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18/10/2023
Russia e Spazio Post-sovietico

La questione del Kosovo del nord: dilemmi e prospettive

di Edoardo Incani

Dagli scontri di Zvečan all’attentato di Banjska, l’area settentrionale del Kosovo torna periodicamente al centro delle cronache internazionali e si conferma tra i principali ostacoli sulla strada della normalizzazione dei rapporti Belgrado-Pristina. I principali problemi sul tavolo e le vie d’uscita prospettate dagli attori coinvolti.

Dagli scontri di Zvečan all’attentato di Banjska, l’area settentrionale del Kosovo torna periodicamente al centro delle cronache internazionali e si conferma tra i principali ostacoli sulla strada della normalizzazione dei rapporti Belgrado-Pristina. I principali problemi sul tavolo e le vie d’uscita prospettate dagli attori coinvolti.

Tra i numerosi nodi da sciogliere relativi alla questione del Kosovo, quello riguardante la parte settentrionale del Paese rappresenta in modo particolare un rebus di difficile soluzione. Ciò alla luce di vari elementi: la complessità dei problemi sul tavolo, la difficoltà da parte degli attori in campo a trovare delle soluzioni e, talvolta, a dare seguito ai rispettivi impegni, ma anche, soprattutto nel corso degli ultimi mesi, il verificarsi di rilevanti crisi sul terreno, tali da impegnare in modo significativo la diplomazia internazionale, le forze di peacekeeping presenti nel territorio e i decisori politici.

Un chiaro esempio è rappresentato dai fatti accaduti nel maggio scorso nella località di Zvečan, dove i soldati della missione KFOR sono rimasti coinvolti in duri scontri con dimostranti serbi che, in seguito al boicottaggio delle elezioni locali da parte del partito Lista Serba (affiliato a Belgrado ed egemone nella minoranza serba del Kosovo), protestavano contro l’insediamento dei sindaci di etnia albanese che, alla luce dell’astensione di massa, erano stati eletti in alcune municipalità a maggioranza serba. Una nuova crisi avvenuta nei giorni scorsi, quella dell’attentato della vicina località di Banjska, ha ugualmente determinato un incremento della tensione e del livello di attenzione dell’opinione pubblica, e potrebbe rivelarsi foriera di maggiori conseguenze sul piano internazionale e sull’evoluzione delle dinamiche regionali. 

Il commando che, nel corso della giornata del 24 settembre, ha compiuto un’incursione in territorio kosovaro, innescando una sparatoria con la polizia locale e causando la morte di un poliziotto, è stato neutralizzato qualche ora dopo dalle stesse forze dell’ordine, con un bilancio finale di quattro morti tra gli assalitori e di alcuni arresti tra le fila di questi ultimi. Tanto il Primo ministro kosovaro Albin Kurti quanto la Presidente Vjosa Osmani hanno subito attribuito a Belgrado la responsabilità dei fatti, descritti come un’azione terroristica volta a destabilizzare il Kosovo. I sospetti sul possibile coinvolgimento di Belgrado, fin dalle ore successive all’attentato, sono stati avvalorati non solo dall’ingente quantità di risorse militari a disposizione del commando, ma anche dal coinvolgimento nell’azione di Milan Radoičić, vicepresidente del partito Lista Serba, la cui presenza tra gli assalitori è stata presto confermata, tra l’altro, da alcune riprese video.
Lo stesso Radoičić, spostatosi nel frattempo in Serbia, si è assunto la responsabilità dell’azione di Banjska (subito prima si era dimesso dal suo incarico nel partito), per poi essere arrestato nella giornata del 3 ottobre. Il suo rilascio, poche ore dopo, è avvenuto dopo il rifiuto da parte dell’Alta Corte di Belgrado di ordinare la custodia cautelare nei riguardi dell’accusato, al quale però è stato imposto di non lasciare la Serbia senza autorizzazione del tribunale e di non fare ingresso nel territorio del Kosovo, dove peraltro le autorità potrebbero chiedere a Belgrado la sua estradizione.

