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31/01/2025
Medio Oriente e Nord Africa

Da Bashar ad al-Bashir: l’incognita della nuova Siria

di Luca Mercuri

Nelle ultime settimane sembra essersi riacceso, dopo anni di stallo, il conflitto in Siria, iniziato nel 2011. I ribelli islamisti filoturchi sono riusciti a conquistare in pochi giorni Aleppo, Hamah e Homs, puntando direttamente alla capitale del Paese, roccaforte del regime mai espugnata. Sulla via di Damasco, i rivoluzionari hanno sorprendentemente incontrato ben poca resistenza e, nell’arco di una notte, hanno potuto decretare ufficialmente la “fine della tirannia”. L’ormai ex presidente è fuggito prontamente in Russia, mentre i nuovi governanti si apprestano a formare un esecutivo di transizione fra le manifestazioni oceaniche di giubilo dei siriani e le forti perplessità della comunità internazionale.

Nelle ultime settimane sembra essersi riacceso, dopo anni di stallo, il conflitto in Siria, iniziato nel 2011. I ribelli islamisti filoturchi sono riusciti a conquistare in pochi giorni Aleppo, Hamah e Homs, puntando direttamente alla capitale del Paese, roccaforte del regime mai espugnata. Sulla via di Damasco, i rivoluzionari hanno sorprendentemente incontrato ben poca resistenza e, nell’arco di una notte, hanno potuto decretare ufficialmente la “fine della tirannia”. L’ormai ex presidente è fuggito prontamente in Russia, mentre i nuovi governanti si apprestano a formare un esecutivo di transizione fra le manifestazioni oceaniche di giubilo dei siriani e le forti perplessità della comunità internazionale. 

Un’avanzata inattesa e inarrestabile

Dopo una lunga e sanguinosa battaglia durata quattro anni (dal 2012 al 2016) in cui venne rasa al suolo la città e riconquistata dalle forze governative grazie al decisivo sostegno russo e iraniano, Aleppo poteva considerarsi esente da possibili incursioni ribelli. Eppure, il 29 novembre scorso, i miliziani di HTS (Hay’at Tahrir al-Sham, ovvero, l’Organizzazione per la Liberazione del Levante), congiuntamente ad altri gruppi rivoluzionari sostenuti da Ankara, hanno lanciato un attacco sulla più antica città abitata della storia, assumendone totalmente il controllo e defenestrando l’esercito regolare. Nonostante i proclami di Bashar al-Assad contro i “terroristi” e la violenta controffensiva aerea a Idlib (base dei combattenti islamisti e sede del loro “Governo di Salvezza”), i ribelli sono riusciti a far capitolare Hamah e Homs, dirigendosi sempre più a sud e puntando direttamente alla capitale. Così, la notte dell’8 dicembre, i soldati del regime si sono arresi e la conquista di Damasco ha trovato ben poca resistenza. Una volta irrotti nella sede della Tv di Stato, i combattenti hanno dato l’annuncio della liberazione in diretta: “Ha vinto la grande rivoluzione siriana ed è caduto il regime criminale di Assad”. Per le strade della capitale si sono riversati migliaia di civili festanti che, con indosso il vecchio tricolore dell’indipendenza del Paese (nel corso degli anni successivi allo scoppio della guerra, l’opposizione ha cambiato vessillo per marcare la distanza con il regime), hanno abbattuto statue e ritratti del deposto raìs (“presidente”) e di suo padre, le cui effigie sono rimaste anche dopo la sua scomparsa nel 2000. Alcuni miliziani, insieme a centinaia di civili, hanno aperto le porte del famigerato carcere di Seydnaya (un sobborgo a pochi chilometri a nord di Damasco), liberando i detenuti e rivelando al mondo l’efferatezza della repressione del regime. I ribelli hanno rinvenuto anche molteplici cadaveri di dissidenti con evidenti segni di tortura (fra i quali il celebre attivista Mazen al-Hamada, arrestato nel 2020). Altri hanno assaltato il palazzo presidenziale, depredandolo dei numerosi beni di lusso (dalle borse griffate a una collezione privata di auto da corsa), ma senza rinvenire alcuna traccia del presidente. Nelle ore successive, è arrivata la conferma del Cremlino che Bashar al-Assad è stato accolto in esilio a Mosca, insieme alla sua famiglia, per “motivi umanitari”. Indiscrezioni avrebbero addirittura citato una richiesta di divorzio da parte della moglie Asmaa, la bella e carismatica first lady che, nonostante l’impegno pubblico nella filantropia e nel sociale, non ha mai preso le distanze dal marito e mantenuto un alto tenore di vita di fronte alla miseria della popolazione dovuta alla guerra. 

