Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
31/07/2024
Russia e Spazio Post-sovietico

Il doppio volto dell’economia russa in tempi di guerra

di Leonardo Sala

Hanno fatto molto discutere recentemente le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che rivede al rialzo le previsioni di crescita dell’economia russa, performando oltre le aspettative nonostante le sanzioni occidentali. Un’analisi più profonda, tuttavia, rivela le criticità distorsive di un sempre più pesante bilancio militare, il cui fato dipende quasi unicamente dallo scambio di gas e petrolio. Un’economia che ha senz’altro dimostrato resilienza, per il momento, ma strutturalmente fragile, che non è in grado di produrre ricchezza se non tramite costose guerre di conquista ed estrazione di risorse.

Hanno fatto molto discutere recentemente le stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che rivede al rialzo le previsioni di crescita dell’economia russa, performando oltre le aspettative nonostante le sanzioni occidentali. Un’analisi più profonda, tuttavia, rivela le criticità distorsive di un sempre più pesante bilancio militare, il cui fato dipende quasi unicamente dallo scambio di gas e petrolio. Un’economia che ha senz’altro dimostrato resilienza, per il momento, ma strutturalmente fragile, che non è in grado di produrre ricchezza se non tramite costose guerre di conquista ed estrazione di risorse.

Oltre le stime del Fondo Monetario

A due anni dall’inizio della sua guerra di aggressione nei confronti dell’Ucraina, la Russia mostra un’economia che performa al di sopra delle aspettative, nonostante una guerra di attrito che non accenna a svolte significative e delle sanzioni occidentali di estesa portata. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI, 2024) ha, infatti, rivisto al rialzo le stime per la crescita del PIL russo, che si attestano ad un solido incremento reale pari al 3,2% per il 2024. Un numero importante e che comunica resilienza, almeno apparentemente, se comparato alle più contenute stime di crescita per i paesi occidentali. Tra le economie europee più avanzate non brillano certo Italia o Francia, con un magro 0,7%, mentre a far meglio è la Spagna di Sanchez, che si aggiudica un modesto 1,9%. La più penalizzata rimane la Germania, con un flebile 0,2%, che tanto ha fatto discutere per aver premiato partiti di opposizione come AfD alle recenti elezioni europee. 

Eppure, un’analisi più approfondita dietro la performance russa è doverosa per non fermarsi in superficie e mettere a fuoco la giusta prospettiva. Anzitutto, se comparato ad alle stime di economie della stessa lega, ovvero in via di sviluppo e mercati emergenti, il 3,2% russo ha molto da invidiare ad una Cina che nonostante le turbolenze interne ottiene un 4,6% e ad un’India che corre con un invidiabile 6,8%. Non solo, perché nella non lontana Serbia l’outlook si prospetta del 3,5% per quest’anno, e ci si aspetta un rafforzamento ulteriore l’anno prossimo (4,5% contro 1,8% in Russia). Insomma, una buona performance ma lungi dall’essere eccezionale in chiave comparata. La composizione del PIL di un paese dipende da varie componenti, spesa pubblica inclusa. Non sorprende del tutto, dunque, una crescita di questo tipo se si guarda alle sempre più preponderanti spese militari della Federazione Russa. Esse totalizzano una cifra stimata di oltre 100 miliardi di dollari (in equivalenza) nel 2023, in aumento del 24% rispetto al 2022, attestandosi il 5,9% del PIL e  al terzo posto come quota  mondiale (4,5%) dopo USA (37%) e Cina (12%) (SIPRI, 2023a). Realistici o meno, si tratta di numeri impressionanti, che tuttavia sottostimano il vero costo dell’intero sforzo bellico, dato che altre tipologie di spese assimilabili, come quelle mediche per curare i feriti, o quelle per la costruzione, modifica, o riparazione di infrastrutture coinvolte dalle attività militari, figurano in capitoli di spesa differenti. Quel che è certo è che una fetta considerevole di spesa pubblica che viene destinata alla guerra non viene, giocoforza, destinata ad altro. 

