Per far fronte alle crescenti minacce ibride e alle crisi sistemiche, l’Italia ridisegna la propria architettura di sicurezza: una nuova unità di crisi a Palazzo Chigi e l’avvio della stesura della prima strategia di sicurezza nazionale potrebbero segnare uno scatto culturale e strategico fondamentale. Tuttavia, la concentrazione sull’asse Esecutivo-intelligence solleva interrogativi sul modello scelto.
È di pochi giorni fa il retroscena secondo cui la premier Giorgia Meloni starebbe portando avanti un riassetto dell’architettura di sicurezza italiana, per gestire in modo efficiente le emergenze sistemiche e rispondere rapidamente alle minacce non convenzionali. L’iniziativa scaturirebbe da una direttiva firmata dal Presidente del Consiglio a inizio ottobre 2025, volta a ridefinire il processo decisionale accentrandolo sotto il vertice dell’Esecutivo e dell’Intelligence. La svolta—accelerata dalle recenti crisi internazionali—rappresenta un ulteriore tassello verso lo spostamento del baricentro della sicurezza dalle minacce puramente militari a quelle ibride: attacchi cibernetici, guerre cognitive, disinformazione, sabotaggi alle infrastrutture critiche e crisi di approvvigionamento si affiancano ormai strutturalmente alle minacce convenzionali. Una consapevolezza istituzionale già ampiamente consolidata, come dimostrano la pubblicazione del Non-paper sul contrasto alla guerra ibrida da parte del Ministero della Difesa e la volontà del Ministro Guido Crosetto di ridefinire la strategia cyber nazionale, che mirano a conferire ai nuovi domini un ruolo centrale nella difesa italiana.
La direttiva prevede la creazione di un’unità di crisi per la sicurezza nazionale presso Palazzo Chigi, supportata da una cabina di regia unica sotto l’autorità del CISR (il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica), in raccordo con il DIS (il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) e guidata dalla Presidenza, tramite il coordinamento dell’Autorità delegata ai servizi, Alfredo Mantovano. L’intero processo viene così centralizzato a Palazzo Chigi, che mantiene la responsabilità politica prevista dalla legge 124/2007, rafforzando il legame strutturale tra il Governo e l’apparato informativo. Nello specifico, al DIS guidato dal prefetto Vittorio Rizzi—che coordina le agenzie dei servizi segreti italiani—è affidato l’incarico di organizzare la nuova unità di crisi; mentre al CISR—che ha funzione di consulenza, proposta e deliberazione sulla politica informativa per la sicurezza del Paese—la premier avrebbe chiesto di redigere una strategia di sicurezza nazionale da aggiornare annualmente.
La cabina di regia unica: un’evoluzione interna del sistema intelligence
Nonostante il forte coinvolgimento del comparto informativo, la creazione di un’unità di crisi non sembra prefigurare una riforma dei servizi segreti. Si tratta, piuttosto, di un rafforzamento interno del sistema previsto dalla legge che, nell’agosto 2007, aveva ridisegnato il Comparto dell’intelligence italiana istituendo il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e lo stesso CISR. L’intenzione del governo sembra essere quella di evitare stravolgimenti normativi complessi e onerosi—in termini di tempo e di capitale politico—inserendo la nuova cabina di regia all’interno dell’architettura esistente per integrarne e ottimizzarne gli strumenti.
Già con il DPCM 8 gennaio 2026 n.1, l’esecutivo aveva messo mano al DIS, varando un nuovo regolamento per adattarlo a uno scenario di minacce strutturali e permanenti, rafforzandone il controllo e l’indirizzo politico senza toccare le agenzie operative. La cabina di regia si inserisce in questo quadro come un tavolo ristretto sotto il CISR, appoggiandosi operativamente al DIS. La scelta di posizionare questo centro nevralgico sotto l’egida diretta della Presidenza del Consiglio risponde all’esigenza di snellire la catena di comando, rendendola più corta e idonea a garantire una risposta immediata, a prescindere dalla natura della crisi o dell’attacco. L’obiettivo è superare la frammentazione decisionale che, storicamente, caratterizza l’architettura di sicurezza italiana, una criticità emersa con forza durante shock sistemici come la pandemia.
Guardando oltre i confini nazionali, emerge tuttavia una chiara peculiarità di questa impostazione rispetto ai modelli delle principali democrazie occidentali. Queste ultime si affidano principalmente a organismi interministeriali dedicati come il National Security Council, dotati di uno staff permanente, autonomo e ampio, focalizzati sull’integrazione strutturale di tutti gli strumenti del potere nazionale nella pianificazione strategica continua. L’Italia, invece, sembra aver scelto un’impostazione relativamente snella e intelligence-centrica, più orientata alla gestione delle crisi repentine e alla threat assessment che alla pianificazione di lungo periodo. Se da un lato questa spinta centralizzatrice ricalca l’evoluzione funzionale auspicata dalla proposta di legge del presidente del COPASIR, Lorenzo Guerini, dall’altro se ne discosta profondamente, evitando di creare un vero e proprio NSC italiano (almeno per ora).
