Per meglio comprendere l’attuale scenario instabile in Medio Oriente ed avere una panoramica più completa sull’attuale situazione in Libano, Geopolitica.info incontra Gabriele Checchia, già ambasciatore presso l’OCSE e la NATO, ambasciatore in Libano dal 2006 al 2010
- Secondo quanto dichiarato dal Primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, l’operazione militare terrestre delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) nel Sud del Libano avviata tra il 30 settembre e il 1° ottobre scorsi ha l’obiettivo di annientare la capacità militare di Hezbollah. In che cosa si differenzia l’attuale scenario dall’ultima guerra tra Israele ed il Partito di Dio nel 2006?
La principale differenza tra la guerra Israele-Hezbollah del 2006 e lo scontro odierno risiede a mio avviso nel quadro nel quale si colloca il confronto armato in atto: ovvero un Medio Oriente in profondo mutamento. All’epoca, la situazione complessiva appariva relativamente stabile, senza sviluppi eccezionali, mentre ora è il contrario, e il conflitto è il tassello di una più ampia dinamica di trasformazione.
Il secondo elemento di differenziazione è rappresentato, direi, dalla sostanziale debolezza delle istituzioni internazionali. Circostanza poco evidente nel 2006. L’avvio a soluzione (pur con tutti i suoi limiti) della crisi fu infatti all’epoca reso possibile da una decisione unanime del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che portò alla risoluzione 1701. Considerando le agende contrastanti di alcuni membri del Consiglio di Sicurezza, oggi è molto improbabile l’unanimità dei cinque Membri permanenti, divisi in asse autoritario russo-cinese da una parte e paesi occidentali dall’altra, e ciò comporta l’impossibilità per il contingente ONU di svolgere al meglio le funzioni indicate dalla risoluzione, per esempio attraverso un rafforzamento del mandato di UNIFIL da parte dello stesso Consiglio di Sicurezza.
Un elemento di somiglianza tra i due momenti resta invece la solidarietà oggettiva, in chiave anti-israeliana e anti-occidentale tra Hamas e Hezbollah che non si è attenuata negli anni.
- È possibile scorgere degli obiettivi più ambiziosi da parte di Israele, come un’espansione territoriale per il controllo di risorse marittime strategiche?
Gli obiettivi di Israele sono diversi: oltre all’annientamento della capacità militare di Hezbollah (come ha fatto notare nei giorni scorsi lo stesso Netanyahu ai due Inviati della Casa Bianca, Brett Mc Gurk e Amos Hochstein, “qualsiasi accordo dovrà garantire in primo luogo la sicurezza di Israele”), alcune componenti della dirigenza israeliana potrebbero desiderare un’espansione territoriale, che comporterebbe l’annessione di zone del Libano meridionale. Un’aspirazione riconducibile forse anche alle possibilità di sfruttamento delle grandi risorse di gas che si trovano al largo delle coste libanesi.
E questo nonostante nell’estate del 2022, grazie anche all’opera di mediazione americana dell’inviato speciale per il Libano, Amos Hochstein, sia stato faticosamente raggiunto un accordo sulla delimitazione dei confini marittimi tra Israele e Libano. Accordo che non è detto sopravviva però alle forti tensioni in atto tra i due paesi.
Per tornare ai verosimili obiettivi israeliani in Libano va detto che ci sono anche formule intermedie come quella proposta in un suo recente articolo per “The Economist” da Yair Lapid, leader dell’opposizione a Netanyahu: concorde con il Primo ministro sugli obiettivi strategici di Israele, egli ha prospettato un finanziamento francese, americano ed emiratino, per dar vita a una forza di interposizione che agisca come zona cuscinetto tra Israele e Hezbollah, nonostante nella proposta in parola non si precisi come tale forza si dovrebbe raccordare con UNIFIL.
È una proposta che suscita però, come rileva lo stesso “The Economist”, non pochi punti interrogativi: primo fra tutti quello relativo alla possibilità per la prospettata forza di interposizione di conseguire risultati migliori di quelli, assai scarsi e opinabili, a suo tempo ottenuti dalla “South Lebanon Army”. Forza, composta principalmente da milizie cristiane, che operò, in supporto alle truppe di occupazione israeliane, dal 1982 all’inizio degli anni 2000: epoca del suo collasso sulla scia del precipitoso ritiro israeliano dal Libano meridionale.
