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Il viaggio di Kerry in Asia e il Leaders Summit on Climate

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Negli ultimi giorni, l’Inviato Speciale per il clima dell’amministrazione Biden, John Kerry, ha intrapreso una serie di viaggi in Asia per intavolare colloqui al fine di avviare una più stretta cooperazione in materia di politica ambientale e lotta al cambiamento climatico. Kerry durante il suo itinerario asiatico ha visitato India, Bangladesh e Cina. Gli incontri hanno fatto da preludio al “Leaders Summit on Climate” fortemente voluto dalla Casa Bianca, dove i rappresentanti dei vari paesi invitati si sono alternati nell’esporre le proprie idee e intenzioni in merito alle politiche ambientali e climatiche da perseguire.

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L’incontro con Modi

John Kerry è arrivato a New Delhi il 7 aprile, dove ha avuto un incontro con il primo ministro indiano Narendra Modi. Durante il colloquio, l’Inviato Speciale per il clima ha parlato di come gli Stati Uniti possano aiutare a mobilitare il mondo finanziario a ridurre i rischi nello sviluppo e la produzione di energie alternative per la lotta al riscaldamento globale. La proposta fatta da Kerry riguarda una serie di aiuti finanziari tesi alla riduzione delle perdite iniziali nella fase di transizione verso l’energia pulita. Questo tipo di offerta in genere prevede prestiti e concessioni a tassi inferiori rispetto a quelli che si trovano normalmente sul mercato. L’ex Segretario di Stato non ha poi mancato l’opportunità di rimarcare l’importanza del partenariato con l’India, elogiando tra le altre cose l’obiettivo annunciato da parte del governo indiano di installare 450 gigawatt di energia rinnovabile entro la fine di questo decennio. Nel comunicato rilasciato dal Dipartimento di Stato viene poi citato l’ampio consenso dimostrato durante l’incontro nella volontà di cooperare nell’innovazione e nello sviluppo di tecnologie emergenti riguardanti lo stoccaggio di energia, l’idrogeno verde, i processi industriali puliti e l’agricoltura sostenibile.

L’India risulta essere il terzo produttore mondiale di gas serra dopo Cina e Stati Uniti e, in virtù di questo il suo ruolo, diventa particolarmente rilevante. In questo senso, Washington e Londra sembra stiano facendo pressioni sul governo indiano affinché si impegni a decarbonizzare la propria economia entro il 2050. Tuttavia fonti governative indiane indicano come improbabile il raggiungimento di tale obiettivo, poiché la domanda di energia indiana nei prossimi due decenni dovrebbe crescere più di quella di ogni altro paese.

L’arrivo in Bangladesh

Dopo i quattro giorni in India, Kerry e il suo team si sono diretti in Bangladesh per altri colloqui e incontri. Arrivato a Dhaka, l’Inviato Speciale è stato ricevuto dal ministro degli Esteri del Bangladesh Ak Abdul Momen. In seguito, l’ex Segretario di Stato ha incontrato il primo ministro Sheikh Hasina con il quale ha discusso della necessità da parte del Bangladesh di produrre più energia idroelettrica, aggiungendo che gli agricoltori del paese hanno bisogno di energia solare per l’irrigazione con lo scopo di ridurre l’emissione di gas serra. Durante il dialogo con Momen invece, quest’ultimo ha ribadito la necessità di maggiore sostegno in quanto non si è sufficientemente adattato ai cambiamenti climatici.

Alcuni esperti hanno avvisato che l’innalzamento del livello del mare potrebbe divorare gran parte della vasta regione costiera bengalese. Inoltre, cicloni e ondate di marea distruggono l’agricoltura e la sussistenza di milioni di persone. Anche le Sundarbans, la più grande foresta di mangrovie del mondo, che si trova a cavallo del confine tra Bangladesh e India, è particolarmente vulnerabile e a rischio. In un clima di grande cooperazione, Kerry ha sottolineato l’imminente lancio del progetto di USAID, in grado di destinare 17 milioni di dollari, chiamato Bangladesh Advancing Development and Growth through Energy (BADGE). L’iniziativa, pluriennale, sarà istituita con lo scopo di consentire al Bangladesh di accedere all’energia pulita a prezzi più accessibili, sostenendo l’imprenditorialità in tale settore e promuovendo mercati energetici trasparenti ed efficienti attraverso l’avanzamento dell’innovazione.