Ma come si finanzia un Behemoth fiscale di questo tipo, che per quest’anno si stima arrivi ad assorbire più di un terzo dell’intero budget di spesa (SIPRIb, 2023b)? Quella russa è infatti un’economia estrattiva, non certo alla frontiera tecnologica e dell’innovazione, né dispone di un settore produttivo in grado di offrire prodotti particolarmente attrattivi per il mercato internazionale. A dire il vero, si basa su una fortuna che risiede interamente nel sottosuolo. Il settore degli idrocarburi vale un quinto del PIL, con la vendita di gas e petrolio che conta per più del 30% delle entrate totali (OIES, 2024).  Lo stesso FMI, nella sua appendice statistica, ci informa che le proiezioni della crescita economica russa dipendono fortemente dal prezzo del petrolio, con un benchmark fissato a 60$/barile. A questo scopo serve del Fondo Sovrano (National Wealth Fund), dedicato a controbilanciare eventuali cali di entrate. Dovesse il petrolio essere scambiato sufficientemente a lungo sotto questa soglia e/o i volumi scambiati risultassero insufficienti, il cuscinetto rischierebbe il prosciugamento e gli effetti sull’economia non tarderebbero a manifestarsi. Basta poco insomma per farne diminuire significativamente la quotazione, come in primavera 2022 o nell’ultimo trimestre dell’anno scorso. In quest’ultimo specifico caso, produzioni record di Stati Uniti, Brasile e Guyana hanno fatto precipitare il prezzo del petrolio russo di quasi il 30%, toccando i $57/barile a metà dicembre (IEA, 2023).

Figura 1 – Andamento del prezzo del petrolio russo (Urals Oil Price)

A graph with numbers and lines

Description automatically generated

Fonte: elaborazione dati Investing.com 

Sanzioni inefficaci?

La Russia si è dimostrata capace di adattarsi piuttosto bene alle sanzioni occidentali, almeno finora, e ciò ha senz’altro contribuito a supportare l’andamento economico. Nonostante divieti all’esportazione di diversi componenti strategici sia militari che civili, la triangolazione delle sanzioni per paesi terzi e il crescente contributo della Cina nel rifornire il mercato russo hanno reso le cose più complesse per l’Occidente, impegnato in misura crescente a contrastarne gli effetti. Tuttavia, come menzionato in precedenza, il vero punto forte dell’economia russa, e simmetricamente, il suo tallone d’Achille, sono i ricavi del settore degli idrocarburi. L’effetto delle sanzioni energetiche c’è stato, con i ricavi derivanti dalla vendita di petrolio e gas che hanno visto un ridimensionamento significativo secondo un recente report dell’Atlantic Council (2024), passando da $172,8 a $104 miliardi tra il 2022 e il 2023, una contrazione di quasi il 24%. Sempre lo stesso report mostra come il mercato europeo del gas si è infatti dimostrato particolarmente difficile da sostituire, creando non pochi problemi per il gigante Gazprom, che ha riportato una perdita netta di quasi 7 miliardi registrata nel 2023, per la prima volta da 20 anni. Diverse considerazioni valgono per il petrolio russo, che vede sempre più favorevoli altri approdi.  Spesso comprato a sconto, è aumentato di peso nei bilanci di Cina e India, che negli ultimi due anni hanno accolto il 45% e il 35% rispettivamente dell’export totale russo di tale commodity (CREA, 2024).

