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NotizieLa “Naval Diplomacy” nell’attuale contesto geopolitico

La “Naval Diplomacy” nell’attuale contesto geopolitico

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Nell’attuale contesto geopolitico le Potenze sanno benissimo che la geografia del Pianeta Terra rappresenta ancora un pilastro fondamentale per il perseguimento degli obiettivi nazionali e benché stiano investendo nei nuovi domini (Spazio e Cyber) continuano la loro azione espansiva mediante l’adozione di politiche estere ed agende internazionali, che spaziano da ciò che riguarda gli aspetti climatici, sempre più legati alla nostra stessa sopravvivenza, alla gestione dei commerci. In riferimento a quest’ultimo aspetto è essenziale ribadire come i tre quarti del pianeta siano bagnati dai mari e come quindi essi facciano parte delle strategie delle maggiori Potenze attraverso l’impiego delle Marine, considerando anche il fatto di come le connessioni con il resto del mondo siano garantite proprio dal mare.

Per sfruttare il mare ed acquisire il massimo vantaggio nei confronti degli altri competitors, le potenze sfruttano le Marine da guerra attraverso tre principali funzioni: il war-fighting in senso stretto, la sicurezza marittima e non ultimo il c.d. defense engagement. Di quest’ultima funzione fa parte la Naval Diplomacy che può essere utilizzata in varie forme da quella più competitiva a quella collaborativa.

Queste tre funzioni sono essenziali per acquisire il potere marittimo che può essere definito come l’abilità di impiegare le capacità militari marittime “in e dal mare” per poter influenzare il comportamento degli altri Attori e il corso degli eventi. Nel corso dei secoli, la Naval Diplomacy è sempre stata importante ed ha agito quale amplificatore della politica estera dei vari Attori statuali ed allo stesso tempo ha assunto caratteristiche peculiari adattate sempre ai momenti storici. Si è passati da un impiego come grande forza di deterrenza al più auspicato dialogo nelle relazioni tra Stati. Oggi in termini più ampi può essere rappresentata anche dalla volontà di acquisire e mantenere la capacità del ruolo expeditionary. Le Unità Navali hanno la capacità di dispiegarsi velocemente con un elevato livello di prontezza ed hanno soprattutto l’abilità di passare dallo “stato di pace”, con un notevole potere deterrente, a “piena prontezza per il combattimento” in pochissimo tempo. Un esempio di tale impiego è stato più volte il dispiegamento di un cacciatorpediniere britannico al largo delle coste delle isole Falkland ogni qual volta il Governo argentino facesse dichiarazioni particolari. La flessibilità legata ad altre caratteristiche proprie delle Marine, come la sostenibilità, prontezza, versatilità, mobilità, persistenza, adattabilità e proiezione di forza e potenza, fa si che un rapido riposizionamento di una potente forza combattente navale al largo della costa di un Paese possa influenzare i comportamenti di quest’Ultimo in modo sottile o in altri contesti rafforzando le dichiarazioni della propria Nazione. La percezione e la credibilità dell’impiego dell’Unità Navale, usata quale deterrente, legata alla capacità di proiezione di potenza ha garantito l’assolvimento della missione. Queste caratteristiche offrono proprio l’opportunità di gestire le attività marittime sia con la diplomazia e sia con un approccio che si può definire “by design”, con dinamicità in base allo sviluppo della situazione tattico-operativa-strategica e politica in atto. In altre parole, può essere considerata un concetto inclusivo ed ampio che si applica sia alle attività coercitive, alcune rientranti nel Naval Gunboat Diplomacy, e sia a quelle orientate all’influenza di qualsiasi potenza marittima per poter raggiungere principalmente gli obiettivi legati alla politica estera. In maniera schematica si potrebbero suddividere le varie categorie della Naval Diplomacy:

  • attività operativa;
  • soste in porti esteri (c.d. port visit);
  • dialogo e cooperazione tra le varie Marine e a livello governativo;
  • supporto e promozione dell’industria e tecnologia nazionale.

Del primo punto fanno parte anche le operazioni di deployment legate alla sicurezza marittima, come anti pirateria, anti-terrorismo marittimo e contrasto al traffico di merci illegali nonché protezione delle linee di traffico marittimo, ma si aggiungono anche quelle di Search and Rescue e esercitazioni bilaterali e multilaterali varie. Queste tipologie di attività non fanno altro che rafforzare il ruolo dello Stato nel Contesto Internazionale, poiché come già detto il garantire la libertà di navigazione influenza gli altri Attori statuali e costituisce una forma di diplomazia navale che si può definire granitica. Ad avvalorare tale tesi sono anche le varie esercitazione condotte dalla Marina USA nelle varie zone del Globo, con particolare riferimento a quella condotta nel Nord dell’Alaska, Exercise Northern Edge 2021, con il deployment del Carrier Strike Group (CSG) della Portaerei USS Theodore Roosevelt. Schierare un gruppo navale di questa consistenza non è cosa da poco, poiché operare in tali acque evidenzia delle expertise che non tutti sono in grado di sviluppare e mantenere. A questo si somma il passaggio delle Unità Navali da guerra nello stretto di Taiwan e in altre zone particolari proprio ad evidenziare la libertà di navigazione in quelle acque. Tali azioni servono a irrobustire la c.d. legal diplomacy volta a sostenere il rispetto del diritto internazionale e di principi come quello della giustizia al fine di renderli “standard globali”. Non è lasciato nulla al caso, le Unità Navali anche in tali contesti di pace e/o tensione rappresentano un forte deterrente nonché volontà della politica estera dello Stato di appartenenza. Tali comportamenti mirano sia a scoraggiare comportamenti aggressivi di potenze revisioniste e sia a promuovere la stabilità regionale rafforzando le relazioni diplomatiche all’estero, facendosi altresì trovare pronti a rispondere rapidamente alle crisi. In tal modo, le forze navali forniscono ai responsabili politici una flessibilità unica. 

