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Il Report dell’Agenzia Internazionale dell’Energia e lo stato della transizione energetica globale

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Nel seguire le analisi ed i report sugli incontri multilaterali degli ultimi mesi tra i leader delle grandi potenze mondiali, sembrerebbe che il contrasto al cambiamento climatico e l’indirizzamento di fondi e risorse ad attività che facilitino la transizione ecologica nella ripresa post-pandemica siano le due tematiche prioritarie maggiormente discusse. “Sembrerebbe”, perché alle parole non stanno corrispondendo i fatti. Una prova a sostegno di questa tesi è stata fornita dal recente Report dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (International Energy Agency – IEA) che ogni anno stila un bilancio dei trend del settore energetico, ivi compresi gli investimenti nei diversi settori.

Ebbene, sin da subito emerge come indicato dall’IEA che solamente il 2% dei finanziamenti dell’ultimo anno è stato impiegato per i settori che agevolano la transizione energetica. L’agenzia stima infatti che meno di 400 miliardi di dollari su 16 mila totali investiti nel settore energetico siano stati stanziati per la riduzione delle emissioni di CO2. Nel Report si evidenzia inoltre come la domanda globale di energia sia destinata ad aumentare del 4,6% nel 2021, compensando ampiamente la contrazione del 4% registrata nel 2020 e spingendo la domanda dello 0,5% al di sopra dei livelli del 2019. La cosa più interessante da osservare, poi, riguarda la domanda di combustibili fossili, destinata a crescere in modo significativo nel corso di quest’anno. Si prevede infatti che la sola domanda di carbone aumenterà del 60%, più di quella delle altre energie rinnovabili messe insieme, con il conseguente aumento delle emissioni di CO2 di quasi il 5%. Una tale previsione invertirebbe l’idea per cui la pandemia dovrebbe portare ad una diminuzione globale delle emissioni. 

In una situazione di alti prezzi per gli idrocarburi, l’OPEC+ si è accordato a metà luglio per un aumento della produzione di greggio; tuttavia, l’IEA prevede che la domanda di petrolio rimarrà di circa il 3% al di sotto dei livelli del 2019, in gran parte a causa del minore utilizzo nel settore dell’aviazione, ancora lontano dai livelli pre-pandemici. 

Come stanno rispondendo dunque, i capi di stato? Il risultato dell’incontro svoltosi in Cornovaglia in occasione del G7 dello scorso giugno, si è limitato ad un impegno per il raggiungimento dell’obiettivo zero emissioni nette nel decennio 2030 nella generazione di energia, oltre alla limitazione del supporto statale entro la fine di quest’anno per gli impianti che generano energia tramite carbone, a meno che ad essa non sia associato un sistema di catture stoccaggio dell’anidride carbonica. Oltre a ciò poco altro, come l’attenzione posta nell’assicurare che il post-pandemia sia caratterizzato da un’economia “giusta”: giusta per chi, tuttavia, non sembra essere ben chiaro. Quello che appare certo è l’impegno dei leader ad abbattere le barriere che impediscono l’accesso alla finanza verde da parte delle donne, dei gruppi sociali emarginati e sottorappresentati. Ma queste affermazioni sembrano abbastanza obsolete e scontate nell’anno in cui l’IPCC – il comitato scientifico che per le Nazioni Unite si occupa di studiare il cambiamento climatico e il suo contrasto – ha affermato che senza ombra di dubbio sia scattato un allarme rosso per il pianeta Terra e che le azioni di contrasto al cambiamento climatico non possano più aspettare. Se non sono i Paesi più ricchi a tracciare la giusta via, come si può pensare di dare la svolta necessaria? 

Sicuramente più specifici e stringenti sono gli impegni presi dall’Unione Europea negli ultimi anni, soprattutto attraverso il nuovo pacchetto Fit for 55, tramite cui la legislazione europea è stata aggiornata e modificata affinché si adatti più rapidamente agli scenari attuali. Ma l’UE da sola può poco: innanzitutto, il nostro continente è responsabile di solo circa il 9% delle emissioni globali; in secondo luogo, le politiche che possono essere implementate all’interno dell’Unione non possono certamente essere imposte all’esterno. Un sistema attraverso cui la Commissione Europea vuole rendere l’UE leader e apripista della transizione energetica è attraverso il CBAM, il meccanismo di aggiustamento alla frontiera del prezzo del carbone, con il quale si cercherà di indurre i Paesi partner ad adottare se non le stesse politiche climatico-industriali, almeno percorrere la stessa strada verso la decarbonizzazione dei sistemi economici mondiali. Ma questo ruolo di leader può essere affrontato solo se verrà accompagnato da una politica estera coerente al Green Deal europeo. Molti Paesi stanno già facendo sentire la loro voce e si dichiarano scettici o contrari alle decisioni europee. Attori come Russia, Algeria, Norvegia potrebbero essere privati del loro mercato di consumatori principale per quanto riguarda gli idrocarburi. Cina e Stati Uniti sarebbero altrettanto penalizzati da barriere rigide, nonostante la prima abbia il vantaggio di essere il maggiore fornitore di quelle materie prime che già oggi restano (e lo diverranno sempre di più) fondamentali per la transizione energetica.  

Fortunatamente Pechino sta pianificando di rendere il Paese carbon neutral entro il 2060 mentre gli Stati Uniti, con i pacchetti di investimenti proposti dall’amministrazione Biden, dovrebbero rilanciare il proprio impegno a ridurre drasticamente le emissioni di CO2, in particolare modernizzando il settore dei trasporti (come ribadito anche nel comunicato congiunto pubblicato a termine della visita di Biden a Bruxelles di giugno scorso, in cui le due parti hanno affermato di voler accelerare ulteriormente la transizione lontano dall’utilizzo del carbone e di puntare ad un sistema energetico assolutamente decarbonizzato negli anni 2030).

L’Unione Europea può solamente implementare al meglio le proprie politiche domestiche e dimostrare come un sistema produttivo verde e sostenibile non sia solo un’utopia, ma un vantaggio. Gli altri non potranno fare altro che seguire a ruota o, meglio, accompagnare l’UE in questo percorso. 

Per quanto riguarda l’Italia le imprescindibili difficoltà che la decarbonizzazione e la transizione energetica porranno al nostro Paese saranno compensate dalla possibilità di svincolarsi dalla pesante dipendenza dalle fonti di energia provenienti dagli altri Paesi. Ma è anche interessante riflettere sulla possibilità di rilanciare il nostro sistema industriale sulla base delle eccellenze tecnologiche, le quali dopo anni in cui l’economia italiana ha risentito di stagnazione e scarsa propensione all’investimento, potrebbero fungere da volano e spingere verso la ripresa. In particolare, dovremo essere coraggiosi nel settore dell’idrogeno, ad oggi ancora molto distante dal poter essere sfruttato appieno. Ritrovare lo spirito di imprenditorialità e tendenza al rischio calcolato che per decenni e secoli ha caratterizzato il Bel Paese potrebbe ripagare nel lungo termine. 

In conclusione, per l’intero globo la situazione è critica. Ma non si può più aspettare e le politiche che accompagneranno la transizione energetica devono accelerare incredibilmente. La COP26 di Glasgow che si terrà nel prossimo autunno potrebbe essere l’ultima opportunità per dare speranza al nostro pianeta. Come l’Italia, l’intera arena internazionale ha bisogno di coraggio e di fiducia nella scienza e nella ricerca. E soprattutto nell’immaginare un futuro sostenibile e inclusivo.

Gianmarco Donolato,
Centro Studi Geopolitica.info

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