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09/12/2024
Europa, Interviste

Prospettive della politica estera ungherese alla luce della vittoria di Trump: Intervista al Prof. Rada

di Anna Calabrese

Il 25 novembre Geopolitica.info ha incontrato Peter Rada, Vice Rettore della Budapest Metropolitan University e Professore Associato presso il Dipartimento di Studi Europei alla facoltà di Public Governance and International Studies della National University of Public Service, responsabile dei Rapporto col Congresso presso l’Ambasciata ungherese negli Stati Uniti dal 2015 al 2017.

Il 25 novembre Geopolitica.info ha incontrato Peter Rada, Vice Rettore della Budapest Metropolitan University e Professore Associato presso il Dipartimento di  Studi Europei alla facoltà di Public Governance and International Studies della National University of Public Service, responsabile dei Rapporto col Congresso presso l’Ambasciata ungherese negli Stati Uniti dal 2015 al 2017. 

Considerando la vittoria di Donald Trump alle elezioni statunitensi, quali prospettive vede per la futura politica estera ungherese nei confronti degli Stati Uniti. Potrebbe rafforzare la tendenza dell’Ungheria a perseguire una politica estera autonoma rispetto all’Unione Europea? 

    Questa è una domanda molto complessa. Probabilmente sembra poco tradizionale nella diplomazia che il governo ungherese abbia preso posizione in questioni tradizionalmente di politica interna e scelto una parte, sostenendo che i Repubblicani possano servire meglio gli interessi nazionali. Di solito, in diplomazia, non si prende posizione. Tuttavia anche la diplomazia si sta trasformando negli ultimi 15 anni poiché i canali sono molteplici e oggi i telefoni cellulari, i social media o l’uso di Internet rendono molto difficile seguire le sue modalità tradizionali, che si appoggiano interamente sul ruolo di ambasciatori o rappresentanti, con processi lenti e laboriosi. Questa tendenza, naturalmente, sta influenzando anche le relazioni personali dei leader. Negli ultimi 15 anni, a partire da poco dopo l’insediamento di Obama, le relazioni politiche tra Stati Uniti e Ungheria sono state tese e non perfette, tranne che per brevi periodi, come durante gli anni della presidenza Trump. Ho avuto un’esperienza personale in questo senso e, semplicemente, le porte erano chiuse per l’Ungheria e per la diplomazia, e ciò è stato problematico. Solitamente ci si aspetta che i canali ufficiali funzionino. Tuttavia, durante periodi di tensioni politiche, questi canali sono inquinati da ideologia, sentimenti, e molti, molti ostacoli, minando il ruolo della diplomazia tradizionale. Già nel 2017 i Repubblicani hanno dimostrato che queste porte possono tornare ad essere aperte e con la presidenza Trump si ha l’aspettativa che la diplomazia torni alla normalità: non è nemmeno una prospettiva ottimistica, ma semplicemente ciò che la diplomazia merita e la normalità nella diplomazia è più positiva di qualsiasi altra cosa. Questo non si sarebbe manifestato (e non si manifesterebbe) se la leadership democratica fosse rimasta,  come ha affermato anche il Governo. Per quanto riguarda l’UE, anche Bruxelles ha aspettative e credenze circa una relazione speciale del Primo Ministro con il presidente americano in arrivo, che porrebbe dunque Budapest ad un rango più alto. Questa rimane comunque una sensazione. Soprattutto in questioni di politica estera, gli Stati Uniti rimarranno il partner estero più importante per l’Unione Europea e gli equilibri di forza interni non saranno sconvolti. Ciò che può rafforzare però il ruolo dell’Ungheria è giocare da mediatore/partner tra Stati Uniti ed Unione Europea. 

    Alla luce delle posizioni espresse dai leader europei durante il summit di Budapest riguardo preoccupazioni circa il futuro dell’Ucraina e della Nato dopo la vittoria di Trump, qual è la posizione ungherese a riguardo? E’ possibile che le relazioni tra Trump e il Ministro Orban riducano l’isolamento ungherese in Europa e nella NATO e consentano a Budapest di giocare il ruolo di mediatore tra Washington e Bruxelles?

