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17/03/2026
Stati Uniti e Nord America

Le conseguenze in Estremo Oriente della postura estera di Trump

di Cristina Martinengo

La svolta transazionale e l’imprevedibilità della politica estera di Trump non incidono solo sulle relazioni transatlantiche, ma mettono alla prova la fiducia degli alleati storici in Estremo Oriente, aprendo spazi di manovra per la Cina e ridefinendo gli equilibri strategici nell’Indo-Pacifico.

La svolta transazionale e l’imprevedibilità della politica estera di Trump non incidono solo sulle relazioni transatlantiche, ma mettono alla prova la fiducia degli alleati storici in Estremo Oriente, aprendo spazi di manovra per la Cina e ridefinendo gli equilibri strategici nell’Indo-Pacifico.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha rappresentato una ridefinizione marcata del modo in cui gli Stati Uniti concepiscono le proprie alleanze. La richiesta di maggiore “burden sharing”, l’uso del commercio come strumento negoziale e una retorica meno vincolante sugli impegni di sicurezza stanno incidendo sulla percezione della credibilità americana ben oltre il teatro europeo. Nell’Indo-Pacifico, dove l’equilibrio regionale si fonda in larga parte sulla deterrenza estesa statunitense, questa evoluzione assume un significato strategico importante. Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Australia si trovano a ricalibrare le proprie scelte in un contesto segnato dall’ascesa militare della Cina e da una competizione sistemica crescente. 

Il discorso di Trump a Davos è stato l’araldo del nuovo disordine mondiale 

Sebbene la National Security Strategy del 2025 confermi formalmente l’Indo-Pacifico come area di interesse primario per gli Stati Uniti, l’enfasi posta nel discorso di Trump al Forum di Davos sul principio del “Western Hemisphere First” e sulla necessità di rinegoziare il contributo degli alleati ha generato la percezione dell’impegno statunitense nella difesa collettiva come meno automatico. Questa impostazione, pur rivolta soprattutto ai partner europei, è stata recepita anche nelle capitali dell’Estremo Oriente come un possibile cambiamento di paradigma sulla natura dell’impegno di Washington nel mantenimento dell’equilibrio regionale. 

Per Giappone e Corea del Sud, Paesi la cui sicurezza è intrecciata alle garanzie statunitensi di deterrenza estesa contro minacce regionali quali l’ascesa della Cina e il comportamento imprevedibile della Corea del Nord, questa percezione si traduce nell’esigenza di ridefinire il proprio ruolo nella sicurezza regionale. In particolare, la spinta statunitense verso un maggiore burden-sharing e verso una riorganizzazione delle forze basate all’estero è vista da Tokyo e Seul come un indicatore della possibile maggiore condizionalità del supporto di Washington. Questa dinamica viene manifestata dagli alleati con crescenti preoccupazioni circa la prevedibilità dell’impegno statunitense, con segmenti della politica e dell’opinione pubblica sudcoreana che, ad esempio, mostrano scetticismo verso un possibile coinvolgimento in conflitti al di fuori della penisola coreana. 

Per Taiwan, la questione assume una dimensione ancora più delicata perché l’isola non è formalmente coperta da un trattato di difesa con gli Stati Uniti. La decennale politica statunitense di ambiguità strategica si basa in larga parte sulla percezione che gli Stati Uniti abbiano un interesse concreto a preservare lo status quo. Nel secondo mandato di Trump, questa ambiguità non è stata abbandonata, ma è stata resa più opaca. Da un lato, l’Amministrazione ha esercitato una forte pressione su Taipei affinché aumentasse la spesa per la difesa e accelerasse la transizione verso capacità asimmetriche e maggiore autosufficienza strategica. Dall’altro, ha approvato pacchetti di vendita di armi di dimensioni senza precedenti e sostenuto iniziative legislative favorevoli a un rafforzamento dei rapporti bilaterali. Allo stesso tempo la retorica presidenziale si è caratterizzata per una marcata cautela pubblica riguardo a un eventuale intervento statunitense in caso di invasione cinese. Mentre il sostegno militare e legislativo a Taiwan cresce, l’ambiguità politica rischia di far percepire la deterrenza implicita come subordinata a valutazioni di costo-beneficio.

