“Nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa ed essere nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo.”Con queste parole, un famoso statista della Prima Repubblica, definiva la necessità politica,storica e culturale di un’ Europa protagonista nel processo politico regionale. Proprio quest’ultimo a partire dal 2011, si è progressivamente atomizzato, portando ad una moltiplicazione degli interlocutori,statali e non, e degli interessi in gioco, rendendo assai più difficile un efficiente sistema di governance per l’area.
Le conseguenze socio-economiche della crisi finanziaria, parallelamente agli sconvolgimenti negli assetti geopolitici causati dalle “Primavere Arabe” e dalla loro maldestra gestione a livello internazionale, hanno destabilizzato, sia la sponda meridionale del bacino Mediterraneo, sia quella settentrionale,arrivando a saldare tra loro, i diversi archi di crisi, sovrapponendo fattori di natura storica,culturale,politica e religiosa in una miscela altamente destabilizzante, a tal punto che l’ex-segretario di Stato, Henry Kissinger, ha paragonato l’attuale situazione del mare nostrum alle condizioni dell’Europa seicentesca, sconvolta dalla Guerra dei Trent’anni. La carenza di linee-guida comuni per le policies dei diversi stati membri è risultata ancora più evidente durante l’ultima crisi che si è abbattuta contro le fondamenta della costruzione comunitaria: l’emergenza migranti, ennesima espressione di un processo,quello attuato dalle istituzioni di Bruxelles, di deresponsabilizzazione verso le problematiche mediterranee.
Origini e sviluppi del fenomeno migratorio
Le origini dell’attuale crisi migratoria, possono essere identificate nelle violente trasformazioni geopolitiche che hanno colpito l’area del MENA, questi processi, se da un lato hanno causato lo spostamento di ingenti masse umane, dall’altro hanno rimosso gli unici interlocutori, per quanto insoddisfacenti; che avrebbero potuto limitare tali flussi o almeno regolarne l’intensità. Il vuoto politico venutosi a creare, ha reso la macroregione mediterranea un evidente piano di frizione, incentivando non solo il flusso migratorio, ma fornendo a quest’ultimo, nuove rotte di transito, spesso attraverso aree che ancora celano conflittualità di matrice etnica e religiosa, non del tutto sopite, basti pensare al cosiddetto “Corridoio Balcanico”,area strategica, in cui il rischio che tale fenomeno migratorio possa degenerare, entrando in contatto con i numerosi traffici criminali o attraverso la contaminazione del fondamentalismo religioso, esiste e non va sottovalutato. Inoltre va constatato che alle ragioni puramente economiche dei flussi migratori precedenti, si vanno a sostituire ragioni umanitarie, per lo più legate al dramma della guerra e alla sicurezza personale, non più garantita dai paesi d’origine.
Dunque fintantoché l’instabilità rimarrà una costante dell’area, sarà difficile prevedere una diminuzione del flusso migratorio, flusso che alimenta economicamente numerosi traffici illeciti, finanziando spesso, le stesse formazioni terroristiche che destabilizzano i paesi d’origine, in una commistione sempre più diffusa tra criminalità e terrorismo, incentivando la proliferazione di quelle attività che minano la sovranità effettiva dello Stato, favorendo altresì un profondo radicamento di tali gruppi all’interno del territorio occupato.
L’impatto del flusso migratorio e la risposta europea
Gli effetti di tale fenomeno sono stati a dir poco dirompenti, sgretolando la residua unità politica dell’Unione Europea e generando una vera e propria ondata di panico nei diversi strati sociali, attraverso anche l’effetto di spettacolarizzazione, caratteristico dell’apparato mediatico. La combinazione di questi elementi, ha provocato il risorgere di veri e proprio muri di confine, parallelamente a sentimenti di natura xenofoba o ultranazionalista, portando alla sospensione de facto dell’area Schengen.
In questo frangente gli stati membri si sono mossi in ordine sparso, seguendo per lo più la via dell’egoismo nazionale, non riuscendo a trovare una risposta comunitaria efficace, ad un problema che molti ritengono, in maniera poco lungimirante, di poter affrontare a livello locale, nonostante la complessità e la natura intrinsecamente transnazionale del fenomeno migratorio. Le politiche finora adottate in sede Europea si sono dimostrate dei palliativi, ma non delle vere e proprio cure, tale va considerata l’Operazione Triton, specialmente se non affiancata da un efficace sistema di ridistribuzione delle quote migranti. Tale operazione nasce,infatti, con la finalità di prevenire le tragedie di cui troppo spesso si è sentito parlare recentemente, ma non è in grado e non potrebbe esserlo, di risolvere le crisi correlate agli squilibri strutturali di natura socio-economica e geopolitica dell’area del MENA, causa principale della crescente domanda di accoglienza. A queste operazioni di carattere umanitario, si vanno ad affiancare azioni diplomatiche a geometria variabile, come nel caso dell’accordo con la Turchia, divenuta da scomodo vicino ad alleato necessario per il controllo del corridoio balcanico, che punta inesorabilmente verso il cuore della Mittel-Europa. L’applicazione di tale trattato tuttavia ha scatenato numerose critiche da parte di osservatori internazionali e della stessa opinione pubblica europea, richiamando l’attenzione sul mancato rispetto dei diritti umani, ma soprattutto sulla percezione di aver consegnato un’ utile arma di ricatto economico e politico alla Turchia.
Conclusioni
Come già detto, la portata dei flussi migratori non potrà tornare a livelli gestibili fintantoché persisterà una generale instabilità nell’area di provenienza. A tal proposito l’Unione Europea dovrebbe implementare, attraverso gli organi competenti, tre tipologie di strategie, di breve, medio e di lungo termine, cercando nella misura più completa di dotarsi di una politica estera comune, che limiti l’atteggiamento individualistico dei singoli membri. Nel breve termine una risposta organica di burden-sharing per sostenere la situazione dei paesi frontalieri è necessaria ed inevitabile, accompagnando tale politica alla creazione di corridoi di attraversamento sicuri e regolamentati, trasformando il confine da barriera a canale di controllo, nel medio periodo una riforma strutturale dell’apparato europeo concernente la politica estera collettiva,prioritaria per realizzare la strategia di lungo termine, che prevede interventi finalizzati a diminuire la conflittualità dello scacchiere mediorientale e la povertà delle regioni sub-sahariane, attraverso l’utilizzo di strumenti finanziari vincolati al bilancio comunitario.