    La normalizzazione che ho sottolineato in precedenza consentirà probabilmente all’Ungheria di ottenere supporto per le sue posizioni in Europa, che comunque non definirei isolate, rendendole più forti. L’Ungheria non è la sola a voler rafforzare la propria voce a Bruxelles, anzi questo è l’obiettivo di tutti i Paesi che hanno raggiunto l’Unione per ultimi ormai 20 anni fa. Essi hanno un’opinione e spesso questa non è in linea con le posizioni di altri governi e stakeholders. Per questo si potrebbe pensare che il Governo Ungherese sia isolato specialmente riguardo la pace in Ucraina. Tutte le Parti concordano sul fatto che nessuno vuole continuare questa guerra, le discrasie entrano in gioco sul come farlo. La posizione ungherese è sempre stata molto razionale su questo e sin dall’inizio della guerra ci si è esposti per cessare le ostilità e negoziare una pace che da un lato consenta di prevenire un futuro pericolo russo ed evitare che il caso sia un precedente per altri attori ad agire similmente, ma che dall’altro non punisca la Russia in maniera tanto eccessiva da innescare meccanismi di tensione che riecheggiano le guerre mondiali. La posizione ungherese è quindi razionale e pragmatica, orientata in primis a fermare le ostilità e dialogare, prima di immaginare una pace sostenibile per il futuro. Un simile approccio è quello dalla cerchia di Trump, che prima di tutto non vuole una vittoria della Russia ed in secondo luogo non vuole sprecare più risorse per sostenere una guerra che deve cessare il prima possibile. Inoltre Trump sembrerebbe voler spingere l’UE ad assumersi più responsabilità nella gestione della crisi in Ucraina: questo è molto probabile accada e comprende la questione dibattuta della membership europea. Per ciò che concerne invece l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica, nessuno è realmente propenso e l’Ungheria non la appoggia sebbene durante il summit NATO si abbia definito il cammino di Kiev verso la Nato come “irreversibile”, la membership dipende dal consenso di tutti i membri e questo è qualcosa di ancora molto lontano, almeno finché la guerra è in corso. 

    I rapporti tra Ungheria e Stati Uniti con Biden sembrano essersi inaspriti a causa dei legami con Mosca e i ritardi nella ratifica della candidatura svedese alla NATO. Inoltre qualche giorno fa l’ambasciatore statunitense in Ungheria  Pressman, ha affermato che Orbán ha trattato le elezioni americane “come una partita a carte in un casinò”, mettendo a rischio la sua alleanza con gli Stati Uniti sostenendo così fermamente Trump. Pensa che questo incidente possa avere impatto sulle loro relazioni?

    Assolutamente no. Quella usata da Pressman è una metafora accurata, la politica è anche questo ma le scienze politiche spesso usano carte come allegorie per descrivere l’imprevedibilità del “game of politics”. Le sue dinamiche sono visibili anche nella stessa affermazione dell’ambasciatore, dando voce ad una personale posizione che non per forza rappresenta quella del Dipartimento di Stato. Ma quando in gioco ci sono questioni strategiche di primaria importanza come la sicurezza in Europa per esempio, un simile evento non mina la collaborazione tra Ungheria e Stati Uniti. Concretamente non conta molto se alla Casa Bianca ci siano i Democratici o i Repubblicani, in quanto la sicurezza in Europa rappresenta un elemento irrinunciabile per entrambe le parti indipendentemente dal Presidente. Trump è conosciuto per il suo “America First”, ma ogni singolo Paese più o meno direttamente applica questa narrativa che sottolinea gli interessi nazionali come priorità, perché è così che i governi vengono eletti e queste priorità spiegano anche il perché si sostengano certi candidati. 

    Per ciò che concerne i riflessi sulla politica interna, alcuni analisti ritengono che con Trump in carica Orban possa ampliare il margine di manovra interno in vista delle prossime elezioni tra due anni. D’altra parte però, la possibile politica commerciale trumpiana, con l’imposizione di dazi sulle importazioni soprattutto nel settore automobilistico potrebbero danneggiare l’economia magiara. Ritiene che questo elemento possa minare le aspettative ottimistiche che Orban ha al momento circa le relazioni con Washington? 

