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Le relazioni Messico-USA fra AMLO, Trump e Biden – Parte I

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Nel corso della presidenza Trump abbiamo assistito ad un forte cambio di paradigma rispetto ad alcuni dei grandi temi globali del millennio. Tra i rapporti più rilevanti per comprendere tale cambio di passo troviamo senza dubbio quelli con il Messico, basti pensare al muro al confine fra i due paesi per bloccare flussi migratori; le questioni economiche con la ridiscussione degli accordi di cooperazione e integrazione economica; il tema dei diritti umani e del valore economico e politico del loro rispetto.  Per comprendere quali siano i possibili scenari futuri con il cambio di presidenza alla Casa Bianca è necessario quindi fare un passo indietro e osservare analogie e differenze, i momenti alti e quelli bassi che hanno contraddistinto i due presidenti populisti del centro-nord America.

Nel corso degli ultimi anni le relazioni politiche ed economiche fra Messico e Stati Uniti hanno vissuto quella che potremmo definire una vera e propria altalena di attriti e grandi risultati per le due amministrazioni. Il presidente messicano Andres Manuel Lopez Obrador (spesso abbreviato in AMLO) durante la campagna elettorale e nel primo anno e mezzo di mandato presidenziale ha condotto una pungente e ferrea critica dialettica nei confronti del suo corrispettivo Donald Trump, mettendo al centro le politiche e retoriche anti-immigrazione volute da quest’ultimo, su tutte la questione legata alla costruzione del muro al confine fra i due paesi, in merito a cui Obrador è più volte intervenuto con toni molto duri. Rispetto alle affermazioni di Trump, con cui il presidente  ribadiva che il Messico avrebbe pagato“in una certa misura” la costruzione del muro al confine con gli Stati Uniti, Obrador ha risposto in modo assertivo: “Il Messico non pagherà mai il muro di Trump”.Il giorno dell’insediamento di Trump, all’epoca nei panni di rampante leader dell’opposizione, Obrador affermò: «di voler difendere la sovranità del Messico, senza prepotenze, senza minacce, in modo responsabile […] se necessario, si andrà alla frontiera per difendere i migranti, per difendere i messicani, non dimenticando che […] il Messico è un paese libero, indipendente, sovrano, non una colonia di un paese straniero». Sulla scia del dibattito relativo al muro Obrador ha persino presentato un reclamo presso l’assemblea generale ONU e alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani riguardo il mancato rispetto dei diritti umani dei migranti messicani e centroamericani da parte degli Stati Uniti a guida Trump. Se questi sono alcuni dei momenti più bassi nell’altalena dei rapporti fra i due presidenti, allo stesso tempo abbiamo visto una curiosa e imprevista vicinanza e affinità nell’incontro svoltosi durante l’estate 2020 alla Casa Bianca. Il primo e al momento unico, a causa del COVID-19, viaggio presidenziale di Obrador si è svolto proprio a Washington in occasione dell’entrata in vigore del nuovo accordo di libero scambio che prenderà il posto del NAFTA (giunto ai suoi 25 anni). L’accordo USMECA (Unite State- Mexico- Canada) rappresenta infatti il momento più alto delle relazioni fra i due paesi da quando Trump è divenuto presidente e ancor di più dall’incarico presidenziale di Obrador.

Nella visione dei due presidenti, tanto distanti quanto vicini, l’USMECA rappresenta un importante risultato in termini di protezione delle proprie imprese e della tutela dei propri lavoratori. Giungere all’accordo però è stato tutt’altro che semplice ed ha richiesto due anni di trattative per un accordo che nei fondamentali rimane estremamente simile al vecchio NAFTA. Tuttavia possiamo ritrovare alcuni importanti accorgimenti relativi a un generale orientamento alla tutela dei mercati nazionali; dei vaghi echi di preservazione del tessuto industriale statunitense; ma soprattutto maggiori tutele per i lavoratori e migliori condizioni di lavoro, volute per lo più dall’ala più a sinistra del partito democratico USA che altrimenti ne avrebbe impedito l’approvazione. Le economie messicana e statunitense sono estremamente interconnesse e interdipendenti e hanno un peso politico determinante che vede il governo messicano, chiunque sia a guidarlo, in una posizione di dipendenza e subalternità nei confronti dei vicini di casa. Una dimostrazione fattiva di questa asimmetria di potere politico è visibile rispetto ad uno degli altri grandi temi che coinvolge i due paesi: il fenomeno migratorio. Il legame fra economia e migrazioni nel nuovo continente è estremamente tangibile e a far emergere ulteriormente la questione sono state le minacce di Trump ad Obrador di imporre pesantissimi dazi sui beni messicani esportati negli US se questi non avesse inasprito le misure di controllo e fermato i flussi migratori verso il più ricco, stabile e sicuro paese del continente.