Tuttavia, la precipitosa fuga del despota sembra essere il risultato di una concatenazione di fattori. 

Ankara dà scacco matto a Mosca (e Teheran)

La capitolazione di Assad è sicuramente una brutta notizia per la Russia (che rischia di perdere la sua unica base militare in Medio Oriente) e una pessima per l’Iran che, dopo le pesanti perdite inflitte da Israele ai suoi proxy regionali (Hamas, Hezbollah e gli Houthi) si ritrova sempre più isolato e depauperato di un anello cruciale del cosiddetto “Asse della Resistenza (antisionista)”: il regime alawita di Damasco garantiva una strategica continuità territoriale fra Teheran e Beirut (passando per Baghdad) utile al sostegno logistico del “Partito di Dio” (il vero alleato ideologico degli ayatollah). Di contro, gli attuali governanti siriani non sembrano avere a cuore la salvaguardia dei rapporti con la Repubblica Islamica e, a dimostrazione di ciò, hanno occupato e saccheggiato l’ambasciata iraniana subito a poche ore di distanza dal loro ingresso trionfale nella capitale. I pellegrini iraniani presenti nel Paese (in visita ai mausolei sciiti, come quello di Sayydah Zayneb, a Damasco) hanno perso la protezione delle forze armate siriane e dei miliziani di Hezbollah, rimanendo bloccati per poi essere finalmente rimpatriati con il prezioso aiuto della Russia. Anche a Mosca, la rappresentanza diplomatica siriana ha prontamente sostituito il vessillo del regime con quello dei rivoluzionari e l’ambasciatore Bashar al-Jaafari, un tempo fedelissimo portavoce all’ONU del suo omonimo presidente, ha sorprendentemente preso le distanze dal “clan mafioso (della leadership precedente)”. È facilmente intuibile che il prolungarsi del conflitto in Ucraina abbia distolto le attenzioni di Putin sulla Siria e, di conseguenza, il traballante Assad non ha più potuto contare sui vitali aiuti del Cremlino che, al momento, starebbe tentando di mantenere dei rapporti “strategici e duraturi” con i nuovi arrivati a Damasco. Tuttavia, la decisione del nuovo regime di vietare l’ingresso nel Paese dei prodotti russi, iraniani e israeliani sembra essere l’ennesimo segno di chiusura nei confronti della Federazione.  Inoltre, attualmente ai cittadini iraniani e israeliani è negato formalmente l’ingresso in Siria. Diverso è il trattamento riservato ai turchi: il ministro degli Esteri di Ankara (nonché ex capo dell’intelligence), Hakan Fidan, è stato il primo delegato straniero a recarsi in visita ufficiale nella Siria post-Assad. Il lungo e decisivo sostegno turco alla rivolta siriana verrebbe ripagato con l’isolamento delle fazioni ribelli curde di stanza al nord del Paese; di ispirazione laica e alleate del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, particolarmente inviso a Erdogan), le milizie dello YPG (Unità di Protezione Popolare), meglio note con il nome della regione montuosa curdo-siriana del Rojava, hanno spesso combattuto in egual misura sia le forze del vecchio regime che i ribelli filoturchi di ispirazione islamista e, naturalmente, i jihadisti dell’ISIS. Il loro contributo ha reso possibile un forte indebolimento dello Stato Islamico (pur non avendolo mai sconfitto definitivamente), ma Ankara non ha mai tollerato il consolidamento a ridosso dei propri confini di quello che considera un gruppo terroristico. Dal 2016, dunque, la Turchia conduce operazioni mirate in territorio siriano, ufficialmente per “consentire il rientro graduale dei profughi nel nord del Paese”, ma i pesanti bombardamenti dei villaggi e delle postazioni dello YPG hanno attirato le critiche della comunità internazionale. Nei giorni seguenti la visita a Damasco, lo stesso Fidan ha affermato pubblicamente che la fine dei gruppi armati curdo-siriani è “imminente”, diffidando le potenze occidentali da qualsiasi sostegno ai “terroristi”. Se Erdogan riuscisse davvero a defenestrare i curdi come ha fatto con Assad, non sarebbe un azzardo sostenere che abbia davvero vinto la sua partita più importante.