Il Ministro degli interni kosovaro, Xhelal Sveçla, ha collocato l’attentato di Banjska in un quadro più ampio, descrivendo l’azione del commando come parte di un piano della Serbia volto a compiere una sostanziale annessione del Kosovo settentrionale. Gli assalitori, secondo Sveçla, si sarebbero preparati in alcuni centri di addestramento militare in Serbia, e la loro azione sarebbe stata finalizzata a occupare una serie di posizioni nel Kosovo settentrionale. A quel punto si sarebbe aperto un “corridoio” con il territorio serbo, creando le circostanze logistiche per un’azione più massiccia e per l’imposizione di una “nuova realtà” nella parte settentrionale del Paese.
Gli Stati Uniti, in questo contesto, hanno denunciato un anomalo dispiegamento di forze militari serbe presso il confine con il Kosovo, chiedendo a Belgrado di ritirare le truppe e i mezzi accumulati. Il ritiro è effettivamente avvenuto nei giorni successivi, salutato positivamente dall’ambasciatore statunitense nel Paese Christopher Hill. Lo stesso Hill, insieme all’ambasciatore dell’UE a Belgrado Emanuele Giaufret e al Ministro della Difesa serbo Miloš Vučević, si è recato nella giornata del 5 ottobre nella Serbia meridionale, constatando come la situazione fosse effettivamente tornata alla normalità.
Tanto Hill quanto il suo ambasciatore USA Pristina, Jeff Hovenier, tuttavia, hanno messo in evidenza la necessità di fare chiarezza sui fatti del 24 settembre. Hovenier, in particolare, ha affermato come l’attentato possa difficilmente essere considerato come un’azione spontanea, descrivendo il gruppo degli assalitori come addestrato, dotato di risorse sofisticate e probabilmente supportato da strutture preesistenti.

Dal punto di vista delle conseguenze politiche, queste potrebbero riguardare sia il dialogo tra Belgrado e Pristina mediato da Bruxelles, che peraltro ha visto le ultime riunioni terminare con un nulla di fatto e anzi caratterizzarsi per un livello crescente di sfiducia, sia la posizione internazionale della Serbia in relazione all’UE, dove nei giorni successivi all’attentato sono state ipotizzate delle sanzioni nei confronti di Belgrado. Anche qualora il governo di Vučić venisse esplicitamente ritenuto responsabile dei fatti, tuttavia, la posizione di alcuni Paesi potrebbe ostacolare questa prospettiva; è il caso dell’Ungheria, il cui Primo ministro Orban ha fermamente bocciato l’ipotesi di sanzionare la Serbia.

Rischia poi di complicarsi il nodo dell’Associazione delle Municipalità, l’entità che, secondo gli accordi di Bruxelles del 2013-15, dovrebbe essere stabilita nei comuni a maggioranza serba. Il governo Kurti, nel corso degli ultimi anni, è stato critico verso l’idea di un’entità dal carattere strettamente etnico che, secondo Pristina, rischierebbe di originare una situazione analoga a quella della Bosnia-Erzegovina, destabilizzando il Paese e minandone la sovranità. Quanto accaduto a Banjska, dunque, potrebbe allontanare ancora di più la creazione dell’Associazione, anche se, nel corso degli ultimi giorni, l’ambasciatore Hovenier ha ribadito la necessità da parte del governo kosovaro di compiere passi in questo senso. 

Per quanto riguarda la Serbia, si sono registrate sia dichiarazioni minacciose da parte del Ministro della Difesa Vučević, il quale ha affermato che, di fronte a un ordine del Presidente Vučić in questo senso, le forze armate serbe avrebbero fatto ingresso in Kosovo, eseguendo il compito in modo “efficiente e professionale”, sia affermazioni distensive da parte di Vučić che, intervistato da Christiane Amanpour sulla BBC, ha negato i propositi bellicisti di Belgrado, nel frattempo chiamata a dare segnali concreti in questo senso dopo l’allarme diffuso dagli Stati Uniti circa le attività militari anomale presso il confine.

Una posizione netta è stata assunta poi dal Presidente albanese Edi Rama, il quale, nel corso di un’intervista al Financial Times, ha descritto il Kosovo settentrionale come una “terra di nessuno”, dove criminalità e “crescente nazionalismo” si sarebbero combinati, e ha auspicato un ruolo più ampio e incisivo della NATO nel controllo di questo territorio. Una proposta che non ha incontrato il favore della missione KFOR, la quale ha lasciato intendere di non voler alterare i meccanismi esistenti di controllo del territorio che, prima della stessa KFOR e della missione europea EULEX, vedono la polizia kosovara impegnata nelle abituali operazioni di law enforcement.

I prossimi mesi, dunque, misureranno l’impatto degli avvenimenti di Banjska sulle dinamiche regionali e sui rapporti tra Belgrado e Pristina, ma certamente evidenziano come la questione del Kosovo settentrionale rappresenti uno scoglio particolarmente complesso lungo il complicato percorso di normalizzazione dei rapporti tra Kosovo e Serbia.

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