A partire dagli ultimi giorni di dicembre, l’Iran, uno degli stati più influenti per gli equilibri del Medio Oriente, è stato squassato da una serie di violente proteste, le quali hanno posto il regime locale, duramente indebolito dai conflitti con Israele e Stati Uniti, in una difficile posizione. In tal contesto, l’Amministrazione Trump ha mantenuto una politica ambigua, in equilibrio tra un forte sostegno morale ai manifestanti e la necessità di prevenire il completo coinvolgimento degli Stati Uniti in un nuovo e sanguinoso conflitto nell’area.
Il 28 dicembre 2025, diversi gruppi di negozianti della città di Teheran hanno proclamato uno sciopero, chiudendo le proprie attività in segno di protesta contro le gravi condizioni economiche del Paese. L’episodio ha innescato una catena di manifestazioni violente che si sono rapidamente estese su scala nazionale, causando la morte di migliaia di manifestanti. La risposta del regime è stata immediata e brutale: una campagna repressiva condotta anche attraverso l’impiego di milizie straniere e accompagnata dal blocco pressoché totale dell’accesso a Internet. A differenza delle proteste del 2022, caratterizzate prevalentemente da una mobilitazione giovanile, le recenti manifestazioni hanno interessato un’area geografica significativamente più ampia e hanno goduto di un sostegno sociale molto più trasversale. In particolare, ha destato grande attenzione la massiccia partecipazione dei Bazaari, i piccoli commercianti presenti capillarmente su tutto il territorio nazionale. Storicamente, questo segmento ha rappresentato uno dei pilastri del regime, fornendo all’Ayatollah Khomeini il sostegno popolare e finanziario necessario per rovesciare lo Shah durante la Rivoluzione Islamica.
La rottura dell’asse tra il regime islamico e i Bazaari segna una frattura profonda all’interno della Repubblica Islamica ed è il risultato dell’intersezione di tre fattori principali: il deterioramento delle condizioni economiche, le ricadute della politica estera iraniana e i costi crescenti del programma nucleare. Le pesanti sanzioni internazionali, unite ad una corruzione endemica, hanno prodotto una situazione economica drammatica. L’esclusione del petrolio iraniano dai mercati internazionali ha determinato una grave carenza di valuta estera, alimentando una forte inflazione. La politica di controllo dei prezzi, insieme a un sistema centralizzato di allocazione della valuta, ha reso quasi impossibile per i Bazaari rifornire i propri magazzini. Parallelamente, il regime ha favorito la nascita di potenti conglomerati economici controllati dalle Guardie Rivoluzionarie, che beneficiano di tassi di cambio agevolati e del monopolio sui canali di esportazione informali resi necessari dalle sanzioni. A ciò si aggiungono i costi ingenti sostenuti per il finanziamento dei proxies regionali di Teheran e per lo sviluppo del programma nucleare. Storicamente, il regime ha tentato di contenere il malcontento popolare attraverso sussidi finanziati in deficit, una strategia che ha ulteriormente alimentato la spirale inflazionistica. Questo fragile equilibrio si è definitivamente spezzato con il recente conflitto che ha coinvolto Iran, Stati Uniti e Israele. La guerra ha provocato danni significativi alle infrastrutture civili, al sistema energetico e alle forze armate, riducendo al contempo le esportazioni petrolifere, una delle principali fonti di entrate del Paese. Il punto di rottura è stato rappresentato dall’approvazione del bilancio 2026–2027, che ha aumentato drasticamente la pressione fiscale e ridotto i sussidi alla popolazione, incrementando però la spesa militare.
La risposta americana
Le proteste hanno incontrato una reazione immediata da parte di Donald Trump, che ha espresso pubblicamente il proprio sostegno ai manifestanti e minacciato apertamente il regime iraniano, affermando: “se inizieranno a sparare, anche noi inizieremo a sparare”. Nelle giornate successive, la Presidenza americana ha valutato diverse opzioni, inclusa la possibilità di un intervento militare diretto. Le autorità iraniane hanno risposto minacciando attacchi contro asset statunitensi nella regione, provocando un’ulteriore escalation retorica. Trump ha replicato sostenendo che, in caso di attacco, l’Iran sarebbe stato colpito “come non è mai stato colpito prima”. A queste dichiarazioni è seguito un imponente dispiegamento militare statunitense nell’area, che ha alimentato le speculazioni su un possibile intervento armato.