Il confronto in Cina

Il più atteso fra gli incontri era sicuramente quello con i funzionari del governo cinese. Il meeting con la controparte cinese Xie Zhenhua si è tenuto a porte chiuse fra il 15 e il 16 aprile a Shanghai. Alla fine di esso è stato raggiunto un accordo fra le parti, comunicato in una dichiarazione congiunta. La nota recita che i due paesi “sono impegnati a cooperare tra di loro e anche con altri paesi per contrastare la crisi climatica, che deve essere affrontata con la serietà e l’urgenza che richiede”. Domenica, incontrando i giornalisti a Seul, Kerry ha detto che il linguaggio della dichiarazione è “forte” e che i due paesi hanno concordato “elementi critici su dove dobbiamo andare”. Tuttavia, l’ex Segretario di Stato ha sottolineato di aver “imparato in diplomazia che non si tradiscono le parole, si mettono in atto. Dobbiamo tutti vedere cosa succede”. 

La Cina è il più grande emettitore di carbonio del mondo, seguita dagli Stati Uniti: i due paesi insieme producono quasi la metà dei gas serra e dei fumi di combustibili fossili che contribuiscono al riscaldamento dell’atmosfera della Terra. La necessità di una cooperazione fra questi due grandi attori globali è quindi necessaria per raggiungere il successo nel frenare il cambiamento climatico, ma i legami logori sui diritti umani, il commercio e le rivendicazioni territoriali della Cina a Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale minacciano le relazioni fra i due paesi. Lo stesso Kerry ha dichiarato in seguito che è “semplicemente impossibile risolvere la crisi climatica senza la Cina”. Notando che Pechino è il più grande utilizzatore di carbone al mondo, Kerry ha affermato che insieme ai funzionari cinesi si è discusso molto su come accelerare una transizione energetica globale. 

Xi Jinping ha annunciato lo scorso anno che la Cina sarebbe arrivata ad impatto zero entro il 2060, mirando a raggiungere un picco delle sue emissioni entro il 2030. A marzo, il Partito Comunista Cinese si è impegnato a ridurre le emissioni di carbonio per unità di produzione economica del 18% nei prossimi cinque anni, in linea con l’obiettivo del quinquennio precedente. Ad ogni modo, gli ambientalisti sono concordi nell’affermare che la Cina deve fare di più. Guardando agli studi sul climate change dell’Istituto Tsinghua per i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile (precedentemente guidato dallo stesso Xie Zhenhua), l’obiettivo del 2060 potrebbe allinearsi con un obiettivo globale di 1,5 gradi Celsius (quello degli Accordi di Parigi) se le emissioni cinesi di gas serra iniziassero a diminuire gradualmente tra il 2020 e il 2030, per poi diminuire dall’8 al 10% all’anno dopo il 2030. Tuttavia, ciò richiederebbe un calo rapido e senza precedenti del 90% delle emissioni di gas serra entro la metà del secolo.

In sostanza, gli obiettivi a breve termine della Cina per il 2025 e il 2030 potrebbero non essere sufficienti per raggiungere il proprio obiettivo di neutralità nel 2060. Inoltre, tale traguardo potrebbe non essere abbastanza ambizioso per arrivare a limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius. Ecco perché la dichiarazione congiunta nella quale si segnala che la Cina rivisiterà questi obiettivi a breve termine e chiarirà la sua strategia, potrebbe essere piuttosto significativa.

