L’oggetto del contendere fra Stati Uniti ed Iran non è tanto il nucleare, sulla natura non offensiva del quale si esprimono anche le agenzie di Washington, quanto disegnare un quadro che concorra a definire il posizionamento strategico della Repubblica Islamica.
Questo significa che:
- gli Stati Uniti puntano a far riallacciare all’Iran relazioni commerciali che marginalizzino l’Europa e la Cina, e a consolidare il distanziamento iraniano dal Mediterraneo (aiutato dalla caduta di Assad);
- l’Iran intende invece mantenere la proiezione nel suo spazio vitale, per quanto possibile, e la deterrenza strategica, continuando a proteggere Hezbollah. Intende ovviamente ottenere un reintegro nel contesto del commercio internazionale.
Il fattore tempo, ora, gioca a favore di Teheran. Il governo statunitense ha bisogno di chiudere, e questo ha permesso ai persiani di ottenere l’esclusione dalle negoziazioni della questione missilistica, ovvero della sua vera deterrenza strategica. Ora, risolte alcune questioni, anche Teheran potrebbe accettare: le conviene farlo prima che muoia la Guida Suprema.
Le esplosioni al porto presso Bandar Abbas, se dolose, potrebbero essere un messaggio spietato proprio in questo senso: questo accordo, che rischia di avere successo, non s’ha da fare.
Dove siamo
La firma del Piano nel 2015 aveva aperto in Iran una fase di false speranze, che puntavano alla concretizzazione di un percorso di normalizzazione che avrebbe previsto più accordi successivi: per questo motivo il pragmatico Rouhani aveva concepito ogni necessaria riforma in questo senso, anche ostile alla Guida Suprema, quale (inter alia) una potente riforma sulla trasparenza nella gestione delle Fondazioni pie. Rouhani si poneva sulla scia dei riformatori degli anni ’90, cavalcando un rinnovato “effetto Khatami”.
Il ritiro unilaterale statunitense aveva poi lasciato nel mazzo di Tehran un’unica carta negoziale potente, ovvero la minaccia – proprio di riprendere il nucleare. Tehran aveva infatti percepito tanto l’effettiva impotenza europea quanto l’amicizia non disinteressata di Mosca e Pechino. Conveniva, dunque, giocare la stessa carta degli americani – e giocare solo con loro, ammettendo la Russia quanto utile. E’ quello che sta succedendo. A JCPOA fallito la Repubblica Islamica può aumentare il proprio peso negoziale solo minacciando con la potenza missilistica diretta verso Israele o proprio attraverso la ripresa dell’arricchimento dell’uranio, ora al 60%.
L’Iran chiede libertà d’azione nel suo spazio vitale, che va dai confini afghani ad un Mediterraneo che ha già sostanzialmente perso (con la caduta della Siria e con un Libano con Geagea e Hariri). Quindi, necessita di una protezione vitale, quella appunto dei missili. Sono questi a rappresentare la vera potenza militare iraniana, proiettiva e difensiva, e non certo armi nucleari che non ha sviluppato (a questo sono giunte le conclusioni dell’intelligence americana a guida Tulsi Gabbard).
La Repubblica Islamica è ben conscia di essere, comunque vada, sul punto di un cambio epocale: quando la Guida Suprema morirà, non ci sarà un pacifico conclave ad eleggerne un’altra, ma uno scontro di potere interno ferocissimo e dagli esiti incerti, che coincide con il cambio generazionale al governo del Paese. L’Esecutivo, presieduto dal riformista Pezeshkian, per Costituzione non gestisce Magistratura e Servizi: sono gli strumenti in mano alla Guida Suprema che garantiscono l’ossatura del sistema, che è Rivoluzione e non solo Stato. Per essere possibile, ogni movimento in Iran deve partire dall’interno (mai per pressioni esterne) ed essere il prodotto di un dialogo che coinvolga interessi particolari, governo e Guida/Apparati: esattamente come è avvenuto per il JCPOA, accolto dalla Guida come un bicchiere di veleno che ha comunque dovuto sorbirsi. Per ora, sembra che la parte iraniana sia ben disposta a costruire un’altra volta questa complessa intelaiatura.
Il punto debole di Washington
Le riforme programmate dal Governo Trump promettono una ristrutturazione dell’America a seguito di un necessario periodo di forte sofferenza economica. Devono svolgere col dollaro operazioni di prestidigitazione, svalutandolo ma mantenendolo moneta di riferimento globale. Hanno bisogno di pace, o almeno ne ha bisogno l’ossatura dell’Amministrazione Trump. Devono risparmiare per non aumentare ulteriormente il debito pubblico, i cui interessi ora costano a Washington persino più degli stessi investimenti nella difesa. Devono ottenere la connessione dell’Iran al sistema statunitense dei pagamenti, e l’abbandono dei BRICS e di eventuali monete alternative, magari basate sulle materie prime. Bisogna inoltre che si abbandoni l’autostrada cinese, ovvero quella comoda via chiamata finanza digitale che pemetterebbe all’Iran di bypassare le banche statunitensi e l’uso del dollaro attraverso il nuovo sistema di pagamenti in yuan digitali. Ma Teheran necessita di aprirsi al mondo in senso commerciale senza perdere la propria identità, in senso onorevole e senza passare da essere un paria ad essere periferia dell’Impero Cinese.
Israele?
L’Iran non è una minaccia per Israele solo in senso militare ma lo è per le proprie capacità tecnologiche, demografiche, politiche e scientifiche. L’Iran ha una popolazione oltre 10 volte maggiore di quella israeliana, e con un saldo demografico positivo. Se reintegrato nel mondo, è un competitor regionale formidabile. Israele sa che un’opzione militare non risolverebbe il problema persiano, e che un conflitto vero durerebbe decenni e che la società israeliana non lo accetterebbe. Dunque, Israele ha modellato una politica di contrapposizione che tenda ad impedire la normalizzazione dell’avversario, che comporti il sabotaggio del reintegro persiano. E’ la tecnica dei mille tagli. L’interesse israeliano è dunque quello di spingere l’Iran a far saltare il banco, di dividerlo internamente, a rallentare insomma il suo sviluppo. E questo deve divenire una normalità. Certamente, un accordo con gli Stati Uniti sarebbe devastante in questo senso.
Conclusioni
L’Iran e gli Stati Uniti possono arrivare ad un accordo perché esiste finalmente un campo di mutuo understanding, o quantomeno c’è interesse nel costruirlo.
Israele conosce perfettamente l’impossibilità di annichilire la Persia, che le è nemica non solo in quanto Repubblica Islamica ma per il suo grande potenziale economico, di sviluppo e politico. Il Primo Ministro israeliano Netanyahu non teme un innalzamento del livello di scontro, anche attraverso azioni offensive, se ha l’impressione di poterlo poi raffreddare. E anzi, mantenere lo spettro dell’emergenza sempre attivo costituisce per sé e per il suo fragile governo la maggiore garanzia di sopravvivenza politica.

