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10/10/2023
Medio Oriente e Nord Africa

Il nemico del mio nemico è mio amico: i rapporti tra Turchia, Iran ed Israele

di Martina Canesi

La pericolante equazione delle alleanze mediorientali è soggetta al costante rimescolamento delle carte in gioco e alla fragilità delle coalizioni esistenti, e poiché le infinite combinazioni si reggono sulle necessità puntuali delle potenze regionali ed internazionali, raramente possono far affidamento su una visione strategica di lungo periodo. È precisamente questo il caso del curioso triangolo formatosi tra Turchia, Iran ed Israele, un’equazione fondata su azione e reazione dove la potenza turca fa da equilibrista tra Iran e Israele.

La pericolante equazione delle alleanze mediorientali è soggetta al costante rimescolamento delle carte in gioco e alla fragilità delle coalizioni esistenti, e poiché le infinite combinazioni si reggono sulle necessità puntuali delle potenze regionali ed internazionali, raramente possono far affidamento su una visione strategica di lungo periodo. È precisamente questo il caso del curioso triangolo formatosi tra Turchia, Iran ed Israele, un’equazione fondata su azione e reazione dove la potenza turca fa da equilibrista tra Iran e Israele.

Se Teheran e Tel Aviv rappresentano i due poli magnetici opposti e respingenti nell’universo mediorientale, i restanti paesi dell’area si trovano a fare i conti con la loro incompatibilità: tra essi, la Turchia, dominando l’arte dell’amico-nemico, è riuscita a mantenere rapporti periodicamente migliori con ciascuna delle rivali. Conscia di non condividere una completa armonia con nessuno dei due litiganti, Ankara è in grado di legarsi periodicamente con l’uno o con l’altro in base alle necessità contingenti dell’ultimo decennio.  

Le relazioni tra Ankara e Teheran sono frutto di un equilibrio basato su cooperazione, amichevoli contrasti e fiera rivalità, dipendente sia da fattori esterni, che dalle realtà politiche dei due paesi e dalla situazione geopolitica del momento. In quanto potenze regionali, i punti di maggior frizione si riconoscono nel sovrapporsi delle reciproche sfere di influenza, e per questo motivo il fulcro delle tensioni turco-iraniane è da individuare nella gestione dell’instabilità proveniente dai paesi confinanti. In Iraq, i due paesi hanno sostenuto gruppi politici e sociali opposti, scontrandosi indirettamente, similarmente a ciò che accade all’interno del Governo regionale del Kurdistan, dove Ankara e Teheran supportano due fazioni avversarie (rispettivamente il Partito democratico del Kurdistan – Kdp – e l’Unione patriottica del Kurdistan – Puk). Il conflitto siriano rappresenta un ulteriore terreno di scontro per Iran e Turchia: se al principio dello scoppio della guerra, Ankara ha sostenuto i ribelli e Teheran il regime di Bassar al-Sadat, con l’intervento russo nel 2016, la Turchia ha dovuto abbandonare la speranza di rovesciare il regime e si è concentrata sull’eliminazione dell’autonomia curda e sulla gestione del flusso di rifugiati. 

È proprio a partire dal 2016 che i rapporti tra le due potenze mediorientali sono entrati in una fase di armonia grazie alla spinta antioccidentale della macchina comunicativa di Erdogan e a seguito della risposta comune alle aggressive politiche economiche dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Il contenimento dei punti di frizione tra due potenze regionali ha potuto portare ad una maggiore intesa, concretizzatasi nella coalizzazione contro il referendum curdo del 2017 e nella gestione delle conseguenze delle “primavere arabe”. 

In questa fase distensiva dei rapporti turco-iraniani, Ankara si è notevolmente distanziata da Israele, ed al loro deteriorarsi, la Turchia ha visto un progressivo miglioramento di quelli con Tel Aviv. A fine 2020, a distanza di pochi mesi da quando forze turche e filo-iraniane si erano scontrate per il controllo delle strategiche autostrade siriane M4 e M5, Turchia e Israele hanno dato inizio ad un lungo negoziato che ha portato ad un progressivo disgelo nelle loro relazioni. Basti pensare che ad agosto 2022, i due ministri degli Esteri hanno annunciato il pieno ristabilimento delle relazioni diplomatiche, dopo che nel 2018 la Turchia aveva espulso l’ambasciatore israeliano a seguito della violenta repressione a Gaza. Il partenariato tra Israele e Turchia si base sull’opportunità economica reciproca che l’uno rappresenta per l’altro, oltre che un’utilità strategica da non sottovalutare: consapevoli che un’affinità ideologica non potrà essere raggiunta, Tel Aviv e Ankara hanno preferito un legame periferico, basato su una complicità non universale, ma legata a specifici temi. I due paesi si concedono accordi vantaggiosi per entrambi senza che capitoli scomodi come la situazione palestinese o la concorrenza nel settore energetico debbano essere aperti tramite negoziati. 

Il futuro delle relazioni di questo curioso triangolo, vittima degli eventi politici nazionali e internazionali, è incerto: se al momento i rapporti più tiepidi tra Tel Aviv e Ankara sono da ricondursi al clima geopolitico, le fonti di discordia tra i due paesi li attendono dietro l’angolo. Radici più profonde, come il sostegno fornito al gruppo islamico palestinese Hamas da parte della Turchia e lo stato dei rapporti tra Israele e Palestina, potrebbero strappare il rapporto cucito negli ultimi anni. Contemporaneamente, un riavvicinamento con Teheran appare improbabile: la crescente cooperazione tra Russia e Iran e la possibile militarizzazione del programma nucleare iraniano mette in allerta Ankara, allontanando maggiormente i due paesi. Nell’ultimo decennio, il walzer delle alleanze mediorientali è stato dominato dalla Turchia che è stata in grado di avvicinarsi, senza legarsi, ai due litiganti in base alle sue necessità, e come Ankara riuscirà a proseguire il ballo, è solo da vedere. 

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