È l’ora del brusco risveglio per i numerosi sostenitori di un ulteriore avanzamento del processo di integrazione europea. Mentre già si parla di composizione dei gruppi e coalizioni per la nomina della prossima Commissione, la geografia del voto delle europee ci dice ciò che molti osservatori sembrano non voler vedere o, peggio ancora, tendono a eludere nelle loro analisi post-elettorali. Anzitutto, il dato maggiormente significativo e non opportunamente è stato evidenziato, è quello dell’astensionismo, coda di un trend che ormai dagli anni Novanta registra un calo progressivo in tutta Europa e che non dovrebbe essere sottovalutato, quale indicatore di un processo di distanziamento, geografico e non solo, tra politica e territori ormai sempre più marcato. E, poi, la scelta dei partiti sembra indicare una direzione contrastante con l’attuale assetto istituzionale europeo.
Affluenze in calo
A fronte del 54,5% dei votanti del 2019, si è registrato in Italia un calo del 5% (49,69%), che va oltretutto valutato tenendo conto che in molti territori si votava anche alle amministrative, che hanno visto in media un 62,62% dei votanti, influenzando positivamente la percentuale di voto alle europee. Nelle isole, il dato medio dei votanti è stato del 37,7%, nella sezione dell’Italia meridionale il 43,7% (-5% rispetto alle scorse), al centro il 52,5%, al nord circa il 54%. In molte città italiane dove si votava unicamente per le europee, la percentuale dei votanti si è attestata poco sopra al 40%. A Roma il 43,5%, a Milano il 50,78%, a Torino il 55,5%, a Napoli il 42%, a Lecce (dove pure si votava per il sindaco) il 46,2%, mentre a Cagliari si è registrato un 42,6% e a Palermo un 38,8%, con alcune città come Nuoro che hanno visto solo il 29,7% dei votanti, ed Enna e Trapani il 34%.
La geografia del voto in Italia configura una frattura piuttosto evidente tra aree più avanzate e contesti disagiati e aree interne (il caso delle isole è davvero paradigmatico), nonché tra regioni del Nord e del Sud che, a dispetto delle politiche di coesione europee, fanno emergere un sentimento di distanza abissale dalle logiche dell’UE. Molti osservatori, spesso con fare paternalistico e a tratti quasi deterministico, imputano questo dato a un’atavica lontananza della cittadinanza di quelle regioni dalle pratiche democratiche. Occorrerebbe invece valutare un altro aspetto, ribaltando la prospettiva: quanto le politiche europee di coesione territoriale, che mirano alla riduzione dei divari economici e socio-territoriali, stanno realmente avendo gli effetti sperati e quanto, ancora, si è fatto per integrare i territori periferici e del sud al resto d’Europa?
Geografie del voto europee
Il dato non riguarda solo l’Italia, ma anche la geografia elettorale di altri Paesi. Due dati su tutti emergono dalle analisi comparate della geografia elettorale: in Francia la mappa del voto mostra una suddivisione tra la centralità di Parigi, spostata a sinistra e verso il partito di Macron, e le aree interne, dove invece il voto ha favorito i partiti di destra e anti-europeisti. In Germania, invece, la linea di demarcazione tra i voti per la SDU e AfD segue pedissequamente, quasi come una riga ricalcata sul foglio, il confine tra la vecchia Germania Ovest e la DDR, a rimarcare quanto le logiche di divario territoriale persistano ancora oggi pressoché immutate, nell’uno e nell’altro caso, sfociando in dinamiche politiche di allontanamento dal centro. E ciò vale sia simbolicamente che fattualmente.
Un altro elemento che emerge dalla recente tornata elettorale e che, soprattutto se associato al quadro appena delineato, appare davvero significativo, è il crollo delle posizioni dell’establishment in Francia, Belgio e Germania. In questi Paesi i partiti di governo hanno subìto un calo talmente vertiginoso da portare allo scioglimento del Parlamento in Francia e all’indizione di nuove elezioni per fine mese, alle dimissioni del premier belga De Croo, e in Germania hanno indotto Scholz a parlare apertamente di elezioni che hanno segnato un andamento pessimo per la coalizione da lui guidata.
Cosa si può dedurre da questi dati e da queste reazioni politiche, che evidenziano un andamento decisamente contrastante rispetto all’attuale assetto di Bruxelles?
