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20/02/2026
Europa

Italia e Germania rafforzano la cooperazione strategica

di Giulio Croce e Alexandra Elena Vechiu

Il 23 gennaio il presidente del Consiglio Meloni e il Cancelliere federale Merz hanno firmato un Accordo cruciale volto a intensificare la cooperazione bilaterale in tema di resilienza, sicurezza e difesa. L’intesa si inserisce nel dibattito sull’autonomia strategica europea e sul rilancio della competitività dell’Ue, aprendo nuovi interrogativi sull’evoluzione delle relazioni transatlantiche.

Il 23 gennaio il presidente del Consiglio Meloni e il Cancelliere federale Merz hanno firmato un Accordo cruciale volto a intensificare la cooperazione bilaterale in tema di resilienza, sicurezza e difesa. L’intesa si inserisce nel dibattito sull’autonomia strategica europea e sul rilancio della competitività dell’Ue, aprendo nuovi interrogativi sull’evoluzione delle relazioni transatlantiche.

In occasione del 75° anniversario della ripresa delle relazioni diplomatiche tra Italia e Germania, il vertice intergovernativo di Roma ha sottolineato una crescente convergenza sui principali dossier strategici. La volontà di consolidare il partenariato era già emersa nel 2023, con la ratifica del Piano d’Azione che ha inaugurato una fase di collaborazione, soprattutto nell’ambito energetico e industriale, tramite integrazione e joint venture, tra cui quella tra Leonardo e Rheinmetall. Tali iniziative rispecchiano la posizione di Roma e Berlino come maggiori potenze manifatturiere dell’Unione europea che, insieme a Parigi, si distinguono grazie ai rispettivi colossi industriali della difesa. In quest’ottica, la necessità di rafforzare l’autonomia strategica europea e di ridurre la dipendenza da attori terzi rende l’avvicinamento tra Italia e Germania un passaggio politicamente rilevante e una bussola per le politiche europee.

I principali pilastri dell’intesa

Il Protocollo per il Piano d’azione sulla cooperazione strategica rafforzata, siglato il 23 gennaio a Villa Pamphili, delinea la responsabilità dei due Paesi per la pace, libertà e sicurezza dell’Ue e della NATO. Le agende congiunte riflettono come la difesa sia ormai inscindibile dal coordinamento politico e industriale, nonché la volontà di consolidare la centralità dell’Italia e della Germania nell’architettura euro-atlantica. Oltre a distinguersi come like-minded, i due governi intendono dare un “nuovo slancio” all’Europa, agendo in sinergia e dedicandosi alla difesa e al rilancio della competitività.

La prima richiede un progressivo coordinamento transnazionale, una strategia integrata e un’attenzione particolare alle alleanze economiche e industriali, settori in cui Roma e Berlino rappresentano già un pilastro centrale e con cui possono incidere sulle future politiche dell’Ue. Difatti, la decisione italiana di aderire al Framework Agreement sull’esportazione di armamenti, che dal 2000 coinvolge già Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna, segna un passaggio decisivo nel riposizionamento strategico di Roma. Da un lato, la partecipazione all’accordo multilaterale consente maggiore cooperazione e integrazione nei programmi militari congiunti, fornendo notevoli opportunità alle imprese italiane che potranno ambire a ruoli di primo piano nei consorzi europei. Dall’altro lato, l’accordo-quadro garantisce la prevedibilità di investimenti, coproduzione e ampliamento delle catene logistiche, decisi in fase preventiva dalle aziende che non dovranno sottoporsi ai veti nazionali e alle influenze politiche. Si denota così un passo fondamentale per la sicurezza europea, che non può prescindere dal peso negoziale delle industrie.

