Con quali modalità si manifesta la minaccia ibrida cinese nei confronti di Taiwan? Come può una società democratica difendersi dagli attacchi sotto soglia di uno Stato autoritario? Consapevoli delle potenzialità attuali della minaccia ibrida cinese, la sicurezza nazionale italiana ed europea può ricalibrare gli strumenti a propria disposizione per poter affrontare tali sfide, traendo insegnamenti dai sistemi di difesa taiwanesi. Quest’ultimi, infatti, hanno dovuto rispondere – in alcuni casi efficacemente, in altri meno – alle offese autoritarie operando nei limiti imposti da una società democratica.
Contributo parte del Geopolitical Brief n°54, scaricalo qui!
Taiwan è diventato uno dei principali teatri di sperimentazione delle nuove forme di competizione strategica tra grandi potenze. Lungi dall’essere limitata alla dimensione militare convenzionale, la pressione esercitata dalla Repubblica Popolare Cinese (RPC) si manifesta attraverso un approccio multidimensionale che combina strumenti cinetici, operazioni hybrid e campagne di influenza cognitiva. Esercitazioni navali su larga scala, attacchi a infrastrutture critiche e uso crescente di tecnologie emergenti come l’intelligenza artificiale generativa sono alcuni degli aspetti che offrono un osservatorio privilegiato dell’evoluzione della guerra ibrida nel XXI secolo.
Analizzare questa strategia, oltre ad essere utile per comprendere le dinamiche dello Stretto di Taiwan, tornerà utile all’Italia per interrogarsi sulle implicazioni più ampie per le democrazie europee sempre più esposte a forme di competizione sistemica che travalicano i confini geografici tradizionali.
La pratica multivettoriale cinese
Risale a fine dicembre 2025 la notizia di esercitazioni militari a fuoco attorno a Taiwan, che hanno simulato un blocco totale dei principali porti. L’operazione marittima “Justice Mission 2025” è stata definita dal colonnello Shi Yi come un avvertimento alle forze “separatiste” taiwanesi. Il Comando del Teatro Orientale del PLA ha dichiarato di aver schierato cacciatorpediniere, fregate, caccia, bombardieri, droni e missili a lungo raggio “in stretta prossimità” di Taiwan, con l’obiettivo di testare “la coordinazione aria-mare e la neutralizzazione precisa degli obiettivi”, inclusi attacchi a sottomarini e altri bersagli marittimi. Sono state segnalate 28 unità navali tra marina e guardia costiera, di cui almeno due entrate nella zona contigua a Taiwan, accompagnate da 89 aerei da guerra e quattro navi d’assalto anfibio. Secondo le mappe delle zone di allerta aerea e marittima, le esercitazioni hanno coperto un’area più ampia rispetto alle precedenti: alcune si sovrappongono persino al limite delle 12 miglia nautiche, cioè al confine delle acque territoriali taiwanesi.
Oltre a questa dimostrazione di forza esibizionistica, un’altra minaccia meno visibile, ma altrettanto significativa, ha recentemente minato la sicurezza di Taiwan: gli attacchi ai cavi sottomarini del 2023. In questo scenario, Pechino ha più volte negato un coinvolgimento diretto. In seguito a un incidente avvenuto nel febbraio 2023, quando alcune navi registrate in Cina hanno tranciato due cavi sottomarini, Pechino ha sostenuto che ciò fosse frutto di una mera coincidenza, arrivando persino ad accusare Taiwan di manipolare i fatti. Tuttavia, ulteriori episodi successivi hanno rafforzato i sospetti di un coinvolgimento intenzionale di Pechino: a gennaio 2025 una nave cinese, la Shunxin 39, ha compromesso il cavo TPE a nord di Taipei, e a febbraio 2025 la Hong Tai 58, con equipaggio cinese, ha danneggiato il cavo sottomarino TPKM-3 che collega le isole Penghu a Taiwan. Queste navi cinesi, a detta del PCC vittime di straordinaria sfortuna, sembrano essere assistite da navi da ricerca, che avrebbero raccolto dati sul fondale marino utili a localizzare con precisione questi cavi, e da team di ricercatori cinesi, in particolare della Lishui University, impegnati nello sviluppo di strumenti per tagliare i cavi.
