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Il dibattito sull’autonomia strategica dell’Europa mette a rischio i programmi militari franco-tedeschi e il futuro della difesa europea

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Francia e Germania sono impegnate nello sviluppo congiunto di programmi militari dal contenuto tecnologico molto avanzato condotti con lo scopo di fornire alle rispettive forze armate capacità operative alquanto ambiziose, entro la fine della prossima decade. Nel corso dell’anno appena passato, tuttavia, si è assistito a un dibattito a tratti acceso tra le due parti in merito all’idea di autonomia strategica dell’Europa: un tema sul quale tra Francia e Germania esiste una forte divergenza. Alla luce di questo dibattito, la cooperazione franco-tedesca in materia di armamenti sembra andare incontro ad alcune difficoltà con conseguenze verosimilmente sfavorevoli per il futuro della difesa europea.

Un anno nero per l’integrazione militare dell’Europa

Durante l’anno appena trascorso, il processo di integrazione militare dell’Unione Europea ha subito una battuta d’arresto scaturita da due fattori: da una parte, la pandemia da Covid-19, che ha imposto una riduzione del budget comunitario, con il dimezzamento dei fondi messi a disposizione dall’European Defence Fund; dall’altra, la nascita di un dibattito tra Francia e Germania in merito a un tema alquanto spinoso, quello dell’autonomia strategica europea. Relativamente a tale tema, le visioni alquanto divergenti dei due stati potrebbero mettere a rischio la prosecuzione di un processo di sempre più stretta cooperazione militare nel continente. È utile ripercorrere rapidamente le tappe principali della parabola che hanno contraddistinto questo dibattito al fine di comprendere più chiaramente in che modo la visione francese differisce da quella tedesca.

Il primo intervento ha avuto luogo dopo il summit NATO di Londra del dicembre 2019. Il giorno dopo la conclusione dell’incontro, il presidente francese Macron faceva scalpore dichiarando sulle colonne del The Economist che la NATO si trovava ormai in uno stato di “morte celebrale”. Da questa provocante affermazione Berlino prendeva subito le distanze, schierandosi immediatamente contro Parigi e ribadendo, al contrario, il ruolo essenziale dell’Alleanza per la Germania.

Nel febbraio 2020, era di nuovo Macron a lasciare stupiti tutti i capi di stato europei. In occasione di un intervento presso la Scuola di Guerra di Parigi, il vertice dell’Eliseo proponeva l’allargamento dell’ombrello nucleare francese a tutta l’Europa. Ancora una volta, la Germania rispondeva con un rifiuto, affermando che l’invito francese non avrebbe potuto sostituire in alcun modo la partecipazione tedesca alla deterrenza nucleare fornita dalla NATO. “Non vedo nessuna ragione di procedere ad alcun cambiamento della dissuasione dell’Alleanza”, rispondeva seccamente il ministro della Difesa tedesco, Annegret Kramp-Karrenbauer, alla proposta francese. Tra l’altro, poche settimane dopo il discorso del presidente Macron, la Germania inviava un segnale forte a Parigi, scegliendo gli F/A-18s Super Hornet di Boeing per rimpiazzare i suoi Tornado, piuttosto che procedere con una modifica dell’Eurofighter per renderlo capace di impiegare l’armamento nucleare americano, in questo modo evidenziando l’assoluta disponibilità da parte di Berlino di rivolgersi allo storico alleato per la sostituzione dei suoi sistemi d’arma.

Ad agosto il dibattito tornava ad accendersi, con la Turchia che inviava la nave da esplorazione Oruc Reis, scortata da naviglio militare, nelle acque territoriali cipriote. Anche in quell’occasione, le risposte di Berlino e di Parigi differivano notevolmente. La Francia – già ai ferri corti con Ankara dopo la provocazione subita davanti alle coste libiche, quando una fregata turca aveva illuminato tre volte con il suo radar la fregata francese Courbet, in seguito alla quale la Francia aveva deciso il ritiro dalla missione Sea Guardian a guida NATO – mobilitava assetti navali e aerei nel Mediterraneo orientale, inviando un segnale forte alla Turchia, ma anche alla NATO, già accusata da Macron di aver assunto un atteggiamento troppo tollerante verso i turchi. Berlino, al contrario, reagiva duramente alle azioni francesi, giudicandole troppo irruente e provocatrici, preferendo intavolare un tentativo di mediazione con i turchi, senza successo. Ancora una volta, come chiaramente espresso dal ministro della Difesa francese qualche mese dopo, appariva evidente che la Francia, oltre alla Grecia, era il solo stato a volere assumere un approccio muscolare nei confronti della Turchia.

