L’ondata di proteste estive ha reso popolare lo slogan “Defund the police”, ossia “togliere i fondi alla polizia”, un organo che negli Stati Uniti ha un budget annuale di 115 miliardi di dollari, triplicato rispetto a quello del 1977.

Gli Stati Uniti tra Covid-19 e presidenziali

Il cammino verso il 3 novembre e la pandemia da Covid-19 hanno fatto da protagonisti nel dibattito americano e non solo. La corsa presidenziale, iniziata ufficialmente il 3 febbraio con i caucus in Iowa, è stata ricca di colpi di scena: uno su tutti il disastroso inizio del favorito Joe Biden che, con la vittoria in South Carolina, si avvierà di fatto verso la scalata che lo ha portato alla vittoria alle primarie democratiche prima, e alle presidenziali contro Donald Trump poi. In questo contesto, la pandemia, dichiarata come tale dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS) l’11 marzo, ha giocato un ruolo chiave per quanto riguarda gli equilibri politici interni. Se prima dell’arrivo del Covid-19 l’esito delle elezioni sembrava sostanzialmente scontato, la gestione ondivaga e poco chiara del virus da parte dell’Amministrazione Trump ha cambiato le carte in tavola. Inoltre, la pandemia ha portato obbligatoriamente ad un ripensamento delle campagne elettorali dei due candidati nonché delle Convention – anche se quella repubblicana si è svolta in presenza – dei dibattiti e dello stesso voto. A proposito del voto, molti americani hanno deciso di votare anticipatamente o per posta.

La notte dell’Election Day il presidente Trump sembrava favorito, nei giorni successivi però, conseguentemente all’arrivo dei voti postali, si è delineata una vittoria del democratico Biden grazie all’ottenimento di alcuni stati chiave come Arizona, Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin. Trump ha infatti cercato fino all’ultimo giorno possibile di portare avanti cause legali per cercare di annullare la vittoria del 78enne democratico e per rintracciare le presunte illegalità annunciate nel corso dei giorni e settimane successive al 3 novembre. Il 14 dicembre però l’Electoral College ha ufficializzato la vittoria del ticket Biden-Harris che si insedierà ufficialmente il prossimo 20 gennaio. Nel frattempo, Biden sta ultimando le scelte per quanto riguarda la composizione della sua squadra.

Il coronavirus, oltre ad aver influenzato la popolarità di Trump, il suo operato e le elezioni presidenziali, ha avuto un impatto disastroso sul sistema sanitario americano, sull’economia e sulla disoccupazione – arrivata ai massimi storici. Gli Stati Uniti, infatti, sono stati uno dei paesi più colpiti dal virus. Nonostante l’economia e la disoccupazione si stiano riprendendo grazie anche al piano record da 2 mila miliardi di dollari di aiuti economici approvato a marzo, Washington sta ancora combattendo contro il virus: in questi ultimi giorni dell’anno però è partita la campagna di vaccinazione. Una cosa è certa: il Covid-19 sarà assolutamente la priorità per Biden sin dall’Inauguration Day.

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