Al-Sharaa e lo spettro della Sharia’a

Oltre ai turchi, tanti altri rappresentanti dei Paesi limitrofi (dalla Giordania all’Iraq e dal Qatar al Kuwait) si sono recati al Palazzo del Popolo (il vecchio palazzo presidenziale degli Assad) per incontrare il nuovo carismatico leader de facto, Abu Muhammad al-Joulani, il quale ora preferisce farsi chiamare con il suo vero nome all’anagrafe, Ahmad al-Sharaa, per rompere con il proprio controverso passato jihadista (al-Joulani era il suo nom de guerre durante la militanza nel fronte al-Nusrah, affiliato di al-Qa’eda). Al-Sharaa appare determinato a presentare il suo governo come moderato e rispettoso delle minoranze (in particolare quella cristiana) e, per dimostrare che la Siria non sarà un nuovo Afghanistan, ha persino apportato delle modifiche nel look: pur mantenendo la barba, alterna divise militari ad eleganti completi occidentali con giacca e cravatta e ha abbandonato il turbante bianco e lo shemagh (copricapo originario dello Yemen) che lo contraddistinguevano durante la guerra civile. Il suo governo di transizione è guidato da Muhammad al-Bashir; ingegnere di Idlib e già quinto premier del Governo di Salvezza, il nuovo primo ministro ha conseguito una laurea in giurisprudenza islamica durante la sua prima esperienza politica e ha avuto l’onore di guidare la preghiera congregazionale del primo venerdì della liberazione in una gremitissima Moschea degli Omayyadi. Da quel momento, al-Bashir non compare più in pubblico e, pur non ricoprendo alcun incarico formale, è al-Sharaa ad apparire ancora una volta sotto i riflettori. Dopo aver affidato due incarichi di rilievo a delle donne (Aisha al-Dibs a capo dell’Ufficio per gli Affari femminili e Maysaa Sabrine alla direzione della Banca Centrale Siriana), il “leader” (epiteto con cui appare di sovente nei media arabi e che ricorda il modus operandi di Gheddafi), ha incontrato i ministri degli Esteri di Francia e Germania (in rappresentanza dell’Unione Europea), ma ha fatto discutere la sua mancata stretta di mano alla ministra tedesca Annalena Baerbock, in ottemperanza ai precetti sciaraitici. Tuttavia, l’ultimo incontro di al-Joulani è stato quello con Padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, in cui il leader ha ribadito il suo impegno nella protezione dei cristiani in Siria, da lui definiti “parte integrante del tessuto sociale” del Paese. Al pari degli alawiti e di altre minoranze, i siriani di fede cristiana hanno tardivamente preso le distanze dal vecchio regime per il timore di essere perseguitati dalla maggioranza sunnita (la stessa sorte toccò ai sunniti e ai cristiani d’Iraq, dopo la deposizione di Saddam Hussein nel 2003). Tali preoccupazioni sono riemerse particolarmente dopo che alcuni miliziani stranieri arruolati tra le fila dell’Esercito Siriano Libero hanno dato alle fiamme un albero di Natale a Hamah, molto probabilmente ritenendolo un simbolo pagano in contrasto con la tradizione islamica. Sebbene l’albero sia stato ripristinato da altri combattenti e civili di fede musulmana, la promessa di al-Joulani di naturalizzare i foreign fighter islamisti in segno di gratitudine per il loro sforzo nella liberazione del Paese, rischia di compromettere i precari equilibri settari in un Paese che necessita di ricomporre il mosaico del multiculturalismo che lo ha sempre caratterizzato.  

