Negli anni Ottanta-Novanta del XX secolo l’implosione dell’Unione Sovietica e di conseguenza il crollo dei regimi comunisti nell’Europa orientale determina la fine della guerra fredda – una guerra combattuta con l’uso di armi come la propaganda ideologica e la competizione tra sistemi economici diversi (democrazia, libero mercato e iniziativa privata contrapposti al totalitarismo e all’economia pianificata o di “comando”) – ponendo la necessità di ridefinire gli equilibri e i rapporti di forza tra gli Stati. Per mezzo secolo, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale (1945), il sistema internazionale si era stabilizzato intorno a un relativo equilibrio sulla base di una leadership degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Sovietica che esplicavano la propria egemonia con modalità politiche completamente diverse: attraverso alleanze, più o meno volontarie, la prima, con una vera e propria coercizione di tipo politico-militare la seconda. La vittoria degli Stati Uniti e dei suoi alleati occidentali apre uno scenario nuovo secondo una dimensione internazionale non più governata da un sistema bipolare, mentre vanno emergendo alcune potenze asiatiche come la Cina e l’India. Con qualche fondamento non privo di una certa enfasi, soprattutto negli Stati Uniti, si afferma la teoria secondo cui le liberal-democrazie si sono ormai imposte a livello universale innestando un processo irreversibile di globalizzazione. Tale teoria si basava anche sul convincimento che al diritto internazionale tradizionale si sarebbero aggiunti i diritti umani codificati nel 1948 nella “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. La loro applicazione si era scontrata tuttavia con le diverse interpretazioni operate sia nell’ambito delle democrazie liberali che delle democrazie popolari in merito ai principi su cui si fondava il sistema bipolare: sovranità e non ingerenza nella politica interna ai due blocchi, non ingerenza della politica interna degli Stati esterni ai blocchi in cambio del loro allineamento internazionale, convinzione che la stabilità del sistema internazionale dipendesse dalla conservazione di quello statu quo codificato nelle tre conferenze degli Alleati: a Teheran (novembre 1943), a Jalta (4/11 febbraio 1945) a Potsdam (luglio 1945). Se pure in prima istanza il rispetto dei diritti umani rimane sullo sfondo, le ribellioni interne al blocco comunista – in Germania Est (1953), in Polonia e in Ungheria (1956), a Praga (1968) – mostrano una realtà diversa poiché nei primi due casi l’ordine viene ristabilito con dure repressioni interne, mentre per l’Ungheria e la Cecoslovacchia si era reso necessario l’intervento armato del Patto di Varsavia con la defezione, nel caso cecoslovacco, del leaderromeno Ceauşescu, sostenitore di una propria via nazionale al socialismo. La Jugoslavia di Tito si era distaccata dalla rigida “osservanza” sovietica già dal 1948, ponendosi quasi come secondo riferimento per i comunisti dei Balcani. La guerra di Corea (1950-1953), la crisi di Berlino con la costruzione del muro che divise la città tra Est e Ovest (1961) e la crisi dei missili a Cuba (1962) sul piano internazionale sembrano mettere in seria discussione l’equilibrio bipolare al punto che oltre alle trattative sulle limitazioni degli armamenti – soprattutto nucleari – prende corpo la teoria della “coesistenza pacifica”, a prima vista volta a riaffermare lo statu quo di cui si è detto. Nelle trattative che portano alla Conferenza sulla Sicurezza e sulla Cooperazione in Europa (CSCE), tenutasi a Helsinki a partire dal 1973, viene inserita nei tre “panieri” (e precisamente nel terzo) la “cooperazione nel settore umanitario”. Il primo agosto del 1975, i capi di Stato e di governo si riuniscono nuovamente a Helsinki per la firma dell’atto finale della Conferenza che stabiliva una serie di principi ispiratori dei rapporti tra gi Stati – un vero e proprio decalogo sul rispetto della sovranità e dunque sul non intervento negli affari interni che significava il non ricorso alla forza, di conseguenza la risoluzione pacifica delle controversie, l’inviolabilità e integrità degli Stati e delle eguaglianza dei diritti e l’autodeterminazione dei popoli, il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali inclusa la libertà di pensiero, coscienza, religione, la libera circolazione delle merci, cui si affiancava