L’obiettivo prioritario in questo momento per la comunità internazionale deve comunque restare quello della cessazione delle ostilità tra Israele e Hezbollah.
Per il ripristino di una certa tranquillità nell’area mediorientale è intervenuta, assieme a Francia e Stati Uniti, la nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, durante la sua recente visita in Giordania e a Beirut. L’idea è una tregua di ventuno giorni, che riguardi anche la crisi di Gaza, per via della forte interconnessione tra le due situazioni.
- In seguito all’esplosione del porto di Beirut nell’agosto nel 2020, la profonda crisi economica in Libano si è accentuata, alla quale si aggiunge un’impasse politica, in quanto dall’ottobre 2022, il Paese è guidato da un governo ad interim presieduto dal primo ministro uscente Najib Mikati, a causa di un’impossibilità di trovare un accordo tra partiti. Come può migliorare la situazione politica che grava sul paese, data la mancanza oltretutto di un capo dello Stato?
Il Libano è sottoposto a un forte condizionamento della propria sovranità, anzitutto per il deleterio ruolo di Hezbollah, con la complicità di potenze esterne come l’Iran. Il Paese vede attualmente un vuoto al vertice, vuoto che si protrae da quando è giunto a termine nell’estate del 2022 il mandato come presidente del generale Michel Aoun. Per decisione scaturita dagli Accordi di Ta’if del 1989 in situazioni del genere (non nuove, peraltro, per il paese dei cedri) le funzioni del capo dello Stato sono a titolo interinale trasferite al Consiglio dei Ministri nella sua collegialità.
Il sunnita Najīb Mikati è, dal canto suo, alla guida di un governo per gli affari correnti e non è dato ancora sapere quando gli assetti di vertice potranno essere ristabiliti nella loro pienezza: in assenza di un capo dello Stato nella pienezza delle sue funzioni (in base al cosiddetto Patto Nazionale del 1943, la carica di Presidente della Repubblica spetta di diritto a un esponente della comunità cristiano-maronita) è anche molto difficile per il Libano avviare un negoziato serio con Israele.
Fra i candidati alla presidenza, il più quotato è al momento il generale Joseph Aoun, attuale capo di Stato maggiore delle Forze armate libanesi (non ha legami di parentela con l’ex capo di Stato Michel Aoun). Il generale Aoun è un cristiano maronita, stimato dagli occidentali, ma anche dai libanesi stessi grazie alla sua credibilità in seno alle Forze armate libanesi, istituzione riconosciuta e apprezzata dalla stragrande maggioranza dei libanesi.
Anche ove si riuscisse a superare lo stallo sulla presidenza, mi sembra però difficile immaginare una completa rimozione di Hezbollah dalla scena politica libanese trattandosi, oltre che di movimento di matrice terroristica, di un partito politico rappresentato in Parlamento.
Proprio Hezbollah è del resto la forza che sta bloccando ogni tentativo di intesa sul nome del prossimo presidente. La formazione sciita sostiene infatti per l’incarico Suleiman Antoine Frangieh: un leader cristiano maronita esponente di una famiglia da sempre vicina al “clan” Assad e dunque all’asse siro-iraniano. Si tratta pertanto di una proposta inaccettabile per le componenti della politica libanese (cristiane e non solo) più vicine all’Occidente e ai suoi valori.
Che il Libano resti per le potenze occidentali un interlocutore essenziale trova da ultimo conferma nella recente visita a Beirut, il 23 e il 24 ottobre scorsi, dell’Inviato speciale per il Libano della Casa Bianca, il già citato Amos Hochstein, il quale ha incontrato il Primo Ministro Mikati, e il presidente del Parlamento Nabih Berri. Quest’ultimo ricopre un ruolo molto importante, poiché è anche presidente del partito sciita, ma non estremista, Amal, e figura centrale per mantenere aperto un canale di dialogo ufficioso con Hezbollah.