Cionondimeno, l’Occidente può ancora infliggere pesanti colpi al finanziamento bellico del Cremlino. Sempre più presente nelle discussioni dei policymakers vi è infatti la possibilità di sanzioni contro la Cina, che per la Russia rappresenta ormai un partner commerciale (oltre che strategico) indispensabile. L’eventuale minaccia di sanzioni secondarie americane ha sortito effetto sul Dragone, che questa primavera registra diversi casi di istituti finanziari in cerca di de-risking dai partner russi (Bloomberg, 2024). Il Consiglio dell’UE ha, invece, da poco raggiunto un accordo per un quattordicesimo pacchetto di sanzioni, che prevede per la prima volta misure restrittive sul gas naturale liquefatto russo (Liquified Natural Gas, LNG), di cui l’UE che rimane tuttora il primo mercato di sbocco (Sullivan, 2024). Compromessi politici ne hanno però ridotto considerevolmente la portata, poiché con il nuovo pacchetto non è previsto un divieto totale di import, mentre misure più aggressive volte ad affrontare l’elusione delle sanzioni sono state escluse dalla proposta originale. Si tratta comunque di un precedente importante, che segnala a Mosca l’intenzione di continuare a mettere pressione sui settori chiave per il sostegno alla guerra. Un’altra leva considerevole che ha il potenziale di far soffrire pesantemente il Cremlino sarebbe invece uno stringimento e maggior implementazione sul tetto al prezzo del petrolio (oil price cap) fissato dalla coalizione del G7. Attualmente fermo a $60/barile e scarsamente efficace, recenti stime del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA, 2024) mostrano che una piena imposizione del price cap dalla sua introduzione a maggio 2024 avrebbe tolto alla Russia 18,5 miliardi di euro di ricavi (una perdita dell’8%). Un dimezzamento del tetto a $30/barile, invece, avrebbe privato alla macchina bellica di Mosca 55 miliardi di euro (in questo caso una perdita pari al 25%) nello stesso periodo, di cui 3,5 miliardi solo nel mese di maggio di quest’anno. 

Figura 2 – Ricavi da export di petrolio russo con diversi scenari di price cap

A graph with lines and numbers

Description automatically generated with medium confidence

Fonte: CREA (2024)

Il prezzo della guerra

Un grande merito della tenuta dell’economia va soprattutto alla Banca Centrale russa, che, in concomitanza del picco inflattivo del 17,8% (Aprile 2022) a seguito delle sanzioni, ha aspramente alzato i tassi di interesse, fino ad un 20% nello stesso periodo (Trading Economics, 2024a). Una politica monetaria durissima, riuscendo inizialmente a rallentare la crescita generalizzata dei prezzi, che tuttavia in primavera scorsa hanno ripreso a salire. Il surriscaldamento dell’economia dovuto alle ingenti spese militari ha infatti riportato ad un’accelerazione inflattiva, che sembra non volersi interrompere nonostante la ripresa al rialzo dei tassi. Attualmente l’inflazione in Russia viaggia oltre l’8%, creando non pochi mal di testa per la Governatrice Elvira Nabiullina. E se da un lato i consumi interni sentono il peso della crescita dei prezzi anche dei più semplici beni alimentari (Trading Economics, 2024b), l’enorme spesa di guerra e la mobilitazione di personale distolgono risorse al resto dell’economia, gonfiando i salari nel comparto militare e creando scarsità di forza lavoro altrove (ISPI, 2024). Una scarsità stimata intorno ai 5 milioni di lavoratori (Reuters, 2024), ulteriormente acuita da quasi un milione di persone che hanno lasciato il paese dall’inizio dell’invasione (RE:Russia, 2023). Di questi, almeno 100.000 sono figure altamente specializzate del settore tecnologico, che ne rappresentavano il 10% (Borak, 2023). Ma l’esodo contagia anche il comparto produttivo e aziendale. Secondo uno studio di alcuni economisti della Yale School of Management e del Leadership Institute, nei soli primi quattro mesi dall’inizio della guerra la Russia ha perso oltre un migliaio di aziende, che da sole varrebbero l’equivalente di circa il 40% del PIL, annullando tre decenni di investimenti esteri (Sonnenfeld et al., 2022). Insieme ad un tasso di disoccupazione ai minimi dalla fine dell’era sovietica (attualmente al di sotto del 3%), sembra dunque difficile soddisfare una domanda stabile e forte di lavoratori qualificati e non, con un tasso di immigrazione che secondo gli attuali scenari non è in procinto di aumentare (BOFIT, 2024). 

In conclusione, dopo più di due anni dall’invasione dell’Ucraina, la Russia ha dimostrato adattabilità e resilienza sorprendenti ma anche pericolose vulnerabilità. Una prospettiva incerta si dipana nel lungo termine, mettendo a nudo tutte le problematicità di un’economia tutt’altro che in salute e sempre più legata a doppio filo alla guerra stessa.

Gli Autori