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16/06/2025
Italia

Obiettivo 2%: La spesa militare italiana tra vincoli ed esigenze

di Michelangelo Simone

Nelle scorse settimane, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affermato che l’Italia manterrà l’impegno a raggiungere il 2% del PIL nel 2025.  L’obiettivo del governo appare ancora più ambizioso se si considera l’attuale contesto geopolitico: l’Europa, infatti, deve affrontare minacce crescenti alla sua sicurezza in un momento in cui non può più fare affidamento sul tradizionale sostegno di Washington.

Nelle scorse settimane, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affermato che l’Italia manterrà l’impegno a raggiungere il 2% del PIL nel 2025.  L’obiettivo del governo appare ancora più ambizioso se si considera l’attuale contesto geopolitico: l’Europa, infatti, deve affrontare minacce crescenti alla sua sicurezza in un momento in cui non può più fare affidamento sul tradizionale sostegno di Washington.

Dell’aumento della spesa militare se ne parla da aprile, e cioè da quando il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha anticipato che l’Italia riuscirà a spendere per la difesa il 2% del PIL, che è il minimo che l’Alleanza Atlantica chiede dal 2014. A confermarlo è stata la premier stessa, che durante la sua visita alla Casa Bianca ha riportato l’intenzione dell’Italia di incrementare le spese per questo settore.

Per il 2025, l’Italia aveva stanziato per la Difesa l’1,57% del PIL, e quindi per raggiungere, e superare, il 2% sono necessari altri 10 miliardi di euro; tuttavia, questi soldi non saranno investiti direttamente in spese militari, ma comprendono anche altre spese che l’Italia già sostiene, come quelle per le pensioni militari.

La spesa militare italiana negli anni: passi avanti e passi indietro

Negli ultimi 20 anni, il settore della Difesa italiana è progressivamente entrato in una fase di crisi, come spesso lamentano i vertici militari, aggravata dall’inizio della guerra in Ucraina, che ha portato ad una sensibile riduzione degli armamenti e in particolare delle munizioni. Tuttavia, da 13 anni a questa parte, nessun governo, eccetto il primo governo Conte, ha ritenuto opportuno incrementare le spese militari, a causa sia del sempre più alto debito pubblico italiano, e sia del forte malcontento popolare quando si parla di questo argomento. L’unico eccezione è rappresentata dal ministro della Difesa del governo Draghi, che nel marzo 2022 diede avvio ad un piano per aumentare la spesa militare di 13 miliardi di euro.

L’importo per il settore della Difesa è rimasto sostanzialmente costante negli ultimi dieci anni, pur con il passaggio dei 19,9 miliardi investiti nel 2016 ai 27,7 del 2023. Se si considera la spesa rispetto al PIL, si nota che essa è rimasta pressoché uguale, con un leggero aumento tra il 2018 e il 2020. In realtà, il problema più grande che emerge quando si parla dell’aumento della spesa militare in Italia è in relazione al nostro impegno nell’ambito dell’Alleanza Atlantica. Nel 2014, la NATO impose ai propri membri di destinare almeno il 2% del PIL alla difesa, ma l’Italia è uno dei Paesi membri che meno spende in tal senso, e le cause principali risiedono nell’ostilità di una buona parte dell’opinione pubblica, e, come si è detto, nel debito pubblico, che limita di molto lo spazio di manovra. Perciò, intensificare gli investimenti nel settore militare comporterebbe dei tagli su altri ambiti, come la sanità o l’istruzione.

Rearm Europe: l’opzione Von der Leyen per la difesa europea

La situazione militare e difensiva europea è cambiata dopo il ritorno sulla scena politica di Donald Trump, che ad inizio marzo ha minacciato di far uscire gli Stati Uniti dall’Alleanza se gli altri membri non si fossero adeguati all’obiettivo del 2%. Il comportamento del presidente statunitense, non solo nell’ambito dei rapporti con l’Unione Europea, ma anche nei confronti del conflitto russo-ucraino, ha convinto i leader del Vecchio Continente a concepire un piano di riarmo che possa renderli indipendenti dagli Stati Uniti. 

Il primo impulso in tal senso è venuto dalla Commissione europea, che ha lanciato un piano di aiuti economici da investire in difesa del valore di 800 miliardi di euro, in 4 anni, che però saranno finanziati a debito, rendendo flessibile i vincoli del Patto di Stabilità. Tuttavia, di questa somma, solo 150 sono effettivi prestiti, trattandosi cioè di nuovo debito comune che la Commissione europea emetterà per finanziare eventuali prestiti a lungo termini, cui gli Stati potranno ricorrere per aumentare i loro investimenti nel settore della difesa. Ciò non ha però accontentato alcuni Paesi, che ritengono questa strategia economicamente non sostenibile. Il piano proposto da Ursula Von der Leyen punta ad aggiornare le politiche militari europee, accantonate fino all’invasione dell’Ucraina, e se realizzato l’Unione arriverebbe a spendere, nel 2029, 530 miliardi di euro, oltre il triplo rispetto ai 190 spesi nel 2021. 

Il futuro del settore della difesa italiano

Tuttavia, data l’improbabilità che nel breve periodo si possa giungere ad una forte integrazione militare europea, il punto di partenza del riarmo è quello nazionale. Torniamo così alle dichiarazioni del governo Meloni, che è dunque chiamato a rispettare gli obblighi assunti dai suoi predecessori. Dopo i numerosi vertici che si sono tenuti in questi mesi, da quello di Londra a quello di Parigi, l’obiettivo del 2% non solo deve essere raggiunto, ma anche superato, e per farlo servirà impiegare ben 10 miliardi di euro. L’Italia ha preso seriamente questo impegno già col governo Draghi, che ha avviato due programmi di investimento militare dal costo di 23 miliardi di euro, che terranno l’Italia allineata con lo standard capacitivo stabilito nel 2014. Non bisogna inoltre dimenticare che, negli ultimi anni, l’Italia ha lavorato affinché potesse vestire i panni del secondo contributore militare della NATO dopo gli USA, e lo ha fatto non solo aumentando il numero dei soldati stanziati all’estero, ma anche incrementando l’estensione geografica delle missioni, in particolare nella regione del Mediterraneo allargato.In conclusione, possiamo affermare che l’Italia ha preso seriamente l’impegno a rinnovare il settore della difesa e raggiungere l’obiettivo del 2% imposto dalla NATO. L’avanzamento dell’Italia in questo settore si estende anche al contesto del G7, poiché il nostro Paese è l’unico a non aver redatto un documento che indichi le minacce ai suoi interessi e le strategie per affrontarle. Per riuscirvi, però, dovrà fare i conti non solo con le resistenze interne provenienti dai vari partiti scettici verso il riarmo, ma anche col nuovo atteggiamento del principale attore geopolitico in questo scenario, gli Stati Uniti. Ulteriori sviluppi in tal senso possiamo aspettarceli dal prossimo vertice della NATO, che si terrà all’Aja dal 24 al 25 giugno, e che, come è stato anticipato dal segretario generale Mark Rutte, sarà la sede per fissare il nuovo obiettivo del 5%.

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