Le reazioni degli altri vicini

Se Mosca e Teheran piangono, Ankara ride. Chi, invece, forse non sa se ridere o piangere sono Riyadh e Abu Dhabi. Le due monarchie sunnite del Golfo hanno sempre sostenuto la rivolta in Siria (escludendo una iniziale incertezza saudita durante le prime manifestazioni di piazza del 2011), ma negli ultimi tempi sembravano guardare con favore a una riabilitazione del dittatore alawita. Oltre a riaprire le proprie ambasciate a Damasco, Muhammad bin Salman e Muhammad bin Zayed hanno accolto Bashar al-Assad in pompa magna poche settimane prima dalla sua deposizione. Come se non bastasse, l’emiro di Abu Dhabi ha offerto il proprio sostegno all’ex raìs persino durante la caduta di Aleppo in mano ribelle (del resto, anche l’Italia ha riaperto la propria sede diplomatica a Damasco meno di tre mesi prima della fine del regime). Inutile dirlo, entrambi i leader hanno preferito mantenere un certo riserbo nei giorni successivi la conquista di Damasco. Ciononostante, il passo di distensione è arrivato dai nuovi governanti siriani: il neonominato ministro degli Esteri, Asaad al-Shaibani, ha scelto Riyadh e Abu Dhabi come prime tappe dei suoi viaggi istituzionali, ancor prima di dirigersi a Doha e ad Amman; l’intenzione è quella di “costruire delle collaborazioni solide per la stabilità regionale”. 

Un altro attore regionale che può dirsi parzialmente soddisfatto del cambio di regime in Siria è Israele. Fonti riservate hanno rivelato che il dittatore in fuga avrebbe fornito a Tel Aviv le coordinate di depositi di munizioni e caserme da bombardare per evitare che finissero in mano nemica. Tuttavia, oltre ai bombardamenti tattici, l’esercito israeliano (che occupa le alture del Golan già dal 1967) si è spinto oltre, avanzando in territorio siriano e occupando la città di Quneitra. La risposta di al-Joulani non si è fatta attendere, esigendo che “Israele rispetti la sovranità territoriale siriana”, ma ha escluso un allargamento del conflitto con lo Stato ebraico. Sicuramente Bashar al-Assad (come suo padre) era formalmente un nemico giurato di Tel Aviv, ma, fatta eccezione per le ingerenze iraniane, non ha mai rappresentato una minaccia seria per Israele, nemmeno per quanto concerne le rivendicazioni sul Golan. Di contro, il nuovo leader ha spesso esortato i propri combattenti a non fermarsi a Damasco, ma ad “arrivare fino a Gerusalemme”. In ogni caso, molto spesso le promesse si infrangono con la presa del potere.

