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18/09/2024
Medio Oriente e Nord Africa

La “terra sotto esame”: la mappatura di uno spaziocidio

di Sofia Rossi

L’inasprimento delle tensioni in Medio Oriente dettate dalla guerra tra Israele e Hamas, ha sollecitato l’opinione pubblica a riflettere sulla storia dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Ancor di più la riflessione risulta completa se raccontata dal punto di vista dell’ambiente e della sua modellazione, essendo lo spazio il mezzo stesso del potere costituito. Risulta quindi necessario spiegare la nuova mappatura degli insediamenti israeliani in Cisgiordania annunciata dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich lo scorso luglio, rinvenendo nella legge agraria ottomana del 1858 le sue radici, con l’intenzione di cogliere il vero progetto di fondo del governo di Israele.

L’inasprimento delle tensioni in Medio Oriente dettate dalla guerra tra Israele e Hamas, ha sollecitato l’opinione pubblica a riflettere sulla storia dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Ancor di più la riflessione risulta completa se raccontata dal punto di vista dell’ambiente e della sua modellazione, essendo lo spazio il mezzo stesso del potere costituito. 

Risulta quindi necessario spiegare la nuova mappatura degli insediamenti israeliani in Cisgiordania annunciata dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich lo scorso luglio, rinvenendo nella legge agraria ottomana del 1858 le sue radici, con l’intenzione di cogliere il vero progetto di fondo del governo di Israele. 

La morfologia al servizio della legge: la via per l’insediamento 

La principale fonte di diritto del governo israeliano era la legge agraria ottomana del 1858. Questa riconosceva un lotto di terra come proprietà privata (miri) se era stato coltivato per almeno dieci anni consecutivi; se invece il proprietario terriero non la coltivava per tre anni di seguito, la terra (makhlul) diventava proprietà del sovrano. I contadini palestinesi però non intendevano pagare tasse per terreni che non potevano essere coltivati a causa della morfologia del terreno e quindi cedevano la proprietà delle aree incolte, riconducibili ad appezzamenti di suolo roccioso all’interno dei loro stessi campi. La tipografia della “terra statale incolta prevedeva così tratti di deserto – lungo la valle del Giordano e il mar Morto – e zone rocciose che costellavano i terreni di proprietà dei contadini. 

Agli inizi degli anni Novanta, l’applicazione di questo provvedimento portò lo Stato di Israele ad acquisire terre prevalentemente sulle alture della Cisgiordania, poiché aree adatte all’insediamento. L’acquisizione delle terre palestinesi non coltivate si basava sull’ “Ordinamento riguardante le proprietà di Stato” del 1967, che autorizzava l’esercito israeliano a prendere possesso delle proprietà appartenenti a uno “Stato nemico” e a gestirle a propria discrezione. 

Dunque, la colonizzazione delle aree montuose e il tracciamento dei confini avvennero applicando la legge agraria del 1858 alla morfologia del territorio, provocando così una separazione verticale tra due geografie etnico-nazionali parallele costrette a una prossimità ostile e letale. 

Dal colonialismo illuminato alla “terra sotto esame”

A partire dal 1979, il governo israeliano avviò un progetto di mappatura fotometrica aerea per censire tutte le aree della Cisgiordania che non erano coltivate e che potenzialmente potevano essere requisite per costruirvi insediamenti. Tuttavia, prima che questo sistema di espropriazione delle terre diventasse pratica diffusa, l’allora ministro della Difesa Moshe Dayan, adoperò un piano strategico volto a migliorare la qualità della vita e la produzione agricola palestinese nei Territori Occupati per aumentare la dipendenza dei palestinesi da Israele. Dayan ricorse al modello del “colonialismo illuminato” mutuato dall’esperienza coloniale tedesca nella Repubblica del Togo in Africa nel 1884. Quindi, il ministro cercò di investire fondi israeliani in ospedali, impianti elettrici e idrici, con la convinzione che, tramite questo modus operandi “benevolo”, i palestinesi sarebbero stati sudditi riconoscenti e avrebbero accettato il dominio militare israeliano. 

Il miglioramento e l’espansione dell’economia agricola palestinese diventavano controproducenti per l’obiettivo prefissato dell’annessione delle terre incolte e condussero il governo israeliano a interrompere questa politica di sostegno. Anche altre misure furono ridimensionate, come la fornitura idrica agli agricoltori palestinesi. Come se non bastasse, il governo autorizzò l’invasione di campi privati per consentire ad alcuni insediamenti di espandersi; da qui il termine “terra sotto esame”, ossia terre contese non edificabili, né dallo Stato né dai contadini palestinesi che ne rivendicano il possesso. Nei fatti, però, la costruzione di insediamenti avvenne ugualmente. 

In sintesi, un apparato di leggi, regolamenti e ordini militari che trasformarono l’espropriazione di terre operata da Israele in un progetto di annessione che trascende i limiti imposti dal diritto internazionale. La terra pubblica, che Israele tanto rivendicava in termini di extraterritorialità, molto spesso aveva per i palestinesi altri usi legittimi, come il pascolo. D’altronde, tutti hanno diritto a spazi aperti e terre comuni di cui usufruire in modo legittimo.

Il nuovo volto degli insediamenti israeliani in Cisgiordania 

Seguendo l’excursus storico precedentemente tracciato, è allora possibile comprendere meglio le parole del ministro Smotrich, pronunciate in occasione della conferenza interna del Partito Sionista Religioso svoltasi lo scorso giugno: “We came to settle the land, to build it, and to prevent its division and the establishment of a Palestinian state, God forbid. And the way to prevent this is to develop the settlements”.

Con questa dichiarazione ardita, Smotrich ha così annunciato la strategia israeliana di acquisizione di terre in Cisgiordania. Un mega progetto dieci volte superiore alle acquisizioni precedenti che “cambierà radicalmente la mappa” o che distruggerà un territorio? 

Tra i molteplici obiettivi che Israele intende perseguire, si annoverano: l’acquisizione delle terre di “proprietà statale” in territorio palestinese, mettendole a disposizione dello Stato di Israele e dei suoi cittadini; il trasferimento di poteri dell’esercito a un’amministrazione civile controllata dal ministro stesso, che possa occuparsi delle acquisizioni; l’avvio della “legalizzazione” degli insediamenti israeliani e del finanziamento pubblico per la fornitura di servizi a 63 avamposti e per la costruzione di infrastrutture di controllo e sicurezza. Ancora, l’intensificare le campagne di demolizione delle case palestinesi in nome della battaglia contro “l’abusivismo palestinese”.

In conclusione, sono chiare le intenzioni del governo israeliano di perseguire l’opera di normalizzazione dell’occupazione e di annessione dei territori palestinesi, attraverso la modellazione dello spazio e violando innegabilmente ogni principio del diritto internazionale. Difatti, se si riflette bene sul modus operandi dello Stato di Israele precedentemente descritto, la legge antica era semplicemente utilizzata come strumento strategico per regolamentare le occupazioni e dare loro una parvenza di legittimità.

Non è forse possibile che sotto le parole del ministro si celi una vera e propria opera di spaziocidio

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