Il Leaders Summit on Climate

Dopo un ultimo incontro col ministro del Esteri sud-coreano Chung Eui-yon tenutosi a Seul sabato 17 aprile, John Kerry ha fatto ritorno a Washington in vista del Leaders Summit on Climate. Il Summit, non presente sull’agenda degli incontri internazionali, è stato organizzato e fortemente voluto da Biden, con l’obiettivo di rilanciare definitivamente il ruolo degli Stati Uniti nella lotta al climate change. Negli ultimi quattro anni di presidenza Trump, gli Washington aveva abbandonato l’idea di recitare un ruolo da protagonista nella questione climatica, uscendo anche dagli accordi di Parigi.

Al summit hanno preso parte i leader di 40 paesi invitati dall’amministrazione Biden. La vicepresidente Kamala Harris ha dato dichiarando la necessità di agire ed impegnarsi in una politica climatica ed ambientale più efficace possibile. La parola è poi passata a Biden che ha annunciato l’impegno statunitense a tagliare del 52% le emissioni di anidride carbonica entro il 2030, prendendo il 2005 come riferimento e definendo la crisi climatica come la “crisi esistenziale del nostro tempo”. 

Gli hanno fatto eco anche gli alleati europei come la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, che ha ricordato l’accordo raggiunto dai 27 partner europei che prevede la riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030, con punto di riferimento i valori del 1990, con l’obiettivo delle zero emissioni entro il 2050. Boris Johnson ha rilanciato con un taglio del 75% delle emissioni della Gran Bretagna entro il 2035. Successivamente è intervenuto anche il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, che ha dichiarato che “abbiamo l’opportunità di ribaltare il corso dell’economia con massicci investimenti sull’ambiente”. Angela Merkel ha invece parlato di “sfida erculea”.

Intervenuto anche il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, il quale ha dichiarato che per l’Alleanza Atlantica “il cambiamento climatico rappresenta una sfida alla sicurezza”, sottolineando come anche la NATO debba fare la sua parte nella riduzione delle emissioni militari e “rendere più verdi i nostri eserciti”.

C’era molta attesa, ovviamente, per gli interventi di Vladimir Putin e Xi Jinping, i quali hanno mostrato volontà nel collaborare. Il presidente russo ha suggerito che la lotta globale per la neutralità dal carbonio “dovrebbe certamente unire gli sforzi della comunità internazionale nel suo insieme”. Il leader del Cremlino ha poi ribadito una promessa che aveva fatto nei giorni scorsi riguardante la riduzione delle emissioni di gas serra. “Sono fiducioso che nonostante le dimensioni della Russia, la sua geografia, il clima e la struttura economica, questo compito sia realizzabile”.

Il leader cinese invece ha ribadito solo gli obiettivi precedentemente dichiarati da Pechino introdotti nel precedente paragrafo. “La Cina si è impegnata a passare dal picco di carbonio alla neutralità del carbonio in un arco di tempo molto più breve rispetto a quello che potrebbe essere necessario per molti paesi sviluppati, e ciò richiede sforzi straordinariamente duri da parte della Cina”, ha detto Xi Jinping. Alla fine il presidente cinese ha dichiarato di non vedere l’ora di lavorare con la comunità internazionale su questo grande tema.

Le prospettive di questa via sembrano sempre di più assumere contorni ben definiti. Il percorso avviato con gli Accordi di Parigi e rafforzato dal piano della Commissione Europea per un’Europa a emissioni zero entro il 2050, vede i principali leader occidentali ben intenzionati ad affrontare questa sfida. Il rilancio del ruolo degli Stati Uniti sulla questione climatica offre un’ulteriore spinta. Tralasciando dati scientifici e legittime preoccupazioni, sfruttare la propria forza diplomatica in una questione così dirimente per le sorti globali rientra appieno in quel progetto più volte rilanciato da Biden in campagna elettorale e ben sintetizzato nello slogan “build back better”. Garantirsi un ruolo guida nella questione, dopo gli ultimi quattro anni, potrebbe rilanciare ulteriormente sul piano internazionale l’immagine statunitense come capotavola ai tavoli diplomatici. 

Damiano Mascioni,
Geopolitica.info

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