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03/04/2026
Cina e Indo-Pacifico

La Lancia del Pacifico: i Marines e la difesa della prima catena di isole

di Niccolò Zampetti

Con l’adozione del Force Design 2030 e la spinta della NDS 2026, il Corpo dei Marines trasforma l’arcipelago filippino in una piattaforma avanzata per la deterrenza attiva contro Pechino.

Con l’adozione del Force Design 2030 e la spinta della NDS 2026, il Corpo dei Marines trasforma l’arcipelago filippino in una piattaforma avanzata per la deterrenza attiva contro Pechino.

La dottrina della “Pace attraverso la Forza” nel Sud-Est asiatico

Il consolidarsi di una visione realista a Washington, cristallizzato nella National Security Strategy 2025, ha rimosso ogni residua ambiguità dal rapporto tra Stati Uniti e Filippine. Sotto la guida del rinominato Dipartimento della Guerra, l’alleanza è stata spogliata della retorica sul “liberalismo internazionale” per essere ricondotta alla sua essenza: un interesse di sicurezza reciproco e concreto. La National Defense Strategy 2026 identifica Manila non più come un mero destinatario di assistenza, ma come il perno di una “deterrenza per diniego” (Deterrence by Denial) volta a rendere troppo costosa per la Cina qualsiasi avventura militare lungo la Prima Catena di Isole.

Questo riallineamento strategico delle Filippine riflette la volontà di Manila di non restare schiacciata dalle ambizioni egemoniche regionali di Pechino. Il passaggio dalla politica estera ondivaga dell’era Duterte alla chiarezza strategica di Ferdinand Marcos Jr. ha permesso di superare le diffidenze storiche, ponendo le basi per una cooperazione che non riguarda più solo l’antiterrorismo interno, ma la difesa territoriale esterna. La logica della “Pace attraverso la Forza” si traduce qui nella costruzione di una massa critica di capacità militari che tolga a Pechino la certezza di una vittoria rapida e a basso costo, integrando la difesa dell’arcipelago in un sistema di sicurezza collettiva capace di resistere a pressioni di lungo periodo.

Marines: dalle grandi navi alla “guerra dei litorali”

Il braccio operativo di questa trasformazione è l’U.S. Marine Corps (USMC). Seguendo le direttive del Force Design 2030, i Marines hanno completato una rivoluzione dottrinale radicale: l’abbandono della pesantezza dei mezzi corazzati per diventare unità agili, letali e difficilmente individuabili. Nelle Filippine, questa evoluzione trova il suo terreno ideale. Operando dai siti previsti dall’accordo EDCA (Enhanced Defense Cooperation Agreement), i Marines possono rischierarsi in piccoli team mobili dotati di sistemi NMESIS (Navy/Marine Expeditionary Ship-to-Shore Missile System).

Queste unità non attendono l’inizio delle ostilità: esse sono “già dentro” l’area contesa, capaci di trasformare l’arcipelago in una barriera di sensori e batterie missilistiche. La capacità di interdire lo Stretto di Luzon e il monitoraggio costante delle acque circostanti la provincia di Palawan sono i pilastri della nuova strategia USA-Filippine, che vede Manila come il “tappo” logistico e operativo capace di paralizzare i movimenti della marina cinese (PLAN) verso il Pacifico aperto. L’adozione del sistema NMESIS, in particolare, permette di colpire bersagli navali da terra con piattaforme unmanned, riducendo drasticamente l’esposizione del personale e aumentando l’imprevedibilità degli attacchi in un ambiente costiero frammentato.

Il fattore Taiwan e la rotazione “silenziosa”

Il riallineamento strategico di Manila è ormai indissolubilmente legato alla stabilità dello Stretto di Taiwan. La geografia militare impone scelte drastiche: la provincia di Batanes si trova difatti a meno di 200 chilometri dalle coste taiwanesi. Secondo le ultime analisi sulla strategia di difesa di Taiwan, l’integrazione tattica dei Marines nelle basi settentrionali filippine è diventata un fattore determinante per la sicurezza dello Stretto.

Le esercitazioni del 2026 hanno mostrato un nuovo paradigma operativo: le rotazioni “silenziose” di unità dell’U.S. Army e dei Marines. A differenza delle grandi manovre del passato, queste rotazioni avvengono con una bassa impronta mediatica ma con un’altissima densità tecnologica, focalizzandosi sul pre-positioning di munizioni e carburante in infrastrutture civili e militari Dual-Use“. Questo approccio di “logistica distribuita” mira a rendere la rete di supporto statunitense meno vulnerabile ai bombardamenti a lungo raggio cinesi, moltiplicando i punti di rifornimento e rendendo impossibile per l’intelligence avversaria mappare con certezza la catena del valore militare alleata. Non si tratta più di manovre simboliche, ma della creazione di una struttura operativa resiliente che permetterebbe agli Stati Uniti di sostenere un conflitto ad alta intensità nel teatro taiwanese per settimane, partendo dalle basi filippine.

Verso un’architettura di difesa trilaterale e la sfida della zona grigia

L’ultimo tassello di questa complessa architettura è l’integrazione del Giappone. La nascita di un nuovo capitolo trilaterale tra Washington, Tokyo e Manila crea una profondità strategica che Pechino non può ignorare. In questo schema, sancito ufficialmente dal Joint Vision Statement dei leader dei tre Paesi, i Marines forniscono la “lancia” tattica e la presenza sul terreno, mentre Tokyo garantisce la resilienza logistica, il finanziamento di radar costieri e il potenziamento delle capacità di sorveglianza marittima (Maritime Domain Awareness) filippine.

Questa architettura si inserisce inoltre in un quadro più ampio di ridefinizione degli oneri della difesa collettiva. Washington chiede con crescente insistenza agli alleati asiatici — la cui sicurezza si regge in misura determinante sulla deterrenza estesa americana — di assumere un ruolo più attivo e un contributo più sostanziale alla difesa comune. In questo senso, l’impegno concreto di Filippine e Giappone non rappresenta solo una scelta strategica autonoma, ma anche una risposta alle pressioni di burden sharing che Washington esercita su tutti i suoi partner nella regione indo-pacifica

Il modello del “minilateralismo”, discusso ampiamente durante il Manila Strategy Forum, rappresenta la risposta più concreta alla sfida della “zona grigia” cinese, esemplificata dalle continue aggressioni presso il Second Thomas Shoal. La strategia prevede che la presenza dei Marines non serva solo in caso di guerra aperta, ma funga da “garante di ultima istanza” per le missioni di rifornimento filippine. Non si risponde più alle incursioni della milizia marittima cinese solo con la diplomazia, ma con una presenza fisica e costante che presidia i confini della libertà di navigazione. Questa postura segnala a Pechino che ogni tentativo di alterare forzosamente lo status quo territoriale nel Mar Cinese Meridionale incontrerà una resistenza integrata, tecnologicamente superiore e politicamente compatta, in grado di scalare rapidamente verso una risposta militare coordinata.


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