La minaccia di Trump di imporre dazi fino al 25% nei confronti del Messico che esporta i propri prodotti quasi esclusivamente verso gli Stati Uniti avrebbe danneggiato non solo i Messico e la sua economia ma avrebbe fortemente compromesso anche importanti settori dell’economia statunitense che vivono grazie all’interdipendenza e alla libera circolazione delle merci fra le due economie. Non potremo mai sapere se quello di Trump fosse un Bluff ma di certo Obrador non poteva correre il rischio di vedere collassare la già precaria e stagnante economia messicana. Tuttavia AMLO non si è limitato ad assecondare Trump e ha notevolmente aumentato l’impiego di uomini, mezzi e dispositivi di sorveglianza satellitare presso il confine meridionale con il Guatemala e altri paesi centroamericani da cui provengono la maggioranza delle “carovane” di migranti, profughi e richiedenti protezione con destinazione ultima gli Stati Uniti.

 A differenza di molti paesi il Messico ha sempre adottato la cosi detta politica delle braccia aperte, di cui AMLO è stato un grande sostenitore al punto che agli inizi del mandato promosse una campagna rivolta ai migranti per rimanere in Messico. Questo avvenne proprio mentre gli Stati Uniti approvavano la legge che prevede che i richiedenti asilo, i rifugiati e i migranti di varia natura attendano al di fuori dei propri confini, quindi in Messico, l’esito del processo delle loro richieste.

Durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti la vicinanza fra Trump e Obrador si è ulteriormente rafforzata soprattutto per via delle lusinghe del Tycoon nei confronti di Obrador,  al fine di aumentare il consenso nell’elettorato latino di origine messicana. Queste hanno trovato però corrispondenza con l’iniziale silenzio di Obrador nei confronti dell’elezione di Biden, preferendo attendere che si concludessero le decine di ricorsi presentati da Trump riguardo i presunti brogli elettorali, col rischio di compromettere le relazioni con il nuovo presidente. Per inquadrare i rapporti fra i due paesi, le ragioni della imprevista affinità con Trump nonché i possibili rapporti con la futura amministrazione statunitense è però importante capire anche chi sia e da dove venga Obrador.

Politicamente AMLO nasce nei ranghi del Partito Rivoluzionario Istituzionale che lasciò nel 1988 per unirsi ai dissidenti di Cárdenas e formare il Partito della Rivoluzione Democratica. Nel 2011 fonda il Movimento di Rigenerazione Nazionale, noto con l’acronimo Morena. Dopo anni di lavoro nelle piazze sceglie di guidare una coalizione di centro-sinistra dal nome altisonante,“Junto Haremos Historia” con cui ha vinto le ultime elezioni con il 53,19% dei voti. Alla cerimonia di insediamento ha promesso di lottare contro la corruzione, le diseguaglianze, di ridurre povertà e violenza, incoraggiare l’economia nelle comunità rurali, raddoppiare le pensioni, fornire internet gratuito nelle scuole di tutto il Paese, porre fine alla corruzione e all’impunità. Per avere dalla sua parte il consenso degli industriali e dei settori economici del paese ha promesso di non promuovere riforme fiscali, durante i suoi primi tre anni di mandato, nonostante il Messico sia tra i paesi latini a ottenere meno introiti dalle tasse in relazione al PIL.

Il populismo di AMLO e la forte carica personale del suo discorso politico lo ha reso molto affine al suo corrispettivo statunitense, che seppure di fazione politica opposta rappresenta l’icona più importante del populismo dei giorni nostri. I due inoltre sono accomunati dalla campagna -più retorica che concreta- anti-establishment, dalla lotta alla corruzione e alla casta così come alle degenerazioni della globalizzazione.

Adesso con Biden presidente bisogna capire cosa potrebbe cambiare sia rispetto ai rapporti con AMLO che sui dossier caldi come le migrazioni, lotta alla criminalità, economia. Per fare ciò bisogna osservare da una parte le anime presenti nella compagine di governo del nuovo presidente statunitense e la sua agenda politica. Dall’altra i difficili equilibri da mantenere sia verso l’ala di sinistra più radicale del partito democratico, che verso i più moderati e parte dei repubblicani a cui dovrà garantire una certa agibilità politica per portare avanti la missione di sanare un paese polarizzato da forti tensioni emerse in maniera eclatante con l’assalto a Capitol Hill.

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