Berri, buon amico dell’Italia, è anche colui che, nella sua qualità di “speaker”, dovrebbe convocare le ulteriori riunioni per la votazione per il nuovo Presidente, interrotte dalla scorsa estate. Al momento, nonostante le ripetute pressioni occidentali in tal senso americani in primis, egli non sembra però orientato in questa direzione.
- La società libanese è stremata, circa un milione di persone sono state sradicate dalle loro abitazioni, tra cui molti sono sfollati interni o rifugiati all’estero. Il conflitto attuale intensifica la crisi umanitaria, oltre a compromettere il fragile ordine politico interno. Quali sono le possibilità e le implicazioni di un’eventuale trasformazione del Libano in uno Stato fallito?
La crisi socio-economico e umanitaria che il Libano sta vivendo ha portato a un forte impoverimento di vasti settori della popolazione, ormai sotto la soglia della povertà. Assieme a questo, vi è anche la situazione, ormai storicamente drammatica, dei rifugiati palestinesi, circa quattrocentomila su una popolazione di poco più di quattro milioni di persone. In questi ultimi anni si sono aggiunti decine di migliaia di rifugiati della guerra civile in Siria, che gravano sulle finanze e sulla capacità di accoglienza del piccolo Libano, che è stata e resta però ammirevole. Al Libano va riconosciuto un ruolo straordinario nella gestione dei rifugiati, proprio perché essi rappresentano una variabile rilevante affinché la situazione umanitaria complessiva non peggiori ulteriormente.
L’Italia, con altri membri della comunità internazionale, intende a tutti i costi scongiurare la trasformazione del paese dei cedri in uno “Stato fallito”, e la recente visita della presidente Meloni a Beirut (così come i contatti a tutto campo nei quali è impegnato il vicepresidente e ministro degli affari esteri Tajani) era rivolta anche a trovare una soluzione al problema con le autorità libanesi. L’ipotesi italiana si concentra sulla stipula di un accordo che consenta ai rifugiati siriani di tornare nel loro paese d’origine in zone protette, con una garanzia di trattamenti rispettosi della dignità umana. Per arrivare a questo obiettivo, da parte italiana si è deciso di riaprire l’ambasciata a Damasco, affinché si possano anche recuperare i rapporti col regime di Assad, noto per la sua ferocia contro gli oppositori, però fondamentale per tale accordo.
Cruciale in Libano è anche la questione religiosa. Il Libano ospita infatti una delle poche comunità cristiane del Medio Oriente, la quale storicamente rappresenta il nucleo fondatore del Paese. Inoltre, grazie al Patto Nazionale del 1943, ha diritto a quote importanti nella ripartizione dei compiti tra le massime cariche dello Stato, configurandosi così come simbolo ed esempio di una possibile co-esistenza in Medio Oriente tra cristiani e musulmani. La perdurante vitalità della presenza cristiana in Libano è naturalmente agevolata dal forte e secolare legame tra la Santa sede e la Chiesa maronita. Oggi è egregiamente guidata dal Patriarca Béchara Boutros Pierre Raï, in una linea di coraggiosa difesa della specificità e sovranità libanese dalle interferenze esterne (iraniane in primis), e di apprezzabile continuità con l’opera del suo predecessore, monsignor Nasrallah Pierre Sfeir.
- Che impatto ha avuto l’invasione russa in Ucraina sulla stabilità del Medio Oriente, legata alla questione dell’Iran con la leadership degli ayatollah?
Ovviamente l’invasione russa della sovrana Ucraina, oltre ad essere una violazione gravissima del diritto internazionale, costituisce un precedente. Ha in altri termini rilanciato l’idea che si possano cambiare i confini con un atto di forza.
Circa il ruolo del regime teocratico in carica a Teheran, credo che difficilmente si raggiungerà la stabilità in Medio Oriente senza una forte e coordinata opera di contenimento da parte occidentale delle azioni del regime iraniano, fonte principale del terrorismo e della destabilizzazione dell’area attraverso i propri proxi (come Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Houthi nello Yemen e Mar Rosso), e ormai stretto alleato della Russia di Putin. A proposito di quest’ultimo, c’è il rischio tra l’altro, secondo vari analisti, che i due paesi giungano ad accordi sul terreno della cooperazione militare non dissimili, e non meno preoccupanti, di quelli già in essere tra la Federazione Russa e il regime nordcoreano.
