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05/06/2025
Italia

Roma si prepara al vertice dell’Aia: un Piano per la Difesa Italiana

di Anna Calabrese

Alla vigilia del vertice NATO dell’Aia, il governo italiano presenta un dossier strategico di 33 pagine che delinea il futuro della difesa nazionale. Il Piano mette al centro il rafforzamento del ruolo italiano nell’Alleanza Atlantica, l’aumento della spesa militare, la revisione della riserva selezionata e una nuova narrazione pubblica sulla cultura della sicurezza. Un documento che, pur focalizzato sulla dimensione nazionale, si muove sul delicato crinale tra autonomia strategica europea e coesione atlantica.

Alla vigilia del vertice NATO dell’Aia, il governo italiano presenta un dossier strategico di 33 pagine che delinea il futuro della difesa nazionale. Il Piano mette al centro il rafforzamento del ruolo italiano nell’Alleanza Atlantica, l’aumento della spesa militare, la revisione della riserva selezionata e una nuova narrazione pubblica sulla cultura della sicurezza. Un documento che, pur focalizzato sulla dimensione nazionale, si muove sul delicato crinale tra autonomia strategica europea e coesione atlantica.

Il dossier del Ministero della Difesa e con cui Roma si presenerà al prossimo vertice NATO dell’Aia previsto per fine giugno mette nero su bianco i prossimi passi della difesa italiana sotto la legislatura attuale. Le 33 pagine del documento, datato 8 maggio 2025, fornisce una visione olistica del concetto di difesa che abbraccia tanto gli aspetti strutturali e finanziari quanto quelli socio-politici e culturali, rivelando la ferma volontà italiana ad alinearsi agli obiettivi NATO ma anche alle necessità evidenziate con il nuovo piano per il riarmo e il futuro della difesa europea. Alla luce delle recenti tensioni e ambiguità in seno all’Alleanza Atlantica, è interessante allora scomporre ed analizzare il Piano, evidenziandone gli aspetti più rllevanti e controversi per comprenderne le prospettive e potenzialità. 

Il dossier fonda sull’urgenza di rinnovare e rafforzare il ruolo italiano all’interno della NATO con la necessità di rispondere alle criticità geopolitiche attuali: dalla guerra russo-ucraina al fronte medio-orientale passando per le tensioni nell’Indo-pacifico e le minacce ibride, l’Italia vuole ricoprire una posizione più assertiva nelle crisi internazionali e per farlo è consapevole di dover incrementare le potenzialità di comando e agire a livello strutturale per assicurarsi risorse economiche ed umane adeguate. 

La soglia del 2%: La corsa italiana verso la spesa militare “atlantica”

Il punto forse più atteso è forse quello relativo all’espansione della spesa militare dopo l‘annuncio dei ministri Crosetto e Tajani a metà maggio circa il realistico raggiungimento della tanto rincorsa soglia NATO del 2% del PIL per la difesa. L’investimento di circa 10 miliardi di euro necessari a colmare il gap atlantico sarebbe oggi possibile grazie allo scorporo dai vincoli di bilancio europei e all’aumento del budget fino all’1.5% del PIL oltre il deficit nazionale, come previsto dal Piano Rearm Europe. L’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità per permettere agli Stati membri di spendere sfiorando la soglia massima di deficit è stato per il governo Meloni un importante traguardo: lo stesso Crosetto in passato identificò infatti i vincoli UE sul deficit come la ragione principale del mancato impegno contributivo per la NATO nel caso italiano. E’ inoltre da evidenziare che la misura europea non sia vincolante e dipenda dalle singole volontà nazionali se e come sfruttare la clausola per espandere la spesa, come ha fatto l’Italia. Tuttavia è plausibile che, dopo più di 10 anni dall’impegno assunto durante il vertice NATO in Galles, in particolare il patrono statunitense premerà per la proposta di una soglia più alta, che sfiorerà il livello del 3/3,5% del PIL. 

Spesa militare e opinione pubblica: il prezzo del riarmo e la “cultura della difesa”

L’aumento delle risorse economcihe destinate al settore difesa e l’allineamento con gli standard dell’Alleanza Atlantica rappresentano però un fattore di esposizione e rischio interno, anche a causa del generale disaccordo dell’opposizione e lo scarso appoggio dell’opinione pubblica. Sull’aumento del budget per la Difesa siamo infatti in controtendenza rispetto agli altri membri UE, con quattro cittadini su dieci che si dicono contrari al piano di riarmo. L’Italia vuole quindi di garantirsi maggiore riconoscimento in seno alla leadership NATO in cambio dell’impegno crescente, per rafforzare al contempo la percezione nazionale e interna all’organizzazione del ruolo italiano. In maniera inedita, infatti, la strategia del Ministero coinvolge anche un piano di comunicazione pubblica per alleviare il dissenso popolare e i timori di inflazione e creazione di debito con l’aumento degli investimenti. Costruire una “cultura nazionale della difesa” è allora essenziale per promuovere una narrazione imperniata attorno ai valori di pace, sicurezza e libertà e una visione dell’Esercito come “protettore” e non “combattente”. Iniziative pubbliche, campagne social e collaborazioni con le istituzioni e ambienti civili sono alcune delle azioni trainanti per “educare” la società ad un’Italia più rilevante nel campo della difesa. 