La seconda attività è importantissima e si lega molto a quella del quarto punto. Le Marine sono da sempre ambasciatori del proprio Stato e il man-power e la tecnologia ne rappresentano la colonna portante. Difatti, come affermava Cromwell “a man o’ war is the best Ambassador!”. Organizzare eventi a Bordo servono a creare dei legami tra personale delle varie Marine e della Difesa, rafforzando l’approccio interpersonale denominato anche people-to-people, nonché aspetti diplomatici per portare messaggi dalla Madre Patria. Tali eventi a Bordo accompagnate dalla presenza di Vertici militari e personale politico rendono più proficui i colloqui bilaterali tra le Parti. 

Il terzo aspetto riguarda il dialogo e cooperazione tra le parti, che inizia da quello tra le Marine e giunge sino a livello governativo. Questi includono tavoli tecnici dove si scambiano idee e si discute su temi comuni che possono spaziare dalla sicurezza marittima a quello di una maggiore integrazione e interoperabilità, ma anche negoziati militari per il mantenimento della pace, sul controllo degli armamenti, su eventuali aiuti/supporto militari, cooperazione nel campo dell’intelligence militare e tecnologica militare. La cooperazione si può tramutare anche sotto forma di Confidence Building & Capacity Building e, più in generale, di Security Force Assistance (SFA). Questo si concretizza anche attraverso lo scambio di personale a Bordo delle Unità Navali o nelle Accademie Navali. Ma si discute anche sullo scambio informativo dove un ottimo esempio è rappresentato dal progetto VRTMC (Virtual Regional Maritime Traffic Centre & Trans Regional Maritime Network) della Marina Militare Italiana, ovvero una rete virtuale che collega le varie centrali operative delle Marine che prendono parte all’iniziativa e dove vengono scambiate informazioni non classificate relative al traffico mercantile e si estende oltre ad i Paesi del Mediterraneo anche USA e alcuni Paesi del Sud America sino all’estremo Oriente, come Singapore. Proprio quest’ultimo potrebbe essere integrato in una cooperazione più ampia c.d. data driven diplomacy, dove l’utilizzo di analisi dei dati provenienti da tutto il mondo potrebbe aiutare a indirizzare gli interventi all’estero, partendo proprio da quelli diplomatici in modo più efficace ed in accordo ad un disegno più ampio della politica estera dello Stato.

L’ultimo punto, come già accennato pocanzi si ricollega al precedente e principalmente si basa sulla promozione dell’industria e tecnologia militare nazionale. Oggi più che mai i mezzi cambiano ad un ritmo esponenziale e mantenere un vantaggio tecnologico ed esportarlo, almeno in parte, è fondamentale per poter garantire la prosperità al Paese che parte da fattori economici e poi si amplia anche in altri. È necessario ricordare come proprio il potere Navale, legato intrinsecamente alla tecnologia militare nonché quindi all’industria, sommato alla Marina Mercantile ed alla potenzialità dell’intera nazione, e quindi alla struttura commerciale-tecnologica che è sua parte integrante, costituisca il Potere Marittimo. Oggi il vantaggio tecnologico può considerarsi legato al C6ISTAR (Command, Control, Communications, Computers, Cyber-Defense and Combative Systems and Intelligence Surveillance Target Acquisition and Reconnaissance), all’impiego di armi di nuovissima generazione (come la difesa dai missili balistici) e a quelle delle c.d. Emerging & Disruptive Technologies. Altro aspetto da non sottovalutare è quello legato alle spedizioni tecniche-scientifiche che rientrano nella diplomazia navale e soprattutto all’interno dell’alveo dell’impiego di soft-power. Un esempio concreto è rappresentato da quanto sta conducendo l’Italia, e anche altri Paesi come UK, in Artico che gli hanno permesso di entrare a far parte della “cerchia” di “Paesi di Osservatori del Consiglio Artico”, pur non essendo Paesi Artici in senso stretto ma facente parte di un’area di interesse strategico.

Tutte le categorie analizzate sinora sono profondamente legate tra loro e sono contemporaneamente interconnesse ed interdipendenti e fanno parte della diplomazia navale post-moderna.

Da come si evince, si può passare da una categoria ad un’altra facilmente, in accordo con le intenzioni e direttive governative. Un Gruppo Navale o anche una sola Unità Navale può effettuare esercitazioni/operazioni in una determinata zona del globo con visite in porto, con fini di de-escalation, e subito dopo assumere posture deterrenti o pronte al combattimento. Tali azioni e comportamenti sono volte a influenzare le “percezioni” degli Attori verso i quali vengono condotti ed al contempo per costruire nuovi legami ed alleanze. Un esempio concreto di queste tipologie di diplomazie navali è rappresentato anche dall’impiego dei CSG, come quello britannico partito pochissimi giorni fa’ o a quello italiano del 30^ Gruppo Navale, con a capo la Portaerei Cavour nel corso del deployment in Golfo Persico e con il periplo dell’Africa nel 2012-13.

In conclusione, la capacità navale è da considerarsi una delle possibili “armi” a disposizione della diplomazia ed è utile per plasmare e forgiare anche gli standard ed i valori che sostengono la prosperità nazionale e sono utili a contrastare eventuali potenze revisioniste. Quindi è importantissimo per una Potenza impiegare le Unità Navali come “asset diplomatici” a supporto della propria strategia politica, prevista in un documento strategico nazionale unico che racchiude in sé tutti gli obiettivi, per contrastare soprattutto le minacce statuali, costruendo anche nuove coalizioni ed alleanze internazionali.

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