Rientrano in tale logica di contenimento anche le iniziative e pressioni statunitensi per evitare che il confronto tra Israele e Iran superi il punto di non ritorno. Al perseguimento di tale obiettivo (cui anche il nostro governo, in accordo con Washington, sta fornendo un contributo importante) è riconducibile, ad esempio, l’invio da parte americana di due portaerei al largo delle coste libanesi ed israeliane. Dispiegamento che rappresenta un forte segnale – oltre che di sostegno a Israele – di avvertimento alla dirigenza degli ayatollah a non assumere iniziative ai irresponsabili. L’impegno statunitense mira, infatti, proprio al contenimento delle mire di espansione iraniane.
Una figura interessante in questo contesto è Jared Kushner, genero di Donald Trump, che fu all’origine degli Accordi di Abramo. Una sua osservazione, ripresa dal “The Economist” in un recente numero, descrive il Medio Oriente come un “solido non scalfibile” che, dopo molto tempo, si sta ora progressivamente trasformando in una sostanza liquida con molteplici possibilità di ridefinizione, auspicabilmente in positivo, di assetti considerati a lungo non modificabili.
In sostanza (nonostante le tensioni in atto) si starebbe aprendo, secondo vari osservatori, la possibilità di un nuovo ordine mediorientale. Nuovo ordine mediorientale che c’è naturalmente da augurarsi, anche se tale prospettiva appare al momento remota, possa essere costruito sulla base del diritto internazionale piuttosto che sulla forza.
- I recenti sviluppi in Libano hanno mostrato una relativa debolezza delle Nazioni Unite è ancora possibile la piena applicazione della risoluzione 1701/2006 oppure è chiara la progressiva perdita di legittimazione delle istituzioni onusiane nel garantire la pace e la sicurezza nella regione?
Le Nazioni Unite stanno attraversando un momento delicato; esse continuano tuttavia, a mio avviso, a rappresentare un elemento cruciale per la stabilizzazione del Libano e dello scacchiere medio-orientale più generale. Nell’ agosto del 2006, subito dopo la Guerra dei Trentatré Giorni, il Consiglio di Sicurezza approvò all’unanimità la risoluzione 1701, consentendo il dispiegamento di UNIFIL II, il cui comando venne poco dopo assunto dal compianto Generale Claudio Graziano. La risoluzione venne adottata in un contesto internazionale anche allora non facile, ma ciò non impedì all’epoca di trovare un minimo comune denominatore in Consiglio di Sicurezza tra i cinque Membri permanenti. Il deterioramento, da allora, dei rapporti tra Russia e Cina da un lato e Francia, Regno Unito e Stati Uniti dall’altro rende purtroppo la situazione attuale molto più complessa.
Sempre per quanto riguarda UNIFIL, è importante sottolineare che si tratta di una missione di “peace-keeping” e non di “peace-enforcement”, a differenza ad esempio di KFOR in Kosovo che opera in base al Capitolo VII (e non VI) della Carta delle Nazioni Unite. Questo implica che UNIFIL non può imporre la pace, ma può solo tentare di mantenerla dove è presente.
Il mandato dell’ONU presenta d’altra parte non pochi limiti: le forze di UNIFIL, istituite dalla risoluzione in parola, non possono infatti direttamente contrastare Hezbollah, ma sono incaricate di assistere l’Esercito libanese nel ripristinare il proprio controllo del territorio nel Libano meridionale. La missione è ardua, poiché le Forze Armate libanesi sono carenti di mezzi, attrezzature e personale.
Un altro aspetto da considerare è che pochi degli obiettivi stabiliti dalla risoluzione 1701 sono stati raggiunti, ad eccezione del ritiro delle Forze israeliane dal Libano meridionale. Ad esempio, non si è riusciti a rendere l’area, a Sud del fiume Litani, demilitarizzata e area nella quale l’unica forza in possesso di armi sia, oltre a UNIFIL, l’Esercito libanese.