“Consenso per una cooperazione militare con la NATO anche quando non sono in gioco interessi nazionali (in %)”

Fonte: https://www.iai.it/sites/default/files/joint_rp_23.pdf 

Verso una leadership strategica: l’ambizione italiana nella NATO

Roma si presenterà al vertice dell’Aia di giugno con l’ambizioso obiettivo di assumere una postura più assertiva ed aumentare di spessore il ruolo nell’Alleanza, colmando i gap smarcandosi dalla predominanza degli USA e degli alleati francesi, tedeschi e britannici nelle scelte strategiche. L’Italia reclama dunque uno spazio dirigenziale più incisivo nella pianificazione e gestione strategica delle missioni, considerato l’impegno rilevante dal punto di vista del supporto logistico e del contributo di truppe. Nell’ultimo decennio, infatti, gli sforzi della difesa italiana avrebbero ovviato al mancato incremento di bilancio con un aumento in termini di truppe alle missioni NATO, con una tendenza positiva da 8.902 militari impiegati all’estero nel 2021 a circa 11 mila nel 2024. 

Fonte: https://www.atlanticcouncil.org/blogs/new-atlanticist/beyond-natos-2-percent-threshold-how-can-italy-meet-the-challenge/

I contingenti italiani sono inoltre significativamente coinvolti in esercitazioni congiunte come la neo inaugurata “Immediate Response 25”, che si terrà dal 26 maggio al 9 giugno in Macedonia del Nord e mira a mettere in pratica e rafforzare le capacità di sicurezza e difesa informatica e CBRN. Essa è parte della più grande esercitazione NATO di quest’anno sul suolo europeo “Defender Europe 25” guidata dall’esercito statunitense coinvolgendo 7 Paesi NATO tra cui l’Italia, la quale partecipa con un contingente di 30 effettivi. 

Il fattore umano nella Difesa: il rilancio della riserva come risposta alle sfide ibride

Ulteriore ambizione che emerge dal documento sul tavolo del ministero è, poi, un rinnovamento strutturale delle FFAA e in particolare una riorganizzazione della riserva selezionata. Quest’ultima già consente a Ufficiali di Complemento in congedo e a professionisti provenienti dal contesto civile di prestare servizio per un periodo nella Forza Armata e ovviare alla necessità di personale difficilmente reperibile all’interno per specifiche attività, specialmente quelle di cooperazione civile-militare (CIMIC in gergo militare). Nel dossier si fa riferimento ad una “revisione dello strumento della riserva”, allargando il coinvolgimento a personale privo di esperienze militari pregresse in particolare nei settori ingegneristico, elettronico ed informatico per far fronte alle inedite minacce ibride. Si auspicherebbe la creazione di un corpo di 10mila cittadini/e specializzati/e, versatili e impiegabili in caso di emergenze e crisi al fianco del personale militare. 

Questa tendenza si situa nel continuum che ha visto la cooperazione civile-militare rafforzarsi con l’emergere di complesse peace, support and stabilization operations durante le guerre degli anni ‘90,  ma che oggi rinnova il suo vigore e la sua funzione in nuovi contesti di conflitto ad alta intensità come in Ucraina. In scenari di confronto in cui le nuove tecnologie e l’innovazione diventano strumento di uso della forza, la distinzione tra mondo civile e militare si assottiglia ed è dunque necessario rispondere con una sinergia ancora più salda che assicuri prontezza e resilienza, come anche il Libro Bianco per il futuro della Difesa Europea sostiene. L’attenzione al dato umano della struttura del Piano è poi giustificata da un allarmante fenomeno di invecchiamento del personale dovuto a una serie di concause strutturali. Si stima, infatti, che nel 2023  l’età media su 160 mila unità fosse di 49.2 anni per l’Esercito Italiano, 50 per la Marina e 53 per l’Aeronautica. Una riserva allargata risponderebbe allora alla carenza di personale e a queste criticità srtutturali, in un’ottica di bilanciamento tra difesa nazionale e missioni internazionali.

Nonostante il documento non citi in maniera esplicita il Piano per una difesa comune europea, i punti sollevati dal Ministero su cui agire si inseriscono in un contesto geopolitico e strategico tale per cui in cui ogni riforma, azione, aggiustamento e decisione sul piano della difesa interna ha ripercussioni ed è legata a doppio filo sia a quella comunitaria che al futuro dell’Alleanza Atlantica. Focalizzandosi sulla dimensione eminentemente nazionale, il piano italiano non sembra esprimersi su come coordinare la necessità di autonomia strategica europea con un necessario rinvigorimento della NATO in chiave simmetrica. La lodevole ambizione di Roma nell’incrementare assertività e presenza a livello atlantico, andrebbe  tuttavia coniugata con l’urgente necessità di trovare forze trainanti in Europa nel rilancio della difesa comune e per cui l’Italia, promuovendo cooperazioni bilaterali e diffondendo good practices, potrebbe essere una valida candidata. 

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