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La crisi venezuelana e le sue implicazioni sul diritto di asilo in America Latina

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La devastante crisi economica, politica e sociale che ha investito il Venezuela negli ultimi anni ha provocato un esodo di massa dal Paese che attualmente conta oltre 5 milioni e mezzo di persone, di cui circa 4,5 milioni emigrate verso altri Stati dell’America Latina. La migrazione ha fatto impennare il numero di richieste di asilo politico avanzate dai cittadini venezuelani a livello globale e regionale, ma ad oggi solo una minima parte di queste è stata accolta.

La diaspora venezuelana

La crisi che ha messo in ginocchio il Venezuela è iniziata con Hugo Chávez e si è aggravata sotto il governo di Nicolás Maduro. L’inflazione, già intorno al 50% nel 2013, ha raggiunto nel 2018 il milione di punti percentuali. L’aumento della povertà, unito alle tensioni sociali provocate dalla crisi politica – culminata a inizio 2019 con l’autoproclamazione del leader dell’opposizione, Juan Guaidó, a presidente ad interim – ha fatto sprofondare il Paese in un’escalation di violenza da cui in milioni hanno deciso di fuggire. Se nel 2005 il numero di migranti venezuelani nel mondo non superava il mezzo milione, oggi la cifra ha toccato i 5 milioni e mezzo. Di questi, la maggior parte è rimasta all’interno della regione: solo la Colombia ne ospita circa 1,7 milioni; un altro milione si trova in Perù. Seguono poi Cile, Ecuador, Brasile e il resto dei Paesi latino-americani.

Nelle comunità ospitanti, i migranti si trovano spesso a fare i conti con episodi di discriminazione, sfruttamento e traffico di esseri umani; hanno difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, e ad accedere a servizi di base come l’istruzione e l’assistenza sanitaria (circostanza ulteriormente aggravata dalla pandemia in corso). Lo status di rifugiato, oltre a impedire che i migranti vengano rispediti nel proprio Paese finché la situazione in quest’ultimo non sia migliorata, permetterebbe di migliorare significativamente l’accesso a tali servizi. Tuttavia, la tendenza generale da parte dei governi della regione è stata quella di non considerare i venezuelani come rifugiati, e di ricorrere invece ad altre forme di regolarizzazione, quali permessi di soggiorno e residenza che – oltre ad avere carattere temporaneo – risultano difficili da ottenere, col risultato che gran parte dei migranti sono rimasti privi di protezione. Cosa dice, a questo proposito, il diritto internazionale?

Il diritto di asilo nel mondo e in America Latina

Sebbene, a livello internazionale, lo strumento giuridico di riferimento per la protezione dei rifugiati rimanga la Convenzione di Ginevra del 1951 – che limita la definizione di rifugiato a chi si trova fuori dal proprio Stato “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche” – col passare del tempo l’interpretazione della stessa convenzione ha dovuto adattarsi ai nuovi contesti e scenari mondiali. Oggi, l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati definisce questi ultimi “persone che si trovano al di fuori del loro Paese di origine a causa di persecuzioni, conflitti, violenze o altre circostanze che minacciano l’ordine pubblico, e che, di conseguenza, hanno bisogno di protezione internazionale”. In America Latina, il tema del diritto di asilo ha assunto particolare importanza nel contesto della guerra fredda e della stagione dei regimi militari degli anni ’60 e ’70, a causa delle persecuzioni e delle violenze che hanno spinto molte persone ad abbandonare il proprio Paese.

Il 22 novembre 1984, 10 Paesi latino-americani, vale a dire Belize, Colombia, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua, Panama e Venezuela, hanno adottato la Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati. L’accordo, non vincolante, ingloba non soltanto gli elementi della Convenzione del 1951, ma estende il concetto di rifugiato a tutte le “persone fuggite dal loro Paese perché la loro vita, la loro sicurezza e la loro libertà erano minacciate da una violenza generalizzata, un’aggressione straniera, conflitti interni, una violazione massiccia dei diritti dell’uomo o altre circostanze che abbiano gravemente turbato l’ordine pubblico”. Alla luce delle informazioni disponibili sulla situazione in Venezuela, l’UNHCR ritiene che le circostanze che hanno portato alla fuga di milioni di venezuelani ricadano nello spirito della Dichiarazione di Cartagena, presupponendo l’esistenza di un bisogno di protezione internazionale. Eppure, al 31 dicembre 2020, dei circa 850.000 venezuelani che avevano fatto richiesta di asilo nel mondo, solo 170.000 avevano ottenuto lo status di rifugiato. In America latina, gli asili concessi sono stati circa 75.000, pari a neanche il 2% del totale di migranti venezuelani presenti nella regione.

Un cammino ancora lungo

Le ragioni dietro a queste cifre sono molteplici. Tra queste, c’è il timore che applicare i principi della Dichiarazione del 1984 potrebbe portare a un ulteriore aumento degli ingressi, in un contesto di servizi pubblici già in difficoltà e di crescente xenofobia. Inoltre, a causa del numero sempre crescente di richieste di asilo, i sistemi di elaborazione delle stesse sono in sovraccarico, rendendo il processo lungo e complicato. Infine, sono spesso gli stessi venezuelani a non optare per la soluzione dell’asilo politico, a causa dello stigma associato con la condizione di rifugiato.

Questo non significa che non siano stati fatti dei passi in avanti. A giugno 2019, il Comitato Nazionale per i Rifugiati brasiliano ha pubblicato un report in cui ha concluso che la crisi sviluppatasi in Venezuela ricade tra le circostanze previste dalla Dichiarazione di Cartagena. Nel dicembre dello stesso anno, il Brasile ha semplificato la procedura di richiesta di asilo, cosa che ha portato ad esaminare oltre 21.000 richieste in un mese. La Colombia ha lanciato quest’anno un ambizioso piano per regolarizzare i migranti venezuelani attraverso un nuovo Statuto di protezione temporanea.

Tuttavia, il carattere non vincolante dell’accordo di Cartagena, il conseguente ricorso a soluzioni temporanee e diverse dal diritto di asilo, e il numero di migranti rimasti tutt’ora privi di regolarizzazione, indicano che la strada da fare è ancora lunga. In questo senso, la crisi migratoria venezuelana rappresenta un’importante opportunità per la regione di ribadire il proprio impegno nella protezione dei rifugiati. Nel settembre 2018, 11 Paesi fra cui Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador e Perù – quelli che hanno accolto il maggior numero di migranti – hanno avviato il cosiddetto “Processo di Quito”, un sistema di coordinamento regionale finalizzato a scambiare informazioni e buone pratiche rispetto alla crisi migratoria dei cittadini venezuelani. Fra gli obiettivi del forum – il cui sesto incontro si è tenuto nel settembre 2020 – c’è anche l’implementazione di percorsi per il riconoscimento del diritto di asilo. Strategie di questo tipo, fondate sul multilateralismo, appaiono decisive, se si vogliono superare gli ostacoli presenti nei singoli Stati e facilitare l’accesso a una forma di protezione che, come il caso venezuelano ha messo in luce, rimane per molti una chimera.

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