Se questo traguardo, fissato dalla risoluzione 1701, appare ancora lontano, altri obiettivi sono stati però conseguiti, come la protezione della popolazione civile, la messa in atto di programmi di assistenza nei villaggi e la campagna di sminamento delle aree colpite dalla guerra del 2006, al fine di garantire alla popolazione condizioni di vita più o meno normali.
- In un’informativa alle Camere dello scorso 17 ottobre sui recenti attacchi alle sedi della missione UNIFIL, Guido Crosetto ha delineato la strategia italiana per tutelare la sicurezza del contingente delle Nazioni Unite. Il NOSTRO Ministro della Difesa ha evidenziato la necessità di nuove regole di ingaggio che permettano alle forze di interposizione ONU di esercitare una reale deterrenza all’uso della forza e di rafforzare le forze armate libanesi per sottrarre influenza a Hezbollah ed eliminare le sue postazioni nel Libano meridionale. Come può mutare la missione UNIFIL?
Il Ministro Crosetto propone giustamente una revisione delle regole di ingaggio, che consenta ad UNIFIL di opporsi con maggiore decisione ai tentativi di condizionare la sua attività, sia da parte israeliana sia da parte di Hezbollah. Tuttavia, è oggettivamente difficile modificare la missione, rendendola simile a KFOR in Kosovo, poiché attualmente al Consiglio di Sicurezza non ci sono le condizioni per raggiungere un consenso. È improbabile che Russia e Cina, alleati dell’Iran nel contrasto con l’Occidente, acconsentano a un maggiore controllo di UNIFIL sulle attività di Hezbollah. L’obiettivo deve comunque essere perseguito, ed è encomiabile l’impegno del Ministro Crosetto, che ne ha fatto oggetto di discussione anche in occasione della recente riunione del G7 Difesa a Napoli.
Ritengo sia però ingiusto asserire che UNIFIL è una missione fallita. Tuttavia, come ho sopra accennato, essa ha raggiunto solo parzialmente i suoi obiettivi. Era prevedibile che sarebbe stato difficile ottenere il disarmo di Hezbollah, anche se questo è richiesto da diverse risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui la risoluzione 1559 del 2004. L’UNIFIL non è mai stata dotata dei mezzi, delle capacità e del mandato politico necessari per raggiungere tale obiettivo.
La missione onusiana può e deve comunque assistere l’Esercito libanese nel recuperare il monopolio dell’uso legittimo della forza nel Libano meridionale, e lo sta facendo al meglio delle sue possibilità. La questione è resa ora più urgente dopo i ripetuti attacchi di Hezbollah contro il territorio israeliano dal Sud del Libano. Attualmente, nel Nord di Israele, l’area più esposta agli attacchi della milizia sciita, ci sono circa sessantamila sfollati che devono rientrare nelle proprie abitazioni, ed è questo l’obiettivo di Benyamin Netanyahu. Tuttavia, pensare che UNIFIL da sola o di concerto con l’Esercito libanese, troppo grande essendo il divario di forze, possa disarmare Hezbollah mi sembra irrealistico.
Sarebbe già un buon risultato, al cui perseguimento si sta lavorando a New York e nelle capitali occidentali interessate, tra cui la nostra, se si riuscisse a ottenere un ridispiegamento delle milizie di Hezbollah a Nord del fiume Litani con un considerevole allontanamento delle stesse dal confine con Israele. È questa, non a caso, una delle condizioni, si è espresso in tal senso il Ministro degli Esteri israeliano Israel Katz, perché Tel Aviv possa accettare il cessate il fuoco in Libano.
Come osserva l’Ambasciatore Stefanini in una recente intervista al quotidiano La Stampa, i Caschi Blu riescono in sostanza a mantenere la pace quando questa essa esiste, ma non possono imporla a forze belligeranti come Hezbollah, a maggior ragione quando condizionano la politica libanese senza esserne tenute responsabili, né internamente né internazionalmente. Se il Medio Oriente dovesse conoscere sviluppi clamorosi e inattesi, con accresciuti rischi per UNIFIL, sarebbe naturalmente legittimo considerare in Consiglio di Sicurezza la possibilità di porre termine alla missione.