L’impatto economico di queste interruzioni non è da sottovalutare. Secondo Chunghwa Telecom, nel 2023 i cavi che collegano Taiwan alle isole Matsu sono stati tranciati 12 volte, con costi di riparazione pari a 96,4 milioni di dollari taiwanesi (circa 2,9 milioni di dollari statunitensi). Inoltre, ogni grande interruzione dei cavi ha perturbato il traffico internet, ritardato le transazioni finanziarie e richiesto deviazioni d’emergenza del traffico. Se da una parte si manifesta lo sviluppo attivo di strumentazione per tagliare i cavi da parte della Cina, dall’altra c’è la dipendenza di Taiwan da navi giapponesi, singaporiane e filippine per la riparazione dei cavi porta inevitabilmente a gravi ritardi nelle riparazioni che possono anche necessitare diversi mesi. Questo si inserisce perfettamente nella strategia di guerra nella zona grigia perseguita da lungo tempo dalla Cina, che utilizza mezzi non militari per esercitare pressione evitando un conflitto aperto. Dalle molestie navali alle incursioni quotidiane di jet cinesi, l’obiettivo resta lo stesso: erodere la stabilità di Taiwan.
In questa logica di pressione ibrida e non convenzionale si inseriscono anche le operazioni di disinformazione: risale a gennaio 2024 l’ultimo esempio eclatante di campagna di disinformazione particolarmente sofisticata, in particolare tra quelle che hanno sfruttato l’intelligenza artificiale generativa (GenAI). Attori statali e non statali della RPC hanno utilizzato sempre più la GenAI per creare disinformazione più sottile e meno rilevabile. In risposta, Taiwan sta sviluppando propri strumenti di GenAI, come il Trustworthy AI Dialogue Engine (TAIDE), e sta rafforzando le proprie capacità di rilevamento attraverso partnership tra aziende tecnologiche, governo e media. Supportato da misure legislative, alfabetizzazione mediatica e collaborazioni internazionali, l’approccio proattivo di Taiwan contribuisce così a preservare i suoi valori culturali, oltre a rafforzare la sua resilienza democratica. I risultati suggeriscono che, nonostante gli sforzi della RPC per influenzare l’opinione taiwanese, il sentimento dei taiwanesi verso la RPC rimane in gran parte neutro o negativo, e l’uso strategico della GenAI da parte di Taiwan sembra aver efficacemente ridotto l’impatto delle tecniche di IA della RPC.
Pechino ha adottato modelli già sperimentati in passato, ispirati alle “active measures” sovietiche, basati sulla diffusione di narrazioni false tramite media proxy o stranieri che vengono poi rilanciate altrove con maggiore legittimità. Un esempio precoce è stato un falso reportage su un presunto incontro segreto tra Stati Uniti e Taiwan per lo sviluppo di armi biologiche, che ha ottenuto una certa visibilità nei media locali taiwanesi. Con l’avvicinarsi delle prossime elezioni e lo sviluppo di tecniche sempre più intracciabili, le ultime frontiere di questa strategia includono deepfake, video con avatar e voci generate da AI, chatbot sui social media, articoli falsi e modelli linguistici cinesi addestrati su linee ideologiche pro-PCC. Diversi casi concreti mostrano questa evoluzione: un video manipolato ha falsamente mostrato il candidato del DPP Lai Ching-te elogiare avversari filo-Pechino, mentre un altro contenuto critico su un progetto ferroviario è circolato su Douyin e TikTok, raggiungendo un pubblico molto più ampio sulla seconda piattaforma. Un’operazione particolarmente innovativa è stata la diffusione di un e-book di 300 pagine con accuse false contro la presidente Tsai Ing-wen, utilizzato poi come base narrativa per contenuti generati con IA. La strategia mirava a colpire indirettamente Lai, associandolo agli scandali inventati attribuiti a Tsai, dimostrando una complessa manipolazione reputazionale.