L’episodio conclusivo che segna la fine della vicenda si verificava a novembre, con un botta e risposta sulle pagine di alcune tra le riviste più importanti del continente. Il 2 novembre, era il ministro della Difesa tedesco, Kramp-Karrenbauer, a riaccendere la scintilla del dibattito, affermando sulle colonne di Politico che “bisogna che abbiano fine tutte le illusioni di un’autonomia strategica europea”, rivolgendosi implicitamente a Macron. Qualche settimana dopo, il 16 novembre, Macron ribatteva in maniera dura al ministro tedesco: rispondendo alle domande postegli da un giornalista di Le Grand Continent, Macron si dichiarava “in profondo disaccordo” con le parole di Kramp-Karrenbauer, giudicando quanto detto dal ministro “un controsenso della storia”. Nella sua intervista, Macron esponeva la sua idea di autonomia strategica europea, concretizzabile in una richiesta di un maggiore margine di manovra nei confronti di Washington: “è indispensabile (…) che l’Europa non dipenda da altri, in tutti i campi, tecnologico come sanitario o geopolitico, e che possa cooperare con chi voglia”.

I programmi militari franco-tedeschi

Mentre Macron e il ministro Kramp-Karrenbauer discutevano sulle colonne del The Grand Continent in merito all’idea di autonomia dell’Europa, Parigi e Berlino portavano avanti in maniera congiunta alcuni grandi progetti militari Sorprende il fatto che a fronte di una divergenza di vedute così radicale su un tema così importante, quello dell’autonomia strategica europea, i due stati abbiano deciso di impegnarsi – a dir la verità su impulso prevalentemente francese – in programmi così avanzati e complessi, che richiedono ingenti quantità di tempo e di risorse. Tale dinamica appare ancora più sorprendente se si considera che in realtà quanto portato avanti Francia e Germania nel campo della difesa rappresenta quasi un inedito per il continente: in effetti, di programmi militari franco-tedeschi non se ne vedevano dagli anni ’90, quando volò per la prima volta l’elicottero Tigre, sviluppato congiuntamente dai due stati.

La cooperazione in ambito militare fu molto intensa a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Complice anche una situazione internazionale che esigeva un riarmo rapido da parte di entrambi gli attori europei, Parigi e Bonn svilupparono diversi progetti mirati alla realizzazione di armamenti di vario tipo e avviarono importanti colloqui volti a coordinare le rispettive iniziative in materia di Difesa, soprattutto nel campo dell’export militare. Tra i progetti di maggior successo, figurano il missile anticarro MILAN, sviluppato nel 1963, il velivolo Transall C-160 e il missile superficie-aria ROLAND, entrambi sviluppati nel 1964.

Fu negli anni ’90 che questa cooperazione subì un brusco arresto. Caduto il Muro di Berlino e riunificata la Germania, la coppia franco-tedesca non è più riuscita a sviluppare nessun programma d’armamento congiunto. Ci furono dei tentativi, come il carro europeo, voluto dal presidente francese Valery Giscard D’Estaing e dal cancelliere tedesco Helmut Schmidt, risolti tuttavia in un nulla di fatto. Quando si trattò di sostituire i principali sistemi d’arma delle rispettive Forze Armate, Francia e Germania presero strade molto diverse: Parigi si affidò esclusivamente alla propria industria nazionale, rinunciando al programma Eurofighter, cui partecipò la Germania – insieme al Regno Unito, all’Italia e alla Spagna – per produrre un caccia esclusivamente francese, il Rafale. Nemmeno nel campo in cui le competenze industriali tedesche erano nettamente superiori a quelle francesi, quello dei veicoli corazzati, la Francia volle collaborare con la Germania: Parigi sviluppò il proprio carro, il Leclerc, mentre Berlino produsse il Leopard 2. Ancora, quando si trattò di dotare le proprie Forze Armate di un moderno sistema missilistico terra-aria, la Francia si rivolse nuovamente alla propria industria, realizzando – questa volta di concerto con l’Italia, anche se quest’ultima ebbe una quota minore – il sistema SAMP/T, mentre la Germania si rivolse all’alleato di riferimento, gli Stati Uniti, acquistando il sistema PATRIOT.

La scelta di Macron

Il cambio di approccio francese, fino ad allora basato sulla linea della totale indipendenza dal punto di vista industriale e quindi capacitivo, si verifica con l’avvento all’Eliseo di Emmanuel Macron. L’investitura del nuovo presidente avviene quasi in concomitanza con quella di Donald Trump alla Casa Bianca e solo qualche mese dopo l’annuncio del risultato del referendum sulla Brexit. È il combinato disposto di questi eventi a portare Macron a promuovere iniziative volte a fornire un rinnovato slancio all’integrazione militare europea, tra le quali figura lo sviluppo di alcuni grandi progetti industriali militari in maniera congiunta con la Germania. Sono quattro i programmi su  cui punta la coppia franco-tedesca: il Maritime Airborne Warfare System (MAWS), per lo sviluppo di un aereo da pattugliamento marittimo; il Common Indirect Fire System (CIFS) per lo sviluppo di un pezzo di artiglieria semovente; il FCAS (Future Combat Air System) per lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo di sesta generazione; il Main Ground Combat System (MGCS) per lo sviluppo di un carro di nuova generazione. Una caratteristica comune a tutti e quattro i programmi è quella di essere categorizzati all’interno dell’insieme di sistemi cosiddetti di “nuova generazione”, termine che indica un programma dotato di tecnologie all’avanguardia. Oltre al livello di ambizione tecnologica, le iniziative in questione condividono un calendario molto lungo: tutti i programmi prevedono di concludersi verso la fine del prossimo decennio, tra il 2035 e il 2040.