Se l’impegno di Washington appare rinegoziabile, l’effetto non riguarda solo la NATO ma anche gli alleati dell’Indo-Pacifico, con ricadute dirette sugli equilibri dell’Asia orientale.

L’avvicinamento di alleati e partner statunitensi alla Cina 

Secondo un recente studio condotto dal European Council on Foreign Relations, l’atteggiamento America First adottato da Trump sta avvicinando sempre di più il mondo e i Paesi europei alla Cina e a sposare la visione di Xi Jinping, secondo cui il mondo sta attraversando “grandi cambiamenti mai visti in un secolo” e sta assistendo a uno spostamento di potere da Occidente a Oriente. Il mondo in trasformazione è caratterizzato dall’emergere di nuove sfere di influenza e la postura neo-imperialista degli Stati Uniti è stata interpretata come una legittimazione della divisione del mondo anche da parte di Washington. Secondo ECFR, solo il 16% dei cittadini europei considera gli Stati Uniti un alleato, il 20% li vede come un rivale o un nemico, in molti credono che l’influenza statunitense sia destinata a calare nei prossimi decenni e che gli USA agiranno come una potenza indipendente in un mondo post-Occidentale. 

L’atteggiamento di Washington sta incidendo anche sugli equilibri strategici dell’Asia orientale, influenzando il posizionamento di partner e alleati regionali. Come spiegato dal Nyt, come conseguenza dell’introduzione delle nuove politiche tariffarie statunitensi, la Cina ha scelto un approccio assertivo, segnalando la disponibilità a esercitare pressioni economiche non solo su Washington ma anche sui Paesi disposti ad allinearsi alle restrizioni commerciali contro il Paese. Pechino ha voluto dimostrare che l’allineamento con gli Stati Uniti comporta costi, così da incentivare nel medio-lungo periodo una maggiore autonomia strategica di tali Paesi, oltre che l’avvicinamento a Pechino. 

Si è trattato di una scommessa ad alto rischio, ma di cui si cominciano a vedere alcuni risultati. L’accordo commerciale siglato il 16 gennaio 2026 tra il primo ministro canadese Mark Carney e il presidente Xi Jinping, è un segnale in questa direzione. L’intesa prevede una forte riduzione delle tariffe canadesi sui veicoli elettrici cinesi: dal 100% imposto nel 2024 al 6,1% per una quota iniziale di 49.000 unità, destinata a salire progressivamente fino a 70.000 nei prossimi cinque anni. Prevede poi un abbattimento significativo delle barriere cinesi su diversi prodotti agroalimentari, ittici e altre esportazioni agricole canadesi. L’accordo dovrebbe sbloccare circa tre miliardi di dollari di export canadese verso la Cina e include anche cooperazione nel settore energetico, investimenti nella rete elettrica e una maggiore integrazione nei flussi commerciali di gas naturale liquefatto verso l’Asia, oltre alla liberalizzazione dei visti per i cittadini canadesi diretti in Cina.

Questa intesa non rappresenta soltanto un riavvicinamento dopo anni di rapporti congelati, ma si inserisce in una più ampia strategia di diversificazione commerciale perseguita da Ottawa che è alla ricerca di nuovi spazi di cooperazione, conseguenza dell’alta volatilità della strategia di Trump. 

Gli alleati asiatici e le preoccupazioni per AUKUS e Five Eyes 

Five Eyes affonda le proprie radici nell’accordo “United Kingdom – United States of America Agreement” (UKUSA) firmato nel 1946, nato come intesa bilaterale tra Stati Uniti e Regno Unito per la condivisione di intelligence dei segnali e poi esteso a Canada, Australia e Nuova Zelanda. L’accordo era il perno del coordinamento informativo occidentale contro l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Negli anni si è trasformata in una piattaforma di scambio di intelligence su terrorismo, minacce ibride, cybersicurezza e dinamiche strategiche regionali. 