La risposta di Taipei in questo campo è stata rapida e decisa. Sul piano istituzionale, il governo ha creato task force dedicate al contrasto della disinformazione e ha anche introdotto misure legislative mirate, come la Anti-Infiltration Law del 2019, che punisce interferenze straniere nei processi elettorali, inclusa la diffusione di disinformazione. Sul piano dell’alfabetizzazione mediatica, Taiwan ha integrato l’educazione ai media nel curriculum nazionale attraverso il White Paper sulla Media Literacy nell’era digitale (2023), ampliando programmi precedenti e coinvolgendo tutte le fasce d’età per fornire ai cittadini le competenze necessarie a riconoscere contenuti manipolati. Sul piano tecnologico, Taiwan utilizza strumenti di intelligenza artificiale generativa in collaborazione con aziende tech come Taiwan AI Labs per individuare, contestualizzare e neutralizzare la disinformazione, automatizzando verifiche delle fonti e fact-checking. Infine, come risposta ai modelli linguistici cinesi, Taiwan sta sviluppando un proprio Large Language Model (LLM), TAIDE, pensato come applicazione di IA affidabile e culturalmente radicata. Affrontare queste minacce esterne da parte di una potenza democratica non è semplice: Taipei infatti deve continuare a tutelare la privacy dei propri cittadini e contemporaneamente la loro libertà d’espressione. Tuttavia, questo approccio evidenzia il potenziale di resilienza democratica, e offre lezioni decisamente utili per altre democrazie, in particolare riguardo a come agire nelle fasi precoci delle campagne informative e nei contesti di conflitto non cinetico.
Teoria olistica cinese
Questa crescente strategia della tensione, costruita con questi e altri episodi, rientra in una serie di manovre calcolate all’interno del piano cinese per una guerra ibrida. A differenza delle campagne militari tradizionali, questa strategia mira a conquistare Taiwan senza distruggerne infrastrutture o economia, in quanto proprio qui si trova la rilevanza economica e informatico-elettronica di Taiwan per la Cina. La RPC punta piuttosto a costringerla alla sottomissione sotto il pretesto di una riunificazione “pacifica”.
L’approccio cinese a questa “guerra senza danni” prevede una strategia sistematica in cinque fasi: sabotaggio delle infrastrutture critiche, guerra cognitiva attraverso la disinformazione, attacchi di convergenza cibernetico-fisica, accerchiamento militare e sovversione politica. Incidenti recenti, tra cui il sabotaggio dei cavi di Matsu e le campagne di disinformazione durante le elezioni taiwanesi del 2024, offrono un’anticipazione di come potrebbero apparire futuri tentativi di destabilizzare la difesa taiwanese ed erodere la fiducia pubblica. Questi attacchi continui e assillanti sono progettati per neutralizzare la capacità di resistenza di Taiwan e contemporaneamente preservarne il valore come risorsa economica e strategica.
Chiaramente, la visione della minaccia taiwanese che il PCC vuole proiettare all’interno del Paese di Mezzo è uno strumento propagandistico ben definito dal White Paper cinese “Taiwan Question and China’s Reunification in the New Era”.
Le lezioni per l’Italia e conclusioni
Nonostante l’Italia non sia vittima in modo altrettanto diretto e visibile quanto Taiwan a minacce ibride da parte di un singolo attore, le risposte – e soprattutto le non-risposte – multifattoriali taiwanesi offrono spunti preziosi per democrazie come la nostra che affrontano sfide simili nel panorama in evoluzione della guerra non convenzionale. Oltre ad essere una democrazia aperta, altri fattori che ci accomunano a Taiwan sono l’essere un hub infrastrutturale, nel nostro caso per il Mediterraneo, e un target di influenza esterna, più notoriamente da parte di Cina, Russia e di altri attori ibridi.
Proprio per questo l’Italia può, e deve, studiare questo caso al fine di aumentare il proprio scudo da eventuali attacchi da parte di potenze egemoni, e per gestire al meglio le situazioni in cui è già sotto attacco. A mero titolo esemplificativo, le diverse aree di attacco non si limitano alla sfera fisico-materiale ma possono attraversare continenti alla velocità della luce tramite la sfera cibernetica, con tecniche di spionaggio e di campagne di disinformazione. Sotto questo punto di vista, Taiwan è un early warning system per l’Europa. Molte delle tecniche impiegate da Pechino per interferire negli affari taiwanesi trovano già riscontri nel contesto europeo, ma con livelli di intensità e visibilità differenti; osservarne l’evoluzione nel caso taiwanese consente di anticiparne sviluppi e adattamenti nel nostro spazio strategico. Con questa ipotesi, si potrebbe capire in quale modo l’Italia o l’Europa possano colmare il gap europeo sulle minacce ibride ed evitare che si sottovalutino queste gray-zone operations.
Ad ogni modo, il maggior pericolo per l’Italia sarebbe quello di essere sotto attacco senza esserne a conoscenza.