Un’avanzata inattesa e inarrestabile

Dopo una lunga e sanguinosa battaglia durata quattro anni (dal 2012 al 2016) in cui venne rasa al suolo la città e riconquistata dalle forze governative grazie al decisivo sostegno russo e iraniano, Aleppo poteva considerarsi esente da possibili incursioni ribelli. Eppure, il 29 novembre scorso, i miliziani di HTS (Hay’at Tahrir al-Sham, ovvero, l’Organizzazione per la Liberazione del Levante), congiuntamente ad altri gruppi rivoluzionari sostenuti da Ankara, hanno lanciato un attacco sulla più antica città abitata della storia, assumendone totalmente il controllo e defenestrando l’esercito regolare. Nonostante i proclami di Bashar al-Assad contro i “terroristi” e la violenta controffensiva aerea a Idlib (base dei combattenti islamisti e sede del loro “Governo di Salvezza”), i ribelli sono riusciti a far capitolare Hamah e Homs, dirigendosi sempre più a sud e puntando direttamente alla capitale. Così, la notte dell’8 dicembre, i soldati del regime si sono arresi e la conquista di Damasco ha trovato ben poca resistenza. Una volta irrotti nella sede della Tv di Stato, i combattenti hanno dato l’annuncio della liberazione in diretta: “Ha vinto la grande rivoluzione siriana ed è caduto il regime criminale di Assad”. Per le strade della capitale si sono riversati migliaia di civili festanti che, con indosso il vecchio tricolore dell’indipendenza del Paese (nel corso degli anni successivi allo scoppio della guerra, l’opposizione ha cambiato vessillo per marcare la distanza con il regime), hanno abbattuto statue e ritratti del deposto raìs (“presidente”) e di suo padre, le cui effigie sono rimaste anche dopo la sua scomparsa nel 2000. Alcuni miliziani, insieme a centinaia di civili, hanno aperto le porte del famigerato carcere di Seydnaya (un sobborgo a pochi chilometri a nord di Damasco), liberando i detenuti e rivelando al mondo l’efferatezza della repressione del regime. I ribelli hanno rinvenuto anche molteplici cadaveri di dissidenti con evidenti segni di tortura (fra i quali il celebre attivista Mazen al-Hamada, arrestato nel 2020). Altri hanno assaltato il palazzo presidenziale, depredandolo dei numerosi beni di lusso (dalle borse griffate a una collezione privata di auto da corsa), ma senza rinvenire alcuna traccia del presidente. Nelle ore successive, è arrivata la conferma del Cremlino che Bashar al-Assad è stato accolto in esilio a Mosca, insieme alla sua famiglia, per “motivi umanitari”. Indiscrezioni avrebbero addirittura citato una richiesta di divorzio da parte della moglie Asmaa, la bella e carismatica first lady che, nonostante l’impegno pubblico nella filantropia e nel sociale, non ha mai preso le distanze dal marito e mantenuto un alto tenore di vita di fronte alla miseria della popolazione dovuta alla guerra. 

Tuttavia, la precipitosa fuga del despota sembra essere il risultato di una concatenazione di fattori. 

Ankara dà scacco matto a Mosca (e Teheran)

La capitolazione di Assad è sicuramente una brutta notizia per la Russia (che rischia di perdere la sua unica base militare in Medio Oriente) e una pessima per l’Iran che, dopo le pesanti perdite inflitte da Israele ai suoi proxy regionali (Hamas, Hezbollah e gli Houthi) si ritrova sempre più isolato e depauperato di un anello cruciale del cosiddetto “Asse della Resistenza (antisionista)”: il regime alawita di Damasco garantiva una strategica continuità territoriale fra Teheran e Beirut (passando per Baghdad) utile al sostegno logistico del “Partito di Dio” (il vero alleato ideologico degli ayatollah). Di contro, gli attuali governanti siriani non sembrano avere a cuore la salvaguardia dei rapporti con la Repubblica Islamica e, a dimostrazione di ciò, hanno occupato e saccheggiato l’ambasciata iraniana subito a poche ore di distanza dal loro ingresso trionfale nella capitale. I pellegrini iraniani presenti nel Paese (in visita ai mausolei sciiti, come quello di Sayydah Zayneb, a Damasco) hanno perso la protezione delle forze armate siriane e dei miliziani di Hezbollah, rimanendo bloccati per poi essere finalmente rimpatriati con il prezioso aiuto della Russia. Anche a Mosca, la rappresentanza diplomatica siriana ha prontamente sostituito il vessillo del regime con quello dei rivoluzionari e l’ambasciatore Bashar al-Jaafari, un tempo fedelissimo portavoce all’ONU del suo omonimo presidente, ha sorprendentemente preso le distanze dal “clan mafioso (della leadership precedente)”. È facilmente intuibile che il prolungarsi del conflitto in Ucraina abbia distolto le attenzioni di Putin sulla Siria e, di conseguenza, il traballante Assad non ha più potuto contare sui vitali aiuti del Cremlino che, al momento, starebbe tentando di mantenere dei rapporti “strategici e duraturi” con i nuovi arrivati a Damasco. Tuttavia, la decisione del nuovo regime di vietare l’ingresso nel Paese dei prodotti russi, iraniani e israeliani sembra essere l’ennesimo segno di chiusura nei confronti della Federazione.  Inoltre, attualmente ai cittadini iraniani e israeliani è negato formalmente l’ingresso in Siria. Diverso è il trattamento riservato ai turchi: il ministro degli Esteri di Ankara (nonché ex capo dell’intelligence), Hakan Fidan, è stato il primo delegato straniero a recarsi in visita ufficiale nella Siria post-Assad. Il lungo e decisivo sostegno turco alla rivolta siriana verrebbe ripagato con l’isolamento delle fazioni ribelli curde di stanza al nord del Paese; di ispirazione laica e alleate del PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, particolarmente inviso a Erdogan), le milizie dello YPG (Unità di Protezione Popolare), meglio note con il nome della regione montuosa curdo-siriana del Rojava, hanno spesso combattuto in egual misura sia le forze del vecchio regime che i ribelli filoturchi di ispirazione islamista e, naturalmente, i jihadisti dell’ISIS. Il loro contributo ha reso possibile un forte indebolimento dello Stato Islamico (pur non avendolo mai sconfitto definitivamente), ma Ankara non ha mai tollerato il consolidamento a ridosso dei propri confini di quello che considera un gruppo terroristico. Dal 2016, dunque, la Turchia conduce operazioni mirate in territorio siriano, ufficialmente per “consentire il rientro graduale dei profughi nel nord del Paese”, ma i pesanti bombardamenti dei villaggi e delle postazioni dello YPG hanno attirato le critiche della comunità internazionale. Nei giorni seguenti la visita a Damasco, lo stesso Fidan ha affermato pubblicamente che la fine dei gruppi armati curdo-siriani è “imminente”, diffidando le potenze occidentali da qualsiasi sostegno ai “terroristi”. Se Erdogan riuscisse davvero a defenestrare i curdi come ha fatto con Assad, non sarebbe un azzardo sostenere che abbia davvero vinto la sua partita più importante.