quella delle persone. In conclusione, gli Stati si impegnavano all’esecuzione degli obblighi previsti dal diritto internazionale. Per gli osservatori più attenti quel trattato rappresentava una vera e propria débâcle per la politica estera sovietica in quanto soprattutto il rispetto dei diritti umani era impensabile in un sistema politico totalitario e per di più avrebbe fornito strumenti politici agli avversari – come poi avvenne da parte degli Stati Uniti con le sanzioni applicate dall’amministrazione Carter – a riprova della crisi profonda di un sistema politico-economico che stava perdendo tutte le sfide, dalla conquista dello spazio all’innovazione tecnologica. L’Unione Sovietica inoltre sarebbe stata costretta ad ampliare la vendita di materie prime di cui era – ed è – ricca per approvvigionarsi sui mercati internazionali, soprattutto per quanto riguarda i beni alimentari. D’altra parte aumentavano in maniera esponenziale i costi del mantenimento della propria sfera di influenza nell’area dell’Europa orientale, anche a fronte di una politica decisamente più aggressiva degli Stati Uniti con l’amministrazione Reagan. Dopo il periodo della così detta “stagnazione” di Brežnev, sostenitore della dottrina della sovranità limitata (che aveva espresso nel suo discorso al V congresso del Partito Operaio Unificato Polacco del 1968) e gli insuccessi in Afghanistan, viene meno anche il prestigio militare sovietico. La grave crisi economica favorisce l’ascesa al potere di Gorbačëv (1985) con la sua ambizione di modificare e ammodernare un sistema politico non riformabile a causa della struttura istituzionale, che vedeva l’esistenza dello Stato dipendere dall’unico partito esistente. È proprio il processo di “liberalizzazione” a mettere in moto le forze centrifughe che determinano la dissoluzione dell’URSS, processo causato dal drammatico deterioramento delle condizioni di vita della popolazione, dalle disfunzioni del sistema economico sovietico, dal corto circuito amministrativo. Il deficit di flessibilità si sovrappose negativamente ad alcuni mutamenti di natura strutturale. Il progresso tecnologico nel campo delle comunicazioni permise a un numero sempre crescente di persone nel mondo di prendere coscienza dell’enorme distanza sia nel godimento dei diritti politici e delle libertà civili, che nelle condizioni materiali di vita, che separavano i cittadini del mondo occidentale da quelli del blocco sovietico. Le disfunzioni dell’economia pianificata, inoltre, avevano reso intollerabili i costi che il suo mantenimento comportava. E non solo per le “periferie” dell’URSS. Anche per il “centro” politico del Paese il peso di un sistema in cui gli Stati satelliti e le altre Repubbliche Socialiste Sovietiche drenavano sempre più risorse era diventato insopportabile. Il 26 dicembre del 1991 l’Unione Sovietica non esiste più e per la Russia, con il governo di El’cin e del suo ministro dell’Economia Gaidar, si apre un processo di trasformazione drammatico al punto che in molti ambienti politici – soprattutto statunitensi – si prevede una sua definitiva scomparsa. L’avvento al potere di Putin nel 2000 ha consentito, con difficoltà, la ricostruzione dello Stato russo con iniziali scelte di politica estera dialoganti e collaborative verso l’Europa e gli Stati Uniti che sono poi alla base del consenso di cui Putin ha goduto diffusamente in patria e all’estero. Ciò nonostante, l’allargamento della NATO ai Paesi dell’Europa orientale (a Gorbačëv era stato garantito “verbalmente” che non sarebbe avvenuto) ha concretamente riproposto la sindrome dell’accerchiamento inducendo la politica estera russa a indirizzarsi verso l’Asia (accordi con la Cina, la Corea del Nord ecc.) nella ferma convinzione di voler conservare il ruolo di grande potenza sullo scenario internazionale. Gli anni che vanno dal 1985 al 1991 segnano dunque un profondo mutamento del sistema internazionale paragonabile a quello prodotto da una “guerra costituente” (guerra dei Trent’anni, guerre napoleoniche, seconda guerra mondiale) in quanto viene riscritto l’ordine internazionale in tutte le sue dimensioni. L’implosione dell’URSS e degli altri Stati del blocco sovietico genera la nascita di nuovi soggetti politici mentre prende forma una concentrazione del potere internazionale – mai registrata prima – con un modello “unipolare” e di “sovranità americana universale”, peraltro