Ma è, a mio avviso, fondamentale operare, come sta apprezzabilmente facendo il nostro Governo, per scongiurare questo scenario. UNIFIL deve continuare a operare a supporto dello Stato libanese e della sua sovranità. L’Italia sta fornendo un sostegno importante allo Stato libanese, anche sul piano bilaterale, attraverso iniziative finanziarie e di assistenza tecnica alle loro Forze armate.
- L’attuale crisi mediorientale e i suoi recenti sviluppi mostrano plasticamente la crescente instabilità del Mediterraneo allargato. Nel Summit NATO di Washington, tenutosi lo scorso luglio, l’Italia ha posto particolare attenzione sul rafforzamento della deterrenza e della difesa del fianco Sud. Tuttavia, non ha ricevuto un’adeguata attenzione da parte di partner e alleati. In che modo Roma può ritagliarsi un ruolo più incisivo per promuovere un maggiore impegno nell’area e giungere ad una parificazione tra il fianco Est e il fianco Sud dell’Alleanza Atlantica?
Da anni, l’Italia, attraverso la sua diplomazia e le autorità di governo, lavora affinché all’interno dell’Alleanza Atlantica si dia adeguata importanza al Fianco Sud e alle sfide ad esso collegate. Durante il recente Vertice NATO di Washington, così come in quello di Vilnius dell’anno precedente, è stata ribadita l’importanza della stabilità del Mediterraneo, strettamente legata alla questione del controllo dell’Indo-Pacifico. Nel corso degli ultimi anni, ci sono stati elementi che hanno portato a una maggiore attenzione dell’Alleanza allo scacchiere mediterraneo. Mi limiterò a ricordare alcuni passaggi fondamentali.
Si pensi all’istituzione nel 1994 del Dialogo Mediterraneo tra l’Alleanza e alcuni paesi partner della regione, che ha inizialmente coinvolto Egitto, Israele, Marocco, Mauritania e Tunisia, cui si sono successivamente aggiunti Giordania e Algeria. Forte del successo del Dialogo Mediterraneo, nel 2004 è stata lanciata l’“Istanbul Cooperation Initiative” con l’obiettivo di promuovere la collaborazione in materia di sicurezza su base bilaterale tra la NATO e alcuni Paesi del Golfo, come Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti (Oman e Arabia Saudita partecipano ad attività selezionate nell’ambito di questa iniziativa). Queste attività spaziano dalla pianificazione della difesa alla lotta al terrorismo, alla non proliferazione delle armi di distruzione di massa, fino ad interventi a sostegno della società civile.
Inoltre, un segnale di sostegno politico è stata la riunione del Gruppo Speciale Mediterraneo-Medio Oriente del Gruppo dell’Assemblea Parlamentare NATO, tenutasi di recente e alla quale ha partecipato anche la delegazione italiana, presieduta dall’Onorevole Lorenzo Cesa, continuando a mantenere alta l’attenzione sul Fianco Sud.
Un Fianco Sud dal quale provengono tante sfide per la stabilità dei nostri Paesi: da quella migratoria a quella energetica a quella dei traffici illegali di vario genere a quella, infine, del terrorismo di matrice islamica. Per non parlare di quella legata al fatto che nelle acque al largo delle coste siciliane sono ubicati chilometri di cavi essenziali per le nostre comunicazioni, anche finanziarie, via internet e, dunque, da proteggere in ogni modo possibile.
In termini più generali il Mediterraneo è per l’Alleanza e per il nostro Paese, che ha più di 8000 km di coste, centrale come specchio d’acqua in comunicazione con le principali aree di crisi a livello mondiale, potenziali o in atto: da quella Atlantica attraverso lo Stretto di Gibilterra a quella Indo-Pacifica attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez, a quella del Mar Nero, di nuovo al centro dell’attenzione dopo l’aggressione russa all’Ucraina, attraverso il Bosforo e i Dardanelli.