Ciò che ci dicono astensione e scelte di voto
L’analisi sulle possibili coalizioni e gli equilibri parlamentari europei che nascerebbero dal voto tendono implicitamente a occultare ciò che il voto, e il non voto, sembrano evidenziare maggiormente, cioè un chiaro tentativo di rivedere l’assetto costituito europeo e le politiche degli ultimi anni della Commissione europea. Entrambe queste traiettorie politiche, l’una silente (l’astensionismo sempre più marcato), l’altra tonante e per molti poco rassicurante (la tendenza a spostare le preferenze verso partiti con forti posizioni sovraniste), denotano una chiara spinta centrifuga che non può essere messa sotto al tappeto o semplicemente rigettata politicamente. Ciò che esse esprimono implicitamente, e non il fatto in sé, dovrebbe essere al centro dell’attuale riflessione: si tratta di una forma di protesta, talvolta anche estrema, rispetto alla propulsione accentratrice e deterritorializzata della Commissione europea, che ha adottato troppo spesso negli ultimi anni politiche che appaiono sempre più distanti dalle esigenze dei territori e, al contempo, con una formula politica che ha perso gran parte della sua capacità di rappresentanza dei territori.
Al di là del meccanismo decisionale europeo, che da Maastricht in poi si è reso sempre più deterritorializzato, e a dispetto delle formule retoriche adottate negli ultimi anni dai vertici europei – si pensi, su tutte, alle dichiarazioni di Josep Borrell sull’Europa come contesto in cui tutto funziona, un giardino verde da preservare rispetto alla giungla del resto del mondo –, l’attuale Unione europea sembra non voler fare i conti con una realtà che pare sgretolarsi tra le sue stesse mani ogni giorno di più.
Per un verso il tema “green”, che è stato al centro delle politiche europee degli ultimi anni sotto il cappello della transizione ecologica e della transizione digitale. Due formule affascinanti, queste ultime, che hanno scandito una politica economica di “green deal” che il tessuto imprenditoriale europeo, a diversi livelli, ha visto spesso ripercuotersi contro di sé, con delocalizzazioni e scelte che – come nel caso del settore automotiv o immobiliare – hanno effetti devastanti sulla capacità di spesa dei cittadini europei e favoriscono la concorrenza di Paesi terzi, peraltro non considerando le enormi disparità regionali che esistono in Europa. Per un altro verso, la presunta decarbonizzazione è sempre più un concetto che si è sciolto immediatamente di fronte al sole della crisi ucraina, quando i governanti europei – compreso Draghi – hanno evocato il ritorno al carbone dopo anni di retorica nella direzione opposta.
Sulle politiche “green”, oltretutto, da mesi si gioca una partita interna al continente che vede coinvolti gli agricoltori europei: la “protesta dei trattori”, al di là delle banalizzazioni mediatiche e delle accuse politiche, dovrebbe far riflettere sull’indirizzo intrapreso in quello che è sempre stato un settore-chiave dell’integrazione europea, e che oggi appare invece il grimaldello della sua crisi e spaccatura interne. Dai Paesi dell’Est l’accusa prevalente ha riguardato l’importazione del grano ucraino, di fatto agevolato dopo il febbraio del ’22 con l’elusione dei dazi doganali, favorendo così la concorrenza extra-UE rispetto alle aziende europee, mentre dagli altri contesti nazionali l’accusa prevalente riguarda le stringenti regolamentazioni stabilite da Bruxelles, ritenute spesso troppo opprimenti, incentivando poi, come nel caso dei Paesi Bassi, l’abbandono delle stesse attività agricole.
I quadro geopolitico internazionale nella crisi europea
Vi sono altri elementi che hanno concorso a questa doppia traiettoria del voto e del non-voto. Il quadro internazionale, le relazioni inter-scalari e i venti di guerra soffiati da più parti hanno giocato certamente un ruolo dirimente nella tornata elettorale. Il frangente storico critico, che vede l’Europa impegnata in via indiretta nei conflitti alle sue porte (e non “nel suo cuore”, come troppo enfaticamente si ripete sui media), sia in Ucraina che a Gaza, ha certamente avuto un’incidenza netta nel determinare i risultati del voto. Prova tangibile ne sono proprio i casi di Francia e Germania: Oltralpe Macron da mesi ha insistito sulla possibilità concreta di un ingresso nel teatro bellico ucraino con le proprie forze armate; in Germania, invece, le accuse a Scholz sono di aver rotto i rapporti prima saldissimi con la Russia e aver assunto una posizione di pressoché totale passività rispetto a eventi devastanti per l’economia come il sabotaggio dei gasdotti NordStream. La débâcle di Macron e del cancelliere tedesco, e la relativa ascesa dei partiti con posizioni assai più caute su un diretto impegno nei teatri di crisi e che prospettano la riapertura di un dialogo con Mosca, appaiono le risposte inequivocabili, che spesso si preferisce non ascoltare, rispetto all’impegno bellico prospettato dai governi europei e di cui difficilmente si può ignorare la portata.
Occorre prima o tardi prendere atto che quella condizione che alcuni economisti hanno definito di “permacrisi” sta attraversando da tempo anche l’UE, che proprio sulle diverse forme di crisi evocate (sanitaria, ambientale, bellica) sta cercando di fondare una nuova e alquanto fragile base di un futuro che appare sempre più incerto.
Alessandro Ricci