già immaginata (ma non dichiarata) dopo la seconda guerra mondiale. A tutto ciò si affianca – tra messianismo e realpolitik – l’idea di una comunità internazionale composta da Stati con regime liberal-democratico. Ne consegue la possibilità di intervento sotto l’egida delle Nazioni Unite nel conflitto in Kuwait (19909-1991) per ripristinarne la sovranità e l’indipendenza nei confronti dell’invasione dell’Iraq senza peraltro prevedere un regime change. Un primo, significativo, mutamento avviene con la guerra in Bosnia-Erzegovina (1992-1995), nel cui ambito viene coniata l’idea di “intervento umanitario”, con la risoluzione dell’ONU n. 836 la quale, di fronte ai ripetuti massacri (Sarajevo, Srebenica), autorizza l’intervento della NATO contro le truppe della Repubblica Serba in Bosnia. La guerra si conclude con gli accordi di Dayton (1995) e consolida negli Stati Uniti la convinzione che alcuni regimi siano fondamentalmente pacifici e rispettosi dei diritti umani (regimi democratici) e altri disinteressati alla sorte delle popolazioni civili (regimi autoritari). L’amministrazione Clinton, di fronte alla “pulizia etnica” messa in atto dalla Serbia in Kosovo (1996-1999) dopo due risoluzioni ONU promuove la missione NATO “Allied Force”, la prima contro uno Stato sovrano. I diritti umani diventano centrali nella formulazione della politica estera statunitense, per cui la stabilità internazionale si realizza modificando e sovvertendo lo status quo ereditato dalla Guerra fredda. Ne consegue la creazione di uno spazio internazionale dove i diritti umani vengano rispettati attuando il regime change per gli Stati refrattari alla democrazia – i così detti “Stati canaglia” (Cuba, Iran, Siria, Corea del Nord, Afghanistan, Iraq, Libia, Sudan). Le conseguenze di una tale impostazione sono facilmente intuibili: in nome dei diritti umani infatti si può intervenire preventivamente annullando di fatto il principio della sovranità nazionale, cioè una delle regole basilari del diritto internazionale. In seguito, l’amministrazione Bush conferma tale impostazione secondo il nuovo schema seguito in Iraq con la missione “Iraqi Freedom” (marzo 2003-dicembre 2011) affermando che i principi del mantenimento della sicurezza internazionale e della difesa dei diritti umani devono essere perseguiti anche in assenza della legittimazione dell’ONU e anche per vie “unilaterali”, al fine di esportare la democrazia. Come sappiamo, tale impostazione della politica internazionale, al tempo stesso messianica e utopistica, ha giustificato una miriade di interventi destinati a vere e proprie operazioni di politica estera volte a garantire forme di egemonia e di “interesse nazionale”. Attraverso tale politica gli Stati Uniti, con qualche fondata ragione, hanno inteso incassare il “dividendo” della vittoria nella Guerra fredda suscitando però la formazione di ampie sacche di resistenza che si sono concretizzate e manifestate attraverso movimenti radicali che di fatto si oppongono alla globalizzazione, al modello unico economico e culturale. Secondo molti analisti, i Paesi europei alleati degli Stati Uniti non acquisiscono alcun vantaggio dalla fine della Guerra fredda se non la realizzazione dell’unità continentale nella prospettiva di un’Europa democratica. L’Unione Europea si orienta, tra concezioni e progetti diversi, verso un allargamento progressivo finalizzato all’ingresso nella comunità dei Paesi ex socialisti, un atto dovuto perché storicamente e culturalmente europei ma anche per evitare che alcuni conflitti di tipo etnico-nazionale (non superati neppure dal così detto internazionalismo socialista/comunista) potessero riproporsi nel cuore dell’Europa. È stata una scelta politica giusta, anche se non accompagnata da un consistente programma di sostegno economico che ha lasciato a quei Paesi l’onere di ripristinare un sistema economico di mercato con l’imprenditoria privata dopo mezzo secolo di economia pianificata e di “comando” che li aveva impoveriti e costretti all’arretratezza. La prospettiva di poter entrare nel mercato comune europeo usufruendo dei benefici che i sistemi liberal-democratici potevano offrire non riuscì comunque a evitare il sanguinoso conflitto (1991-2001) tra i Paesi componenti la Federazione jugoslava. Al conflitto pose termine il deciso intervento degli Stati Uniti nell’ottica della dottrina unipolare di cui si è detto.
