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19/12/2010
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La Chiesa Cattolica apre all’ecologia non materialista

di Alessandro Manzo

La Conferenza di Copenhagen ha registrato una sostanziale assenza di novità e di pulsioni politiche di rilievo sul tema della tutela globale dell’ambiente, contrariamente a quanto ci si attendeva a seguito dell’elezione del “verde” Obama e della sua posizione di rottura rispetto alla precedente amministrazione americana in fatto di riscaldamento globale ed energie rinnovabili. Ma se la conferenza ha deluso sul piano delle nuove proposte, si è sentita a latere dei lavori la forte “voce” della Chiesa Cattolica attraverso le parole del Sommo Pontefice Benedetto XVI il quale in più episodi (apertura del vertice in Danimarca e XLIII Giornata Mondiale della Pace) ha espresso la posizione della Chiesa sul tema del rapporto uomo-ambiente e dello sviluppo sostenibile.

 

Tali argomentazioni in realtà non sono nuove: già nel 1971, quando appena si cominciava a parlare di ecologia, Papa Paolo VI (1963-1978) nella lettera apostolica Octogesima adveniens ammoniva che «attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli [l’uomo] rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana».

Nella posizione della Chiesa si registrano due aspetti estremamente rilevanti e di rottura rispetto alla cultura ecologista dominante. Innanzitutto la contestazione di una visione materialista dell’ambiente considerando la natura come intrinsecamente legata alla persona e non come risorsa inanimata verso la quale avere un approccio di tipo semplicemente economico. A tale proposito è interessante notare come la Chiesa, in modo simile alla questione dell’economia, si occupa della sostenibilità ambientale evitando di entrare nel merito di specifiche soluzioni tecniche, lasciando il campo agli operatori del settore, ma individuando nella “causa prima” del degrado ambientale l’ideologia tecnocratica imperante che vede nella tecnica lo strumento per un progresso non arginato da una necessaria responsabilità morale e spirituale. Tale tema è già espresso nella Caritas in veritate dove si evidenzia «la lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo». Viene proposta dunque la definizione di “ecologia umana” secondo la quale non è possibile comprendere a fondo la crisi ambientale se si scinde il tema dalla visione che l’uomo ha di se stesso e della sua essenza. Si ricollegano dunque i diritti dell’ambiente al “diritto naturale” in tutte le sue manifestazioni. Nasce la definizione di “grammatica dell’ambiente” per descrivere l’equazione tra uomo e natura all’interno di un contesto armonico. E’ probabile che il motivo di una presa di posizione così lontana dal contingente sia figlia dell’attuale condivisione a livello globale del problema ambientale nel merito tecnico e della conseguente necessità di rivolgere l’attenzione su nuovi modelli di sviluppo sostenibile piuttosto che su accordi di natura tecnica destinati ad essere disattesi da ragioni di natura economica o necessità politiche di medio termine.

Il secondo aspetto che è espresso da Benedetto XVI e che rappresenta una svolta rispetto alla cultura ecologista dominante si esprime quando il Papa parla di una “reciprocità” nell’azione genuinamente ambientalista: «nel prenderci cura del creato, noi constatiamo che Dio, tramite il creato, si prende cura di noi». E’ una posizione che rispecchia la critica all’attuale modello di sviluppo e si allinea con quanti ritengono che una riflessione a lungo termine sulla gestione globale dei problemi del pianeta vada di pari passo con una riflessione sugli attuali assetti economici e sociali.

E’ presumibile che in futuro lo scenario del dibattito sull’ambiente veda una presenza sempre più influente della Chiesa cattolica, soprattutto se consideriamo il peso che essa può avere nelle scelte degli amministratori locali in campo ambientale grazie alla sua capillare presenza sul territorio a livello globale. Se il vertice di Copenhagen è stato da molti considerato un insuccesso può forse essere considerato la tomba del dibattito sul “come” tutelare l’ambiente e l’inizio del confronto sul “perché” proteggere la natura. Senza dimenticare l’uomo.

 

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