Parallelamente, Giorgia Meloni e Friedrich Merz hanno lasciato intendere l’impegno nel rafforzare l’autonomia strategica europea all’interno delle organizzazioni internazionali già esistenti, prime tra tutte l’Alleanza Atlantica, le Nazioni Unite e l’OSCE. Con il riferimento a missioni ed esercitazioni congiunte nei domini terrestri, spaziali, marittimi, aerei e cibernetici, nonché all’interoperabilità dei sistemi d’arma e tra le forze armate, emerge la volontà di implementare resilienza e deterrenza europee, senza compromettere gli obiettivi della NATO. Si tratta di un approccio della difesa che rafforza il pilastro europeo dell’Alleanza, invece che sostituirsi ad essa. Infatti, l’asse Berlino-Roma privilegia una continuità strategica con Washington, allontanandosi dalle posizioni di altri partner che vedono nell’autonomia strategica europea il potenziale per svincolarsi dalla Casa Bianca. La risposta italo tedesca richiama quindi la necessità di tutelare le relazioni transatlantiche e, al contempo, potenziare le iniziative europee. In tal senso, sono previsti investimenti in sistemi come il caccia Eurofighter, l’Eurodrone, il semovente Panzerhaubitze 2000 e i sottomarini di classe U212 (incluso il Near Future Submarine) attraverso il coordinamento dell’Organisation Conjointe de Coopération en matière d’Armement (OCCAR). L’obiettivo implicito è la riduzione della frammentazione industriale e militare dell’Europa che, grazie al bilaterale, intende ambire a un mercato unico della difesa. 

Il vertice ha istituito una governance strutturata tramite consultazioni annuali “2+2” tra i Ministri della difesa e degli affari esteri, orientati a sincronizzare le rispettive politiche nazionali e lavorare in sinergia ai dossier strategici, rappresentati oggi dall’Ucraina e dal Medio Oriente. Un ampio spazio è riservato agli obiettivi in materia di cybersecurity, che rendono necessario condividere intelligence e dispiegare task forces congiunte, nonché coordinare le risposte alle minacce ibride e alla sicurezza euro-atlantica. A tal proposito, il Protocollo integra le modalità operative per una sicurezza resiliente e credibile: contromisure efficaci per prevenire le minacce ibride, condivisione tempestiva di informazioni, formazione congiunta, protezione delle infrastrutture critiche (specialmente marittime) e cooperazione spaziale più stretta.

Accanto alla sicurezza comune, al centro dell’agenda italo tedesca si situano la dimensione industriale e la competitività, percepite come prerequisiti per la proiezione strategica europea. Per colmare il gap con i competitor statunitensi e cinesi, Merz e Meloni hanno posto l’enfasi sulla semplificazione della burocrazia europea, sul rafforzamento del mercato unico e sull’urgenza di una politica commerciale ambiziosa, aperta, equa e standardizzata. Il rilancio della competitività si accompagna alla valorizzazione dei prodotti nazionali e del tessuto economico europeo, nell’ottica di costruire catene di approvvigionamento resilienti e limitare le dipendenze strategiche, pur mantenendo stretti legami con il Nord America.

Tra i principali limiti, viene denunciata la profonda frammentazione industriale, soprattutto in ambito securitario, che inficia le potenzialità dei Ventisette: nel 2018, il Comitato economico e sociale europeo stimava l’attività di 178 sistemi d’arma europei contro i 30 degli Stati Uniti, un dato che che sottolinea lo squilibrio in termini di efficienza e interoperabilità. In secondo luogo, i due leader convergono sui danni provocati dalla transizione green e dalla “visione ideologica di sostenibilità”, accusate di aver provocato il declino industriale del continente, specialmente dell’automotive, e incrementato le dipendenze esterne. In assenza di una base industriale comune, la capacità strategica, la forza economica e l’integrazione europea restano degli obiettivi incompiuti.

In questa cornice, il Piano d’azione conferma la volontà di trasformare il peso manifatturiero ed economico delle due nazioni in “capacità di incidere sugli equilibri geoeconomici e geostrategici globali. La piattaforma di cooperazione tra Italia e Germania si inserisce quindi in un’interdipendenza già consolidata, a partire dal volume di scambi commerciali, ma apre al tempo stesso nuovi interrogativi sull’evoluzione delle relazioni transatlantiche e della sicurezza europea.

