Israele è stata attaccata nei pressi dell’aeroporto di Tel Aviv attraverso un’azione che ha seriamente danneggiato un’importantissima infrastruttura del Paese. L’iran era stato similmente danneggiato qualche giorno fa nei pressi del porto di Bandar Abbas. E se all’attacco missilistico a Tel Aviv è immediatamente seguita la rivendicazione da parte di Ansar Allah (gli Houthi), sulle cause delle esplosioni a bandar Abbas (incidente o altro) ancora non è stata fatta chiarezza. Certo invece è che il Governo Netanyahu ha reagito approvando una presa militare dell’intero territorio palestinese, similmente alla reazione avuta a seguito del 7 ottobre. Certo è anche il contesto internazionale nel quale questi eventi hanno luogo:
- I negoziati in atto per ridare effettività ai cosiddetti “accordi sul nucleare iraniano”
- Il tentativo dell’Amministrazione Trump di rinvigorire gli Accordi di Abramo
- Il conclave in atto per l’elezione di un Pontefice (ieri annunciato) che erediterà una Chiesa divisa ed impoverita, che è un attore importantissimo in Medio Oriente,
- La definizione della posizione del nuovo governo siriano.
- Accordi sul nucleare e prospettive persiane: Inutile sottolineare come questi quattro punti involucrino direttamente uno specifico attore regionale: l’Iran. Il quotidiano Kayhan, molto vicino alla Guida, tratta l’argomento in un articolo intitolato “L’aeroporto di Ben Gurion non è piú sicuro,” esprimendo un vivo compiacimento per il successo ottenuto dagli Ansar Allah senza peró suggerire alcuna connessione fra l’azione di questi ed un qualsivoglia supporto fornito dalla Repubblica Islamica. E’ in un altro articolo relativo proprio alla Guida, invece, che si legge come sia “imperativo” per i Paesi musulmani unirsi e prevenire tribolazioni simili a quelle che stanno accadendo “agli abitanti di Gaza ed al popolo dello Yemen”. E’ importante fare riferimento a questo passaggio per leggere, in pieno stile comunicativo tipico della Guida, che gli accordi “sul nucleare” sono in pericolo. La Guida, da Costituzione, non ha un ruolo politico nel senso di partecipare al Governo ma possiede una funzione cruciale e fondamentale quale latore dell’ultima parola, ispiratore e protettore delle politiche del Governo in quanto governo di una Repubblica Islamica (sistema del “Velatyat-e Faqih”) e quale detentore del potere su Servizi e Magistratura. L’articolo di Kayhan riporta alcuni passaggi assolutamente inequivocabili cominciando dal titolo, “Nessun beneficio è maggiore che l’unità dei Musulmani”. Qui, si riporta come “divisioni e discordia preparano la strada a…i colonialisti, agli Stati Uniti, al regime Sionista, e altri espansionisti…per imporre i loro interessi e le loro ambizioni”. La soluzione? L’unità della Ummah (ovvero dei Fedeli musulmani). La Guida ha poi (questo è il passaggio cruciale) sottolineato come il pellegrinaggio (l’articolo è stato scritto in occasione di un incontro su questo tema ) abbia una natura essenzialmente politica. Questa frase apparentemente neutra nasconde la ripresa di un discorso molto khomeinista, tipica del Padre della Patria della Repubblica Islamica. La Guida sta suggerendo che questo matrimonio non s’ha da fare? Sta forse pensando che l’attacco al Ben Gurion sia sì stato effettuato dagli Ansar Allah, ma agevolato da qualche colpevole omissione nella sicurezza israeliana? Alcuni, a seguito degli attacchi del 7 ottobre, avevano paventato questa ipotesi. Permettere la carneficina per giustificare l’intervento. Ed oggi lunedì 5 maggio, il Governo israeliano dispone il dispiegamento delle sue Forze Armate in tutto il territorio di Gaza;
- Gli accordi di Abramo sono il secondo punto di interesse in questa trattazione. Il 25 aprile scorso, la Carnegie Endowment for International Peace titolava come il futuro di questi, pur essendo finora sopravvissuti alla guerra, sarebbe in futuro dipeso da “più ampie dinamiche in Medio Oriente ed altrove”. La prima Amministrazione Trump aveva in effetti concluso questi Accordi con successo, cercando di ridisegnare un Medio Oriente nel quale la pace con Israele si sarebbe raggiunta con un equilibrio di poteri favorevole a quest’ultima, soprattutto nel disegno dello sviluppo economico dei diversi attori. Da qui nasceva la necessità di smussare il potenziale liberatorio del JCPOA, sabotando quello già firmato nel 2015 che si considerava troppo favorevole per l’Iran. Il vero problema, poi, non riguardava la (inconsistente dal punto di vista militare) questione nucleare, ma quella missilistica e lo sviluppo sociale, economico e finanziario del quale l’Iran avrebbe goduto una volta riapertosi al mondo. Nel rapporto fra Israele ed Iran in qualitá di Stati, società, economie, il vero problema per Israele (oltre ai missili) sono le università, l’ingegno, il bilancio demografico positivo di un temibile competitor regionale quale la Persia;
- Lo stesso giorno nel quale Israele approva il takeover militare di Gaza, la Santa Sede comunica che donerà a Gaza una delle Papamobili. Un gesto forse simbolico, ma i simbolismi in questo contesto sono materia politica. L’interregnum è un momento nel quale “nulla deve cambiare nel governo della Chiesa”, e questo conclave è stato straordinariamente importante dal punto di vista delle relazioni internazionali con un Medio Oriente “sociale” che ancora legge la Chiesa Cattolica come una forza positiva e rapporti ridotti allo 0 con lo Stato di Israele, mentre l’Amministrazione statunitense per bocca del Vicepresidente dimostra (nel contesto della conferenza sulla sicurezza di Monaco) quanto importante sia stato Giovanni Paolo II lasciando volutamente nel dimenticatoio Francesco (ne avevamo parlato qui: Geopolitica Vaticana: l’eredità di Francesco nello spaccamento d’Occidente – Geopolitica.info). Importante poi notare come la Chiesa abbia perso molto in senso finanziario in questi ultimi 12 anni ed abbia vissuto in modo profondamente traumatico la rivoluzione portata dall’ultimo Pontefice, soprattutto nelle comunità cattoliche piú ricche, quali quella statunitense;
- Il nuovo governo siriano si dimena fra un’apparente apertura all’occidente, la cruda realtà di non essere altro che un governo di jihadisti ripuliti, il contrasto contemporaneo con Israele ed Iran, il desiderio di contrastare la Turchia della quale non vuole essere una colonia ed il non poter firmare gli accordi di Abramo perché giudicati troppo a favore di Israele. Il tutto condito con la questione interna dei Kurdi ed il loro necessario (dal punto di vista interno) ritorno nell’unitá del Paese.
In conclusione, il Governo Netaniyahu trae da questa tragedia linfa vitale per la sua continuazione. Il conflitto, per quanto paradossale possa essere, significa per il Presidente l’unica garanzia di sopravvivenza politica. E se il partito della guerra vince una sfida dopo l’altra, riuscendo a scongiurare una rapida chiusura dei trattati sul nucleare, a non far maturare gli accordi di Abramo, a minare l’azione – forse mitigatrice – della Chiesa, e ad agire anche con efficacia in Asia, il secondo governo Trump cerca di costruire una pace in Eurasia che sia necessaria per la sua reindustrializzazione. Ma alle buone intenzioni si contrappongono dinamiche, come correttamente ci ricorda la Carnegie Endowment for International Peace “in Medio Oriente ed altrove”.