Tuttavia, la postura aggressiva della Casa Bianca ha incontrato una forte opposizione da parte degli alleati regionali degli Stati Uniti, tra cui Arabia Saudita, Qatar e Oman. Questi Paesi temono che un conflitto su vasta scala possa compromettere gravemente il commercio globale del petrolio e mettere a rischio i delicati processi di diversificazione economica in corso. Inoltre, la presenza di basi militari statunitensi sui loro territori li renderebbe bersagli potenziali di ritorsioni iraniane. Un ulteriore timore da essi espresso riguarda il possibile collasso del regime iraniano, che potrebbe innescare una nuova fase di instabilità regionale, proprio mentre le relazioni tra Teheran e i Paesi del Golfo stavano mostrando segnali di distensione. In questo contesto, l’Arabia Saudita ha rapidamente rassicurato l’Iran circa il divieto di utilizzo del proprio spazio aereo per eventuali attacchi statunitensi. L’opposizione dei partner regionali sembra aver contribuito a una moderazione dei toni da parte del presidente Trump, il quale ha successivamente dichiarato come le uccisioni di manifestanti in Iran stessero cessando, pur in presenza di proteste ancora diffuse.
La preservazione dell’equilibrio
La convergenza tra il deterioramento strutturale dell’economia iraniana e i danni causati dai recenti conflitti ha portato il regime al momento di maggiore debolezza dai tempi della guerra Iran-Iraq. Per decenni, la Repubblica Islamica si è retta su un’alleanza tra clero sciita, forze di sicurezza, Bazaari e classi popolari, sancita anche dall’articolo 29 della Costituzione, che attribuisce allo Stato un ruolo centrale nella protezione sociale. Oggi, questo contratto sociale appare profondamente incrinato. Le sanzioni, le spese militari e il costo dell’avventurismo regionale hanno eroso la capacità del regime di garantire benessere economico, mentre una popolazione giovane sempre più laica e riformista, mostra una crescente ostilità nei confronti dell’establishment. La risposta del governo è stata una repressione violenta, sostenuta dai potentati economici e dalle élite che ancora traggono beneficio dallo status quo. Il regime risulta avvantaggiato dalla mancanza di una leadership politica coesa tra i manifestanti. A differenza del 1979, quando Khomeini riuscì a guidare una vasta coalizione comprendente forze di diverso colore politico e ad ottenere il sostegno dei militari, l’opposizione odierna appare frammentata. La figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, priva di un forte carisma e segnata da una lunga permanenza in esilio, sembra difficilmente in grado di svolgere un ruolo unificatore. Ciò non esclude, tuttavia, che tale dinamica possa mutare nel medio periodo.
Gli Stati Uniti si trovano pertanto di fronte a un dilemma strategico. Da un lato, il crollo del regime iraniano potrebbe eliminare il principale avversario regionale di Washington e di Israele; dall’altro, una tale eventualità rischierebbe di generare una profonda instabilità nella regione. Le opzioni a disposizione presentano tutte criticità rilevanti. Un’azione mirata contro la leadership, come l’eliminazione di Khamenei, appare difficilmente realizzabile e non garantirebbe l’ascesa di una figura più moderata. Una campagna di bombardamenti limitati potrebbe rafforzare il consenso interno al regime, come accadde durante la guerra Iran-Iraq, quando la popolazione si strinse attorno al Governi al fine di respingere un’aggressione straniera. Un intervento su larga scala avrebbe infine conseguenze devastanti per l’intera regione, persino superiori a quelle dell’invasione dell’Iraq nel 2003. Gli scenari rimangono dunque aperti. Washington potrebbe optare per una pressione più decisa volta a favorire un cambio di regime, per una dimostrazione di forza militare limitata o per il proseguimento della strategia di strangolamento economico, cercando di ottenere concessioni più ampie in un nuovo accordo sul nucleare. Già durante il primo mandato, il presidente Trump aveva impiegato un’intensa campagna di pressione economica al fine di rinegoziare un’intesa che includesse non solo il nucleare, ma anche lo smantellamento del locale programma missilistico e della rete di proxies regionali. Tale strategia non ha tuttavia sinora prodotto risultati concreti.
Indipendentemente dalla scelta statunitense, il regime iraniano sarà probabilmente chiamato ad una difficile scelta tra il mantenimento di una politica estera interventista e la stabilità interna. Un ridimensionamento dell’avventurismo regionale potrebbe rappresentare l’unica via per ricostruire, almeno parzialmente, il contratto sociale con la popolazione e recuperare il consenso dei Bazaari e delle classi più povere. In questo processo, gli alleati regionali degli Stati Uniti potrebbero giocare un ruolo decisivo, spingendo Washington a evitare un intervento militare diretto e a favorire invece una reintegrazione graduale dell’Iran nell’architettura regionale in cambio di un contenimento delle sue ambizioni estere.