AUKUS invece, annunciato nel 2021, è un partenariato trilaterale di difesa tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti concepito per rafforzare la cooperazione militare e tecnologica nell’area dell’Indo-Pacifico. Esso ruota attorno a due “Pillars”: il primo, prevede una partnership strategica trilaterale rafforzata per la fornitura di otto sottomarini d’attacco convenzionali a propulsione nucleare (SSN) entro il 2040, un precedente significativo, considerando che in passato Washington aveva condiviso tale tecnologia solo con Londra; il secondo prevede lo sviluppo congiunto di capacità avanzate in ambiti quali intelligenza artificiale, cyber-security, tecnologie quantistiche e dominio subacqueo, oltre a una crescente integrazione tra forze navali, industria della difesa e comunità scientifiche dei firmatari. Questi formati di cooperazione rispondono alla necessità di consolidare l’interoperabilità; la deterrenza regionale in un’are di forte competizione strategica destinata ad aumentare, in particolare rispetto all’ascesa della Cina, che percepisce tali iniziative come strumenti di contenimento; e come evidenza della crescente deterrenza estesa statunitense nell’area. 

Anche il valore strategico di Five Eyes e soprattutto di AUKUS è messo indirettamente alla prova dall’evoluzione della politica estera statunitense. Diversi analisti australiani hanno evidenziato come l’approccio dell’Amministrazione abbia progressivamente abbandonato alcune tradizioni della politica estera americana, inclusa l’idea di una leadership dell’ordine internazionale liberale fondata su reti di alleanze stabili e multilaterali. La visione trumpiana appare fortemente transazionale e guidata da una valutazione pragmatica dei costi economici e politici degli impegni esterni. Perciò, anche architetture sofisticate come Five Eyes e AUKUS potrebbero essere giudicate alla luce del contributo finanziario e strategico degli alleati, alimentando timori a Est circa la prevedibilità a lungo termine dell’impegno statunitense nell’Indo-Pacifico.

Ciò avviene in un momento in cui AUKUS costituisce per l’Australia uno dei più ambiziosi progetti industriali e strategici mai intrapresi: il programma per l’acquisizione di sottomarini a propulsione nucleare comporta investimenti stimati in circa 30 miliardi di dollari nell’industria nazionale, ulteriori 18 miliardi in infrastrutture e la creazione di circa 20.000 posti di lavoro, con un impegno finanziario medio pari a circa lo 0,15% del PIL annuo per tre decenni. Inoltre, la ratio primaria non è industriale bensì strategica. La rapida modernizzazione navale cinese e la concentrazione delle sue capacità militari nell’Indo-Pacifico stanno progressivamente modificando gli equilibri regionali, riducendo il vantaggio statunitense in ambito marittimo. AUKUS assume quindi per l’Australia un valore essenzialmente deterrente, volto a rafforzare la propria capacità di contribuire alla stabilità strategica dell’area. A ciò si aggiunge un elemento dalla forte rilevanza geografica: mentre la flotta statunitense è distribuita su più teatri globali, quella cinese è concentrata in un’area operativa relativamente circoscritta e prossima alle proprie linee logistiche. Complessivamente, nell’Indo-Pacifico vi è uno squilibrio quantitativo di sottomarini superiore al 50% a favore della Cina e dei suoi alleati. AUKUS ha proprio l’obiettivo di rafforzare la capacità australiana di incidere sull’equilibrio subacqueo regionale.

La deterrenza è essenzialmente un esercizio psicologico: richiede capacità militari credibili ma anche la comunicazione inequivocabile della volontà di impiegarle qualora sia necessario. Per un Paese come l’Australia, tradizionalmente orientato a operare in coalizione, l’acquisizione di sottomarini nucleari d’attacco rappresenta un salto qualitativo, volto a dissuadere tentativi di coercizione delle proprie linee marittime. Inoltre, la libertà di azione australiana dipende in misura crescente dall’equilibrio subacqueo nell’Indo-Pacifico. Tuttavia, la sostenibilità politica di AUKUS richiede continuità e consenso bipartisan in tre Paesi per tre decenni. Se l’approccio statunitense dovesse consolidarsi lungo le nuove linee della NSS, l’interrogativo centrale per l’Australia e gli altri alleati dell’area non riguarderebbe soltanto l’equilibrio militare regionale, ma la solidità stessa dell’architettura di alleanze su cui tale equilibrio si fonda.

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