Le divergenze franco-tedesche in merito all’idea di autonomia strategica europea, rese evidenti dal dibattito di cui si è trattato nelle righe precedenti, hanno inevitabilmente prodotto un effetto negativo sui programmi in fase di sviluppo tra i due Paesi. In effetti, se alcuni di essi sembrano scricchiolare, altri procedono a rilento e incontrano svariati ostacoli.

Il MAWS dovrebbe fornire un sostituto per i pattugliatori P-3C Orion e Atlantique 2 (ATL-2) della marina tedesca e francese. Entrambi i velivoli dovranno essere sostituiti intorno al 2035-2040, quando non saranno più in grado di supportare le operazioni. I due pattugliatori, tuttavia, necessitano di un importante rinnovamento per poter essere in grado di supportare le operazioni fino a quella data. Mentre la Francia ha già avviato il programma di rinnovamento dei suoi ATL-2, la Marina Tedesca sembra propendere verso l’acquisto dei P8 Poseidon americani, realizzati da Boeing, piuttosto che rinnovare i suoi P-3C o preferire una soluzione provvisoria europea (come il RAS-72 Sea Eagle). Se la Germania acquistasse i Poseidon, la cooperazione franco-tedesca nel settore finirebbe, seppellendo definitivamente qualsiasi possibilità di sviluppare in Europa un’alternativa al P-8 Poseidon americano.

Relativamente al CIFS, tale programma dovrebbe portare alla sostituzione dei CAESAR e dei LRU francesi così come dei Pzh2000 tedeschi verso la fine del prossimo decennio. Tuttavia, il programma subirà con molta probabilità un ritardo di una decina d’anni, vista la scarsa disponibilità di risorse assegnate da entrambi gli stati. Questo ritardo ha delle conseguenze radicalmente differenti in Francia e in Germania, sia dal punto di vista industriale che operativo. La Germania può tollerare questo ritardo: possiede le competenze tecnologiche e industriali per aggiornare i suoi Pzh2000 in modo da renderli in grado di operare fino al 2050 e, soprattutto, non si fa problemi nel rivolgersi agli USA per la sostituzione dei suoi sistemi d’arma. La Francia, al contrario, non è in grado di aggiornare i suoi CAESAR, che già oggi sono inadatti ad un conflitto convenzionale ad alta intensità, mentre i suoi LRU necessitano già oggi di un sostituto. Insomma, viste le divergenze tra i due paesi nell’affrontare questo ritardo, è possibile che il programma venga cancellato.

Quanto ai programmi SCAF e MGCS, essi procedono in maniera più spedita rispetto ai primi due, ma mantengono al loro interno alcuni elementi potenzialmente molto destabilizzanti. In entrambi i programmi, lo sforzo industriale non è parimenti ripartito. Nel caso del MGCS, ad oggi due terzi del lavoro sono affidati a KNDS, holding europea risultante dall’unione di Nexter (francese) e Krauss Maffei Wegman (KMW, tedesca), mentre il restante terzo è attribuito alla KMW. Anche nel caso del FCAS, Parigi ha dovuto lasciare a Berlino la fetta più importante, con Dassault Aviation e Safran che si occupano rispettivamente del caccia e del sistema propulsivo, lasciando tuttavia all’industria tedesca – e in misura molto minore spagnola – l’avionica di bordo, il sistema di sistemi, l’armamento, la sensoristica. Alcune grosse aziende francesi, tra cui Thales, restano fuori dal programma, con tutti gli inevitabili rischi in termini occupazionali e di mantenimento delle competenze industriali e tecnologiche.

Alla luce di quanto avvenuto nel corso del 2020, sembra che la scelta di Macron imponga all’industria nazionale dei rischi molto seri. In breve, con l’avvio di questi programmi, oltre ad aver legato a doppio filo la Francia ad un stato che persegue una politica estera con un approccio assai diverso da quello francese – con tutte le implicazioni del caso, soprattutto in termini di regolamentazione dell’export militare, fattore su cui Parigi conta moltissimo, essendo il terzo stato al mondo per vendita di armamenti – il presidente francese ha dovuto concedere ai tedeschi un potere negoziale più forte nello sviluppo dei programmi militari congiunti, sperando in questo modo di rafforzare l’integrazione militare europea per poter procedere spedito verso l’idea francese di Europa, espressa chiaramente nel corso dello scorso anno ma seccamente rifiutata a più riprese da Berlino.

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