Dopo la fine della Seconda guerra
mondiale, gli Stati Uniti emersero come nuovo centro del potere mondiale,
completando un iter iniziato dai primi anni del XX secolo e ottenendo il ruolo
che era stato di Londra per molto tempo.
Per adattarsi a
questa nuova realtà, gli USA mutarono radicalmente la propria posizione a
livello internazionale, abbandonando del tutto l’isolazionismo che li
aveva caratterizzati fin dalla loro istituzione.
L’economia e la
potenza militare assicurarono le basi più concrete del primato statunitense, ma
ciò che influenzò l’emisfero occidentale in maniera più evidente fu la società
americana. Sebbene non mancarono periodi di forti tensioni come quelle
sviluppatesi in concomitanza con l’affermazione dei movimenti per i diritti
civili, l’idea della società “equa e morale” divenne sinonimo di quella
americana.
In numerose occasioni le conquiste della struttura sociale americana, dai pari diritti, all’affermazione e difesa delle libertà dei cittadini in numerosi campi, furono precorritrici dei tempi. L’influenza di Washington così si espandeva anche nel settare queste linee guida sociali, che fungevano da “imprimatur” per le nazioni del blocco occidentale, che spesso le replicavano nei propri ordinamenti interni, facendo del sistema americano un esempio da seguire.
La nuova tradizione del primus inter pares
Essendo seguita da molti, l’America divenne quasi un ideale, un concetto, un “modus vivendi”: molti politici guardavano a Washington per aiuto e consiglio, i giovani ne seguivano le mode e l’economia le scelte. Presto il ruolo di leader iniziò ad influenzare gli Stati Uniti in maniera capillare.
Uno degli esempi fu l’evoluzione della
dialettica presidenziale. Alla Casa Bianca si iniziò ad utilizzare un particolare
linguaggio nelle dichiarazioni ufficiali, influenzato dalle pesanti tensioni
ideologiche della guerra fredda e da una profonda convinzione di essere nel
giusto. Eisenhower nel 1950 sostenne: “per distruggere le libertà umane e
per controllare il mondo, i Comunisti usano ogni arma concepibile (…) spinto da
questa minaccia alla nostra stessa esistenza, Io parlo stanotte (…) della
crociata della libertà. (…) per combattere la grande bugia con la grande
verità”.
Tali
convinzioni resistevano anche nelle occasioni nelle quali il ruolo di “poliziotto
del mondo”, si scontrava direttamente con quello di uno Stato promotore di pace,
creando contraddizioni tra il principio e l’azione. Ma ciò non veniva
percepito come inappropriato. Il presidente Kennedy, nel 1961, spiegò come si
potesse essere una nazione di pace, ma capace di agire comunque in scenari
bellici, giustificando il fine per il quale gli USA stavano agendo: “Abbiamo
proposto ai nostri alleati il piano di disarmo del 1951 mentre eravamo in
guerra con la Corea. E facciamo le nostre proposte oggi, mentre costruiamo le
nostre difese su Berlino, non perché siamo incoerenti o insinceri o intimiditi,
ma perché sappiamo che prevarranno i diritti degli uomini liberi”.
In un crescendo, si arrivò addirittura a sostenere un dovere quasi messianico,esemplificato dalle parole di Nixon del 1969: “Non lasciamo che gli storici appuntino che quando l’America fu la più forte nazione del mondo noi facemmo orecchie da mercante e lasciammo soffocare dai totalitarismi le ultime speranze per pace e libertà di milioni di persone”. L’America raggiunse negli anni della guerra fredda un ruolo di primus inter pares,un polo d’attrazione per chi si definiva equo e libero e ne assunse pienamente i tratti. Con questo forte condizionamento, presto le azioni internazionali definibili come “giuste” divennero quelle “americane” e viceversa le azioni “americane” divennero automaticamente “giuste” agli occhi della maggioranza delle nazioni.
Quando venne a mancare “il” nemico con
la caduta dell’URSS, il gioco dei ruoli iniziò ad incrinarsi.
Il crollo dell’Impero
Sovietico portò con sé la visione strutturata del mondo comunista, da sempre definita
come direttamente opposta a quella americana, pericolosa, ingiusta, iniqua ed
amorale, ma questo fu l’ultimo tassello per confermare quanto fosse giusta e
fondata la “via americana” agli occhi degli americani stessi.
Il nadir a occidente
La tradizione diplomatica e politica di ogni nazione si fonda sulle esperienze passate e le conseguenti vittorie o sconfitte della propria storia, per questo motivo è stato in una certa misura naturale per gli Stati Uniti mantenere un comportamento da “princeps” anche nel XXI secolo. Sebbene lo scenario internazionale fosse mutato profondamente negli anni Novanta, non essendoci più un solo sistema di pesi “dualistico”, gli Stati Uniti non vollero (forse non riuscirono a) lasciare il centro della scena che gli era stato per molto tempo riservato. Tuttavia, le contraddizioni del sistema americano, una volta giustificate o del tutto non percepite, iniziarono a farsi sempre più evidenti, adombrando progressivamente il ruolo “esemplare” di Washington e delle sue politiche.
Sebbene non sempre popolari, non sono state tuttavia le azioni americane nella politica internazionale a suscitare le critiche più aspre. È prassi consolidata che nello scacchiere internazionale, uno Stato possa soprassedere sulle proprie tradizioni di diritto e società a favore di collaborazioni con Stati o regimi che non ne condividono i principi, applicando la tradizione della realpolitik.
Ma con gli albori di un sistema
multipolare e generalmente evoluto (sia socialmente che legalmente) gli Stati
moderni hanno iniziato a mal sopportare il paternalismo americano nelle questioni
prettamente domestiche.
Non percependo
questa realtà, lo spirito di intellettualismo etico degli USA ha mantenuto la
propria tradizione, concretizzandosi in commenti, valutazioni e critiche riguardo
scelte legislative e sociali di numerosi paesi stranieri.
Mentre le
proteste a sfondo razziale si propagano in numerose città americane e la Casa
Bianca sembra essere impreparata a questa crisi, le conseguenze internazionali
non si sono fatte attendere. Alcuni capi di Stato, precedentemente criticati su
svariate scelte dei rispettivi governi, come il presidente Putin, il presidente
Rouhani ed ironicamente addirittura Kim Jong-Un, hanno espresso preoccupazione
per le iniquità della società americana. In aggiunta a questi paesi, definibili
come avversari o concorrenti, un concerto di nazioni alleate ha criticato, più
o meno velatamente, la società americana e la sua leadership.
La memoria internazionale difficilmente si oscura, specialmente verso un passo falso dei primi della classe. Non è quindi difficile immaginare che nel prossimo futuro si ammaccherà sempre di più il concetto di società felice ed idilliaca della quale gli Stati Uniti si sono spesso fregiati, rendendone meno incisiva la critica a livello internazionale nelle questioni sociali.
La tradizione “dell’esempio americano” sta muovendo gli ultimi passi verso il suo nadir, non perché la società americana sia nettamente peggiore delle altre, ma proprio perché fa parte di un complesso insieme di realtà nazionali del quale più nessuno può ergersi ad arbitro di ciò che può essere definito oggettivamente giusto o errato, basandosi su una propria moralità soggettiva. Nelle parole dello psicologo clinico canadese Jordan Peters: “assicurati che la tua casa sia in perfetto ordine, prima di criticare il mondo”.