La strategia di sicurezza nazionale: un’assenza storica
Il secondo pilastro di questo riassetto riguarda la stesura della prima National Security Strategy (NSS) italiana. Lo sviluppo di tale documento rappresenterebbe una novità assoluta: l’Italia, infatti, rimane l’unico paese del G7 (e tra le poche middle powers) senza un testo simile. Colmare questo vuoto strategico potrebbe segnare un fondamentale passo avanti per la cultura strategica nazionale. Un documento di questo tipo rappresenta una bussola per qualsiasi Stato: offre una visione strategica unitaria che consente di navigare l’ambiente esterno con efficienza, coerenza e proattività, definendo in modo dettagliato e inequivocabile gli interessi nazionali, tracciando gli obiettivi strategici, allocando le risorse necessarie e coordinando l’intero spettro del potere nazionale per il loro raggiungimento.
La volontà di superare questa mancanza cronica evidenzia una rinnovata consapevolezza istituzionale della necessità di rafforzare la riflessione strategica del Paese. Un ambito storicamente debole, frenato dalle memorie del fascismo e da una cultura repubblicana radicata nel pacifismo costituzionale, ma prepotentemente scosso dai recenti eventi internazionali, in particolare dallo scoppio della guerra in Ucraina.
Negli ultimi anni è emerso un consenso trasversale e bipartisan sull’urgenza di dotarsi di una NSS. Già nel 2024, la proposta di legge di Lorenzo Guerini (PD) prevedeva una strategia nazionale da sviluppare su base triennale, oltre all’istituzione di un vero e proprio NSC italiano; più recentemente, nel 2025, il Ministro della Difesa Crosetto aveva presentato alla Camera dei Deputati il position paper Per una Strategia di Sicurezza Nazionale. In quell’occasione, Crosetto ha ribadito la necessità vitale di un documento che definisca “la visione che un Paese ha di sé e del proprio posizionamento nel mondo, gli strumenti da mettere in campo per promuovere il benessere dei cittadini”.
Il governo ha affidato questo arduo compito al CISR: l’organo politico presieduto da Giorgia Meloni che riunisce i principali ministeri competenti ed è supportato dal DIS, il cui Direttore generale svolge le funzioni di segretario del Comitato. Questa scelta riflette l’esigenza di valorizzare uno strumento già incardinato ai vertici dello Stato, ora chiamato a compiere un salto di qualità da più parti auspicato: affiancare al suo ruolo tradizionale di perno collegiale del evolvere verso una nuova funzione di indirizzo strategico generale.
La soluzione che si profila—una strategia da aggiornare su base annuale, previo parere del Parlamento—presenta, tuttavia, aspetti di luce e d’ombra. Da un lato, introdurrebbe finalmente l’obbligo di definire interessi, minacce e risorse in un documento pubblico e ufficiale, tracciando una rotta che dovrebbe vincolare anche i futuri governi. Questo ridurrebbe la possibilità di piegare le scelte di politica estera a mere convenienze elettorali interne, per ancorarle invece al perseguimento degli interessi nazionali. Dall’altro lato, la cadenza annuale risulta una scelta insolita rispetto alle strategie di sicurezza sviluppate dai principali alleati occidentali (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, tra gli altri), che si affidano a un orizzonte pluriennale. Questo lasso di tempo ristretto rischia di assecondare una tendenza all’aggiornamento reattivo, basato sulle emergenze del momento, piuttosto che favorire l’elaborazione di una vera e propria grand strategy (come definita da numerosi studiosi) di lungo periodo.
Infine, emerge un nodo legato all’architettura decisionale. Il CISR è un comitato prettamente politico che non include tra i membri permanenti il Capo di Stato Maggiore della Difesa. Anche se, come altre autorità civili e militari, può essere chiamato a partecipare alle riunioni dal Presidente del Consiglio, tale soggetto non avrebbe formalmente diritto di voto in base al regolamento attuale. L’assenza strutturale della leadership militare tecnica nella definizione delle priorità profonde del Paese lascia aperta un’importante questione sull’ampiezza e sull’inclusività di questa nascente strategia di sicurezza nazionale.
Non vi è dubbio che l’iniziativa del governo Meloni rappresenti uno scatto culturale e strategico di decisiva importanza per l’Italia. Affrontare il tema dell’interesse nazionale in modo profondo e avviare un processo di riflessione strategica di così ampio raggio significa rompere un tabù storico, colmando un vuoto che penalizzava il Paese nel confronto internazionale. La rapidità decisionale intrinseca della nuova unità di crisi costituisce uno strumento necessario per rispondere alle minacce ibride, sempre più frequenti e complesse. Al contempo, restano aperti interrogativi cruciali che troveranno risposta solo con la pubblicazione dei primi documenti ufficiali, o attraverso dichiarazioni pubbliche. Se questa iniziativa si rivelerà il primo tassello di un’evoluzione verso un modello più strutturato e di lungo termine, oppure il punto di arrivo di una gestione centralizzata delle emergenze, dipenderà dalla volontà politica di integrare tutte le anime istituzionali, militari e civili indispensabili per la tutela dell’interesse nazionale e della sicurezza del Paese.