    Dal punto di vista economico la priorità di ogni Primo Ministro o Presidente è quella di assicurare stabilità e sviluppo economico per la nazione. Questa dimensione, sebbene con diversi strumenti, è stata chiara con Obama, poi con Trump e Biden e con il secondo mandato di Trump essa prenderà forma ancora differente. Gli interessi economici americani sono strettamente legati alla competizione con la Cina e da questo deriverà una politica di pressione verso l’Europa contro Pechino che sicuramente peserà per l’economia di Bruxelles. Uno dei settori più coinvolti è e sarà quello automobilistico e questo è problematico in quanto la prima potenza a soffrire di queste tendenze sarà la Germania, da sempre motore dello sviluppo economico in Europa. Il dilemma dell’Unione Europea sarà quindi quello di comprendere come cooperare con Washington pur consapevole di non poter rinunciare alla partnership con Pechino. Per ciò che concerne i riflessi in politica interna, mi sento di dire che non sempre le priorità e le scelte di un Paese vengono comprese dall’esterno. Questo perché esse si basano sul processo di costruzione di consenso interno, che semplificando si risolve spesso nella volontà di prosperità economica, pace e stabilità, elementi che influenzano al momento le elezioni di ogni Paese dell’Unione, non solo l’Ungheria. La politica interna ungherese e i suoi futuri equilibri dipenderanno quindi dalla gestione della crisi in Ucraina, mentre la stabilità e prosperità economica sono legati a doppio filo alla questione energetica, ma anche dallo stato del tessuto politico-economico tedesco, che riversa in una situazione preoccupante alla luce delle diverse crisi della coalizione. L’Ungheria è legata allo sviluppo economico tedesco qualunque cosa accada e le alternative a tale sviluppo economico, benché anch’esse importanti e da considerare, sembrano insignificanti rispetto alla Germania. Una di queste alternative è certamente la Russia. La scommessa di una società economicamente prospera dipende dal costo dell’energia e Mosca non è e non potrà più essere considerata una fonte di energia sicura ed economica. La chiave potrebbe essere la transizione verde ma senza l’appoggio della tecnologia cinese, meno costosa e più accessibile, questo obiettivo sarà difficile. La prospettiva delle barriere protezionistiche che si pensa Trump possa applicare ovviamente non fanno che inasprire la condizione per l’Europa ma anche la sua percezione come area aperta e di libero scambio. E l’Ungheria è, prima di ogni altra cosa, un paese europeo. 

    ENGLISH VERSION

    On November 25, Geopolitica.info met with Peter Rada, Vice Rector of Budapest Metropolitan University and Associate Professor in the Department of European Studies at the Faculty of Public Governance and International Studies at the National University of Public Service. From 2015 to 2017, he served as the Congressional Liaison Officer at the Hungarian Embassy in the United States.

    Considering Donald Trump’s victory in the U.S. elections, what prospects do you foresee for Hungary’s future foreign policy toward the United States? Could this strengthen Hungary’s tendency to pursue an autonomous foreign policy from the European Union?

      This is a very complex question. It may seem unconventional in diplomacy that the Hungarian government has taken a position on issues traditionally considered domestic and chosen a side, arguing that the Republicans may better serve national interests. Typically, diplomacy avoids taking sides. However, diplomacy has transformed over the past 15 years due to the proliferation of communication channels, with cell phones, social media, and the Internet making it difficult to adhere to its traditional modes, which relied entirely on ambassadors or representatives in slow, laborious processes. This trend has naturally influenced leaders’ personal relationships. Since shortly after Obama’s inauguration, U.S.-Hungarian political relations have been strained and less than ideal, except for brief periods, such as during Trump’s presidency. From personal experience, Hungary found its diplomatic doors effectively closed, which proved problematic. Generally, official channels are expected to function. However, during periods of political tension, these channels are polluted by ideology, sentiment, and many obstacles, undermining traditional diplomacy’s role. In 2017, the Republicans showed that these doors could reopen, and during Trump’s presidency, there was an expectation of a return to normalcy in diplomacy. This expectation is not even optimistic—it is simply what diplomacy deserves. Normalcy in diplomacy is far more positive than anything else. Such normalcy would not have emerged (and would not emerge) had Democratic leadership continued, as even the Hungarian government stated. Regarding the EU, Brussels also has expectations and assumptions about the Hungarian Prime Minister’s special relationship with the incoming U.S. President, which could elevate Budapest’s standing. However, this remains yet a perception. Especially in foreign policy matters, the United States will remain the EU’s most important external partner, and internal power balances will not be disrupted. What could strengthen Hungary’s role, however, is its position as a mediator/partner between the U.S. and the EU.

