I recenti gravi fatti avvenuti al largo della Striscia di Gaza rischiano di avere conseguenze molto pesanti per la stabilità del Vicino Oriente, allontanando ulteriormente la Turchia dal campo occidentale e quindi dall’Unione Europea. La rottura de facto delle relazioni diplomatiche tra Tel Aviv e Ankara, poi, mette a repentaglio un laborioso intreccio negoziale che aveva avvicinato due pedine fondamentali delle alleanze USA nell’area fin dal 1996. Ed è questo senza dubbio il rischio contingente maggiore. Israele rischia infatti di perdere un’importante sponda politica per la sua sicurezza e per un futuro accordo di pace con i palestinesi. La Turchia si troverà ora a continuare il suo riavvicinamento alla Siria, certamente aumentando in questo modo i motivi di attrito con Tel Aviv. C’è da dire che tale atteggiamento turco va inquadrato, come sottolineato da molti analisti, anche nella progressiva emancipazione di Ankara dal campo occidentale, in conseguenza del venir meno della minaccia sovietica e dalla volontà turca di porsi come interlocutore rilevante dell’area mediterranea e del Vicino Oriente (e forse anche oltre).
Lo Stato ebraico corre quindi il pericolo di un più pesante isolamento nell’area, con implicazioni deleterie per la sua sicurezza e per qualsiasi futuro accomodamento con la controparte araba. Il declino americano, come giustamente da più parti sottolineato, è uno degli aspetti più preoccupanti per Israele, alle prese anche con l’instabilità interna. La reazione spropositata contro le navi pacifiste accusate di fornire armi e sostegno ad Hamas è senza dubbio la spia più evidente del senso di insicurezza ed accerchiamento attualmente patito da Tel Aviv.
La grave crisi in cui versa l’intero sistema economico occidentale si inserisce in uno dei nadir della storia dei rapporti arabo-israeliani. Probabilmente mai come in questo momento una soluzione definitiva appare lontana. I disegni di riassetto americani del Vicino Oriente non solo non hanno aiutato la soluzione del conflitto in Palestina, ma hanno anche rafforzato i movimenti estremisti in Libano e Terra Santa. Inoltre, il ripiegamento strategico statunitense ha determinato una grande instabilità nel Greater Middle East. Dall’Iraq al Pakistan, passando attraverso Iran e Afghanistan, i punti caldi (flashpoints) si sono moltiplicati, senza diminuire realmente i rischi per la sicurezza internazionale, anzi forse favorendo involontariamente scenari inquietanti.
L’Iran è anzi ormai diventato un attore rilevante per gli equilibri e i rapporti di forza futuri nell’area. Da un lato, infatti, la debolezza dello Stato iracheno favorisce l’influenza sciita a Baghdad, dall’altro la mancata spinta ad una ripresa dei negoziati israelo-palestinesi accresce l’influenza dei movimenti estremisti finanziati da Teheran (primo fra tutti Hezbollah).
Il massimalismo che regna tra le due Parti in Palestina sembra ormai rendere sempre più incerta la data di inizio di veri e propri colloqui di pace. Se la soluzione dei due Stati è quella più vicina al sentire della comunità internazionale, gli ostacoli restano enormi. Il vuoto politico nella leadership araba è stato prontamente riempito da Hamas e la spaccatura politica oltre che fisica tra Territori Cisgiordani e Striscia di Gaza è sempre maggiore. Israele vive una grande frammentazione politica e di conseguenza instabilità interna e lotte di potere.
Probabilmente però, il nuovo approccio strategico USA potrebbe al tempo stesso gettare le basi per una ripresa di contatti seri tra le due parti, costringendo Israele a sedersi al tavolo delle trattative. L’atteggiamento dell’amministrazione Obama sarà forse meno accondiscendente con le richieste israeliane, specie se eccessivamente squilibrate. D’altra parte, alcuni fattori, come già ricordato, giocano contro Israele: il declino degli stessi USA, il fattore demografico, la crescita dell’Iran. Tel Aviv si trova dunque in una fase assai complessa della sua storia e dei rapporti con gli arabi. Una soluzione reale del conflitto in Terra Santa dovrebbe essere mai come ora nell’interesse di entrambe le parti. Ma episodi cruenti e probabilmente spartiacque come quello della Freedom Flotilla sono destinati a pesare molto sugli equilibri dell’incandescente scacchiere mediorientale.Â
Tutte le principali cancellerie occidentali hanno reagito condannando l’azione israeliana, solo blandamente condannata da una piccola parte dell’establishment israeliano. Il pericolo grave di una terza Intifada non può al momento essere escluso. Ma ciò costituirebbe un pesantissimo passo indietro negli sforzi negoziali per una soluzione sostenibile, con conseguenze assai più pesanti per Europa e Stati Uniti di quanto possa accadere a Baghdad, Kabul o Islamabad.