L’inerzia della politica europea è poi incomprensibilmente continuata in tutte le crisi che si sono succedute in Iraq, in Iran, in Siria, mentre l’allargamento a Est della NATO (realizzatosi in tempi molto più veloci rispetto all’ingresso nell’UE) verso i confini russi iniziava a mettere in crisi i rapporti con Putin. Spazi di dialogo e cooperazione si erano infatti aperti a partire dal dicembre 1991 con la costituzione del Consiglio di cooperazione dell’Atlantico del Nord (North Atlantic Cooperation Council), poi nel 1994 con l’adesione di Mosca al Partenariato per la Pace (Partnership for Peace), quindi nel 1997 con l’approvazione dell’atto costitutivo sulle relazioni reciproche, la cooperazione e la sicurezza (Nato-Russian Founding Act of Mutual Relation, Cooperation and Security) e la creazione di un Consiglio congiunto permanente (Permanent Joint Council). In conclusione, si riteneva che la cooperazione nel campo della sicurezza internazionale fosse il luogo di incontro di interessi comuni.L’allargamento progressivo della NATO sostenuto dagli Stati Uniti d’America fino a lambire i confini della Russia aveva posto fine a questa fase di collaborazione facendo riemergere nella politica russa – nelle sue varie declinazioni zarista e sovietica – la tradizionale sindrome da “accerchiamento” che finisce per privilegiare i connotati asiatici della variegata composizione etnico-nazionale dell’area storicamente di interesse russo. L’intervento russo nella crisi siriana, per esempio, dimostrava che la nuova dirigenza russa puntava a ricostituire un ruolo e una presenza nella politica internazionale e che dunque non sarebbe rimasta insensibile di fronte a ulteriori allargamenti dell’UE a Paesi, a torto o ragione, considerati ancora come di interesse strategico (vedi la Georgia o l’Ucraina). È proprio in questa “terra di confine” che si sta giocando oggi una delle partite più difficili della politica europea, costretta a fare i conti anche con una sostanziale modifica della politica estera statunitense. Formalmente, la guerra inizia nel 2022 con l’invasione russa, ma il conflitto sul piano politico-diplomatico era iniziato nel 2014, quando con le rivolte di piazza venne rovesciato il governo di Janukovič (febbraio 2014). Ma intanto, in Crimea si facevano più insistenti le manifestazioni filorusse, al punto che il governo di Mosca ne decreta l’annessione, confermata poi da un referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale. Anche in questo caso erano state colpevolmente e superficialmente trascurate alcune scelte della politica estera di Putin, come la lotta al separatismo e il terrorismo in Cecenia dopo il 1999, nonché l’intervento in Georgia nel 2008. La Russia esisteva ancora ed era ben decisa a dimostrarlo al mondo intero. Quando nel 2022 Putin inizia la guerra in Ucraina, L’Europa si allinea alle posizione dell’amministrazione Biden mettendo in atto una politica di sanzioni che danneggiano in primo luogo la propria economia aderendo a una contrapposizione “frontale” con la Russia, mantenuta anche nel presente. L’ascesa alla Casa Bianca di Trump modifica completamente la situazione per il diverso approccio alle questioni internazionali legate al recupero di un ruolo di supremazia politica ed economica degli Stati Uniti. Per raggiungere tali obiettivi, Trump dà luogo a una vera e propria guerra commerciale con l’imposizione – a volte praticata e a volte minacciata – di dazi e a trattative finalizzate alla chiusura dei due maggiori conflitti in atto, quello israelo-palestinese e quello russo-ucraino, ritenuti come i maggiori ostacoli alla riaffermazione del ruolo degli Stati Uniti, che dovranno comunque confrontarsi con le nuove potenze asiatiche come la Cina e l’India. In base a tale prospettiva, la pragmatica politica trumpiana appare allora meno contraddittoria, volta come è a riportare una forma di equilibrio in Medio Oriente che non può prescindere dall’esistenza dello Stato di Israele e a tentare di allentare lo stretto rapporto tra la Russia e la Cina, che hanno siglato un accordo congiunto per una partnership senza limiti e un rapporto di amicizia a partire dalle prime manovre militari congiunte del 2012, un capovolgimento totale della tradizionale ostilità tra quelle due realtà sia in epoca imperiale (Impero Zarista e Impero Cinese) che in epoca comunista. Rispetto alla situazione medio-orientale l’azione di Trump nel conflitto russo-ucraino si è rivelata estremamente più complessa, nonostante l’enfasi attribuita all’incontro in Alaska (agosto 2025) con il leader russo, ben deciso a non perdere i vantaggi conseguiti sul terreno e quindi portatore di richieste decisamente maggiori rispetto a quelle formulate all’inizio del conflitto. Tali difficoltà hanno indotto Trump a modificare velocemente il proprio atteggiamento, tanto che ha stabilito ulteriori sanzioni alla Russia e ha deciso di lasciare ai Paesi europei il compito di provvedere da soli alla soluzione del problema, che inevitabilmente comporta responsabilità e reperimento di risorse per un costoso riarmo.
A fronte di tale realtà complessa, è difficile prevedere i risultati di questa linea politica, mentre in controtendenza crescono i segnali di un nuovo assetto – propugnato dai BRICS – opposto ai modelli liberal-democratici dei paesi occidentali e alla visione unipolare (o bipolare) del sistema internazionale. All’iniziale alleanza tra Brasile, Russia, India e Cina si sono aggiunti il Sudafrica e la Turchia. Nel 2024 (XVI vertice a Kazan presieduto da Putin) si sono aggiunti Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e nel 2025 (XVII vertice a Rio de Janeiro) si registra l’ingresso dell’Indonesia. Una organizzazione dunque che inevitabilmente condizionerà il sistema delle relazioni internazionali future, raccogliendo al suo interno approssimativamente oltre il 40% della popolazione mondiale, il 20% del PIL e circa il 20% del commercio internazionale.