      In light of the positions expressed by European leaders at the Budapest summit regarding concerns about Ukraine’s future and NATO after Trump’s victory, what is Hungary’s stance on these matters? Could relations between Trump and Prime Minister Orbán reduce Hungary’s isolation in Europe and NATO, allowing Budapest to act as a mediator between Washington and Brussels?

        The normalization I mentioned earlier could likely enable Hungary to garner support for its positions in Europe, which I would not describe as isolated, but rather strengthened. Hungary is not alone in seeking to amplify its voice in Brussels—this has been the goal of all countries that joined the EU in the past 20 years. They have opinions that often diverge from those of other governments and stakeholders. This may lead some to view the Hungarian government as isolated, particularly regarding peace in Ukraine. All parties agree that no one wants this war to continue; differences arise over how to achieve this. Hungary’s position has always been highly rational: from the war’s outset, it advocated for ending hostilities and negotiating peace that would prevent future threats from Russia and avoid setting a precedent for similar actions by other actors. At the same time, it seeks to avoid punishing Russia excessively, which could trigger tensions reminiscent of world wars. Hungary’s stance is pragmatic and aimed primarily at stopping hostilities and fostering dialogue before imagining a sustainable peace for the future. A similar approach is seen in Trump’s circle, which prioritizes preventing a Russian victory while avoiding further resource expenditure to sustain a war that must end as soon as possible. Moreover, Trump seems inclined to push the EU to take greater responsibility for managing the Ukraine crisis—a probable development tied to the debated issue of European membership. Regarding Ukraine’s NATO membership, no one is particularly eager, and Hungary does not support it. While the NATO summit described Ukraine’s path to membership as “irreversible,” actual membership depends on the unanimous consent of all members, which remains distant, at least as long as the war persists.

        Relations between Hungary and the U.S. under Biden appear to have soured due to ties with Moscow and delays in ratifying Sweden’s NATO membership. Recently, U.S. Ambassador to Hungary David Pressman accused Orbán of treating the U.S. elections “like a card game in a casino,” jeopardizing Hungary’s alliance with the U.S. by so strongly supporting Trump. Do you think this incident could affect their relations?

          Absolutely not. Pressman’s metaphor is apt, as politics is often like that but political science often uses card games as allegory describing politics’ unpredictability. The dynamics of the “political game” are evident even in the ambassador’s statement, which reflects a personal stance rather than the State Department’s official position. When strategic issues of primary importance, such as European security, are at stake, such events do not undermine Hungary-U.S. collaboration. Ultimately, it matters little whether Democrats or Republicans are in the White House, as European security is a non-negotiable priority for both sides, regardless of the President. Trump is known for his “America First” agenda, but every country applies a similar narrative that prioritizes national interests, as this is how governments are elected. These priorities also explain why certain candidates are supported.

          Regarding domestic policy implications, some analysts suggest that with Trump in office, Orbán could expand his internal maneuvering room ahead of Hungary’s elections in two years. On the other hand, Trump’s potential trade policies, such as tariffs on automotive imports, could harm Hungary’s economy. Could this undermine Orbán’s optimistic expectations about relations with Washington?

            Economically, every Prime Minister or President’s priority is ensuring national stability and growth. This focus has been evident under Obama, Trump, and Biden, and would not take a different shape under a second Trump term. U.S. economic interests are closely tied to competition with China, which will lead to pressure on Europe to counter Beijing—a challenge that will weigh heavily on Brussels’ economy. One of the most affected sectors is and will be the automotive industry, which poses a problem, as Germany, the driving force behind Europe’s economic development, will bear the brunt. The EU’s dilemma will be balancing cooperation with Washington while maintaining a partnership with Beijing. Domestically, a country’s priorities and decisions are not always understood externally, as they are rooted in internal consensus-building processes. In Hungary, these often center on economic prosperity, peace, and stability—elements currently influencing elections across the EU, not just Hungary. Hungary’s internal political balance will depend on managing the Ukraine crisis, while economic stability and prosperity are closely tied to energy issues and the state of Germany’s political-economic fabric. Hungary’s economic development is deeply interconnected with Germany, regardless of circumstances. While alternatives like Russia are significant, they are minor compared to Germany. A prosperous society depends on energy costs, and Moscow can no longer be considered a secure, affordable energy source. Green transition efforts could hold the key, but achieving them without accessible, cost-effective Chinese technology will be challenging. Potential protectionist barriers under Trump would exacerbate Europe’s challenges and its perception as an open, free-trade area. Ultimately, Hungary is, above all, a European country.


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