Sul piano operativo, un documento importante, anche nell’ottica di una crescente attenzione dell’Alleanza allo scacchiere meridionale, è stato il Concept NATO 2030, elaborato da un gruppo di esperti e successivamente avallato dal Segretario Generale e dal Consiglio Atlantico. Il testo suggerisce l’adozione di tre misure in relazione al Fianco Sud: innanzitutto il rafforzamento dell’“Allied Joint Force Command”, con sede a Napoli; in secondo luogo, l’intensificazione della cooperazione internazionale con l’Unione Europea, per garantire un approccio coordinato nell’area del Mediterraneo; infine, consultazioni più frequenti in seno al Consiglio Atlantico sul tema e sulle sfide provenienti dal Fianco Sud.
Il nostro proattivo contributo al dibattito sul tema in seno all’Alleanza è stato e continuerà a essere cruciale. Si deve del resto proprio alla determinata azione italiana, in particolare attraverso la nostra Rappresentanza Permanente presso il Consiglio Atlantico, se è stato possibile pervenire nel 2017 all’istituzione, presso il Joint Forces Command di Napoli, di un hub NATO per il Sud. Una sorta di “super” cellula di coordinamento per il Fianco Sud interna all’Alleanza, con i seguenti compiti prioritari: aumentare, attraverso una costante raccolta e analisi di dati provenienti da più fonti, la consapevolezza della situazione (situational awareness) nella regione mediterranea; coordinare le attività di “defence capacity building”, che l’Alleanza sta conducendo con diversi Paesi dell’area: dalla Tunisia all’Iraq alla Giordania e altri. A questi due compiti vanno aggiunti quelli del monitoraggio e del controllo dello stato di avanzamento del cosiddetto “Framework per il Sud”, ovvero quell’insieme di misure adottate dalla NATO per proiettare stabilità lungo il proprio confine meridionale nonché quello del coordinamento dei rapporti e delle attività con tutte le organizzazioni internazionali e non governative che operano in questo scacchiere.
Il nostro lavoro di stimolo e proposta proseguirà, ma la drammatica situazione in Ucraina e la minaccia russa nei confronti dei territori degli alleati NATO nella parte orientale dell’Alleanza continueranno, ritengo, a essere considerati in ambito NATO, la principale sfida almeno nel breve-medio periodo.
Tuttavia, il Mediterraneo non può e non deve essere dimenticato. Un riconoscimento significativo del ruolo dell’Italia nel garantire la stabilità della regione è l’affidamento, che abbiamo ottenuto dall’Unione Europea, del comando tattico della missione ASPIDES nel Mar Rosso, volta a contrastare la minaccia ai traffici marittimi rappresentata dalla milizia Houthi in Yemen.
Il progressivo disimpegno degli Stati Uniti in Medio Oriente per concentrarsi sullo scacchiere Indo-Pacifico comporterà poi inevitabilmente per l’Italia e per gli alleati europei un maggiore impegno, anche finanziario, per la stabilità della regione. Il tutto in un’ottica di complementarità, da noi sempre caldeggiata, tra la NATO e l’Unione Europea.
In occasione del Vertice di Celtic Manor in Galles nel 2014, è stato deciso che ogni Stato alleato dovrà raggiungere il 2% del PIL da destinare alle spese per la difesa. Negli ultimi anni sono stati compiuti progressi in tal senso: attualmente, sono ventitré i Paesi che hanno raggiunto o superato questo obiettivo. Ne mancano ancora nove, tra cui l’Italia, ma il nostro Governo sta operando con la determinazione nella giusta direzione. Le spese per la difesa sono infatti componente essenziale anche per garantire la propria sovranità nonché la propria credibilità all’interno dell’Alleanza.
Posso in ogni caso affermare, anche alla luce della mia esperienza di Rappresentante Permanente del nostro Paese in seno al Consiglio Atlantico nel biennio 2012-2014, che l’Italia in ambito NATO è considerata da tutti un alleato stimato e credibile. Ne è prova più recente, e mi fa piacere chiudere su tale nota, la designazione dell’Ammiraglio Cavo Dragone quale prossimo Chairman del Comitato Militare dell’Alleanza, un ruolo di assoluto rilievo, ancor più alla luce delle crisi in atto, con assunzione dell’incarico all’inizio del prossimo anno.