Implicazioni per l’UE e la NATO

Mentre storicamente il “motore franco-tedesco” ha guidato l’Europa, l’attuale spostamento verso Roma riflette una svolta pragmatica del cancelliere Friedrich Merz verso un partner i cui interessi industriali e la cui filosofia normativa sono attualmente più in linea con quelli di Berlino che con quelli di Parigi. A differenza dell’era del tandem Merkel/Macron, che spesso si concentrava su riforme istituzionali o federaliste di ampio respiro, l’alleanza Merz/Meloni si concentra su questioni più specifiche. Inoltre, mentre la Francia rimane una sostenitrice degli Eurobond, ovvero il debito comune dell’UE, Merz ha trovato in Meloni la volontà di accantonare i dibattiti controversi sul debito comune a favore di “soluzioni su cui i paesi sono già d’accordo”, come la competitività e la gestione della migrazione. Inoltre, è rilevante pensare che Merz si sia affiancato a una retorica più “forte”, come definire la transizione ecologica fin’ora intrapresa come “ideologica”, sia una strategia per arginare l’ascesa di Alternative fur Deutschland, che al 9 febbraio 2026 era staccato da un solo punto percentuale dall’Unione Cristiano-Democratica per Politico.

In generale, l’accordo è un grande assist al rilancio dell’industria tedesca dal suo periodo di stagnazione. A questo fa specialmente richiesta di semplificazione della burocrazia europea, la formalizzazione del corridoio SoutH2 ed il coordinamento sul Critical Raw Materials Act, che vorrebbero assicurare alla Germania un flusso di energia tramite idrogeno e materie prime chiave. Allo stesso tempo, l’Italia cerca di imporsi come hub energetico strategico per tutta Europa. L’azione di Roma è quindi volta a che il pilastro europeo della NATO sia costruito in modo tale da proteggere le imprese italiane, utilizzare le proprie infrastrutture energetiche e spingere i giganti tecnologici italiani come Leonardo e STMicroelectronics al centro del futuro dell’Europa.

Si potrebbe argomentare che questa iniziativa, in quanto intergovernativa e bilaterale, abbia conseguentemente risultati della stessa natura. Tuttavia, l’asse italo-tedesco può essere un catalizzatore per l’integrazione europea. Per esempio, il patto tra Roma e Berlino crea un polo di gravità industriale. Quando due delle maggiori potenze manifatturiere dell’UE adottano gli stessi standard tecnologici e logistici, esse definiscono lo standard europeo de facto. Gli altri partner minori o limitrofi, per ragioni di interoperabilità e costi, sono incentivati a unirsi a questi programmi. In questo senso, il bilaterale non è una barriera, ma un’avanguardia: una forma di “integrazione differenziata” che mira a strutture più ampie, come quelle della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO). 

Inoltre, accordi come quello tra Leonardo e Rheinmetall creano legami societari, joint venture e catene di fornitura incrociate che promuovono un’integrazione dal basso. Infatti, i sistemi d’arma diventano comuni non perché lo ha deciso un regolamento europeo, ma perché è la realtà produttiva a imporlo, generando simbiosi industriale che potrebbe portare, nel medio periodo, a una reale integrazione del mercato europeo della difesa, tutt’ora frammentato e protezionistico. 

Infine, è interessante osservare che l’intesa non ignora le istituzioni comunitarie europee, richiamando spesso all’OCCAR (Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti) e al coinvolgimento dell’Agenzia Europea per la Difesa (EDA). Questo fa pensare che l’asse italo-tedesco voglia inserire i propri progetti dentro binari europei già esistenti, permettendo l’accesso a finanziamenti comuni come il Fondo Europeo per la Difesa o l’EDIP.

Dal punto di vista delle implicazioni per la NATO, il Protocollo ribadisce la posizione dell’Alleanza come “pietra angolare della difesa collettiva”. Roma e Berlino contribuiscono alla promozione di una maggiore responsabilità europea per la propria sicurezza all’interno dell’Alleanza Atlantica, richiesta al Vertice dell’Aia del giugno 2025. Questo non stupisce, dato che Italia e Germania sono partner potenti ma generalmente più pro-atlantisti di altri (come, tradizionalmente, la Francia, o la Spagna del governo Sanchez). Tuttavia, è interessante osservare come questo tipo di intesa promuova sì la presa di responsabilità del fianco europeo richiesto da Washington, ma anche l’integrazione dell’industria della difesa europea (mentre gli Stati Uniti hanno spesso cercato una continua dipendenza degli alleati europei dai propri sistemi di armamento). 

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