Al-Sharaa e lo spettro della Sharia’a

Oltre ai turchi, tanti altri rappresentanti dei Paesi limitrofi (dalla Giordania all’Iraq e dal Qatar al Kuwait) si sono recati al Palazzo del Popolo (il vecchio palazzo presidenziale degli Assad) per incontrare il nuovo carismatico leader de facto, Abu Muhammad al-Joulani, il quale ora preferisce farsi chiamare con il suo vero nome all’anagrafe, Ahmad al-Sharaa, per rompere con il proprio controverso passato jihadista (al-Joulani era il suo nom de guerre durante la militanza nel fronte al-Nusrah, affiliato di al-Qa’eda). Al-Sharaa appare determinato a presentare il suo governo come moderato e rispettoso delle minoranze (in particolare quella cristiana) e, per dimostrare che la Siria non sarà un nuovo Afghanistan, ha persino apportato delle modifiche nel look: pur mantenendo la barba, alterna divise militari ad eleganti completi occidentali con giacca e cravatta e ha abbandonato il turbante bianco e lo shemagh (copricapo originario dello Yemen) che lo contraddistinguevano durante la guerra civile. Il suo governo di transizione è guidato da Muhammad al-Bashir; ingegnere di Idlib e già quinto premier del Governo di Salvezza, il nuovo primo ministro ha conseguito una laurea in giurisprudenza islamica durante la sua prima esperienza politica e ha avuto l’onore di guidare la preghiera congregazionale del primo venerdì della liberazione in una gremitissima Moschea degli Omayyadi. Da quel momento, al-Bashir non compare più in pubblico e, pur non ricoprendo alcun incarico formale, è al-Sharaa ad apparire ancora una volta sotto i riflettori. Dopo aver affidato due incarichi di rilievo a delle donne (Aisha al-Dibs a capo dell’Ufficio per gli Affari femminili e Maysaa Sabrine alla direzione della Banca Centrale Siriana), il “leader” (epiteto con cui appare di sovente nei media arabi e che ricorda il modus operandi di Gheddafi), ha incontrato i ministri degli Esteri di Francia e Germania (in rappresentanza dell’Unione Europea), ma ha fatto discutere la sua mancata stretta di mano alla ministra tedesca Annalena Baerbock, in ottemperanza ai precetti sciaraitici. Tuttavia, l’ultimo incontro di al-Joulani è stato quello con Padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa, in cui il leader ha ribadito il suo impegno nella protezione dei cristiani in Siria, da lui definiti “parte integrante del tessuto sociale” del Paese. Al pari degli alawiti e di altre minoranze, i siriani di fede cristiana hanno tardivamente preso le distanze dal vecchio regime per il timore di essere perseguitati dalla maggioranza sunnita (la stessa sorte toccò ai sunniti e ai cristiani d’Iraq, dopo la deposizione di Saddam Hussein nel 2003). Tali preoccupazioni sono riemerse particolarmente dopo che alcuni miliziani stranieri arruolati tra le fila dell’Esercito Siriano Libero hanno dato alle fiamme un albero di Natale a Hamah, molto probabilmente ritenendolo un simbolo pagano in contrasto con la tradizione islamica. Sebbene l’albero sia stato ripristinato da altri combattenti e civili di fede musulmana, la promessa di al-Joulani di naturalizzare i foreign fighter islamisti in segno di gratitudine per il loro sforzo nella liberazione del Paese, rischia di compromettere i precari equilibri settari in un Paese che necessita di ricomporre il mosaico del multiculturalismo che lo ha sempre caratterizzato.  

