Gli elicotteri della portaerei statunitense USS Eisenhower hanno affondato tre barchini degli Houthi yemeniti che avevano tentato di abbordare un cargo battente bandiera di Singapore nelle acque del Mar Rosso. Circa dieci miliziani yemeniti sono stati uccisi dagli statunitensi. Si tratta del primo scontro a fuoco diretto dell’Operazione Prosperity Guardian a guida USA, istituita per tutelare la libertà di navigazione tra lo stretto di Bab el Mandeb e Suez.
L’istituzione della task force – alla quale per via “indiretta” partecipa anche l’Italia con la Nave Virginio Fasan (fregata multiruolo FREMM, Classe Bergamini) inserita nell’ambito dell’Operazione “Mediterraneo Sicuro” – ha già spinto qualche importante compagnia di navigazione a rivedere la propria scelta di optare per la “rotta di Vasco da Gama”, passante per il Capo, tornando sui propri passi e dicendosi pronta a riattivare i viaggi nel Mar Rosso. Tra tutte lo ha già annunciato la Maersk.
Occorre, comunque, evidenziare come sia Washington che Londra, che di Prosperity Guardian sono importanti azionisti operativi e “menti politiche”, stiano pensando a trasformare l’operazione militare di scorta e pattugliamento in chiave offensiva, individuando le postazioni di lancio dei missili degli Houthi in Yemen, colpendole con attacchi aerei e missilistici. Se questo piano fosse attuato – non prima di aver consultato gli Stati Uniti ed aver conseguentemente affidato a loro la guida dell’operazione – ad avere un ruolo di primo piano, oltre al dispositivo navale, sarebbero i caccia Eurofighter Typhoon che la RAF ha stanziati nella base cipriota di Akrotiri.
In particolare, per gli inglesi questo significherebbe optare per una forte presenza – il che nella complessa gestione della geopolitica navale conta molto – in quella che resta un’area la cui strategicità era stata individuata proprio dai britannici nel lontano 1839, quando le truppe della Bombay Presidency occuparono Aden, trasformando, poi, quella presenza in un vero e proprio protettorato a partire dal 1872 – tre anni dopo l’inaugurazione del canale di Suez – e che sarebbe durato fino al 1963.
In un editoriale sul Daily Telegraph, il segretario di Stato per la Difesa britannico, Grant Shapps, esordendo con il ricordo dell’abbattimento di un drone yemenita nel Mar Rosso da parte della nave della Royal Navy HMS Diamond (cacciatorpediniere lanciamissili di classe Type 45) all’inizio di dicembre, ha scritto che “se gli Houthi continueranno a minacciare vite umane e il commercio, saremo costretti a intraprendere le azioni necessarie e appropriate”.
Anche il Segretario di Stato per gli Affari Esteri, David Cameron, ha spiegato al suo omologo iraniano, Mohammad Javad Zarif, che l’opinione pubblica britannica condivide la decisione del governo Sunak di assumere una postura attiva nel Mar Rosso, accettando anche di condurre azioni offensive contro lo Yemen settentrionale se questo servisse effettivamente a garantire il libero transito commerciale a Bab el Mandeb.
Nei fatti, il concetto di “Global Britain”, invero rimasto abbastanza “fumoso” nel corso di questi anni, si esplica proprio nella volontà – accompagnata necessariamente dalla capacità di attuarla in termini politici e militari – di Londra di far valere il suo peso in aree un tempo parte integrante del suo impero e che oggi hanno mantenuto e/o accresciuto il proprio valore strategico sull’onda dei traffici commerciali globali.
Gli attacchi condotti dagli Houthi contro i mercantili nello stretto di Bab el Mandeb sono espressione di un allargamento, ormai non più evitabile e de facto pienamente riuscito, della guerra tra Israele ed Hamas che si sta combattendo nella Striscia di Gaza. I danni che la situazione di generale insicurezza nelle acque del Mar Rosso hanno già ampliato la portata di un conflitto che, per sua stessa natura, non poteva restare confinato a Gaza, andando a causare un danno esiziale ai commerci internazionali e, conseguentemente, alla tenuta stessa dello schema di sicurezza nell’Oceano Indiano e nel Mar Mediterraneo.