Le reazioni degli altri vicini

Se Mosca e Teheran piangono, Ankara ride. Chi, invece, forse non sa se ridere o piangere sono Riyadh e Abu Dhabi. Le due monarchie sunnite del Golfo hanno sempre sostenuto la rivolta in Siria (escludendo una iniziale incertezza saudita durante le prime manifestazioni di piazza del 2011), ma negli ultimi tempi sembravano guardare con favore a una riabilitazione del dittatore alawita. Oltre a riaprire le proprie ambasciate a Damasco, Muhammad bin Salman e Muhammad bin Zayed hanno accolto Bashar al-Assad in pompa magna poche settimane prima dalla sua deposizione. Come se non bastasse, l’emiro di Abu Dhabi ha offerto il proprio sostegno all’ex raìs persino durante la caduta di Aleppo in mano ribelle (del resto, anche l’Italia ha riaperto la propria sede diplomatica a Damasco meno di tre mesi prima della fine del regime). Inutile dirlo, entrambi i leader hanno preferito mantenere un certo riserbo nei giorni successivi la conquista di Damasco. Ciononostante, il passo di distensione è arrivato dai nuovi governanti siriani: il neonominato ministro degli Esteri, Asaad al-Shaibani, ha scelto Riyadh e Abu Dhabi come prime tappe dei suoi viaggi istituzionali, ancor prima di dirigersi a Doha e ad Amman; l’intenzione è quella di “costruire delle collaborazioni solide per la stabilità regionale”. 

Un altro attore regionale che può dirsi parzialmente soddisfatto del cambio di regime in Siria è Israele. Fonti riservate hanno rivelato che il dittatore in fuga avrebbe fornito a Tel Aviv le coordinate di depositi di munizioni e caserme da bombardare per evitare che finissero in mano nemica. Tuttavia, oltre ai bombardamenti tattici, l’esercito israeliano (che occupa le alture del Golan già dal 1967) si è spinto oltre, avanzando in territorio siriano e occupando la città di Quneitra. La risposta di al-Joulani non si è fatta attendere, esigendo che “Israele rispetti la sovranità territoriale siriana”, ma ha escluso un allargamento del conflitto con lo Stato ebraico. Sicuramente Bashar al-Assad (come suo padre) era formalmente un nemico giurato di Tel Aviv, ma, fatta eccezione per le ingerenze iraniane, non ha mai rappresentato una minaccia seria per Israele, nemmeno per quanto concerne le rivendicazioni sul Golan. Di contro, il nuovo leader ha spesso esortato i propri combattenti a non fermarsi a Damasco, ma ad “arrivare fino a Gerusalemme”. In ogni caso, molto spesso le promesse si infrangono con la presa del potere.


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