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Le relazioni Messico-USA fra AMLO, Trump e Biden – Parte II

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Economia, migrazioni, diritti umani e bilanciamenti necessari fra lotta alla criminalità e principi di indipendenza e non interferenza negli affari di uno stato sovrano. I dossier che mettono alla prova Biden e Obrador.

Una volta osservati gli elementi che hanno determinato le relazioni fra USA e Messico durante la presidenza Trump e il primo anno e mezzo di presidenza Obrador, bisogna quindi osservare se e cosa poterebbe cambiare nei rapporti fra i due paesi con l’elezione di Joe Biden come 46° presidente degli Stati Uniti. Senza dubbio continueranno ad essere centrali temi economici e politici rispetto al delicato dossier migrazioni ma con un netto cambio di rotta che sembra profilarsi all’orizzonte con l’insediamento di Biden. Tornano al centro del dibattito alcuni temi storici e nevralgici come la lotta al narcotraffico e alla criminalità organizzata così come la cooperazione fra Stati Uniti, Messico e altri paesi del centro America. Al tempo stesso si profilano anche nuovi e tesi nodi diplomatici e politici legati alla vicinanza di Obrador verso alcune personalità non certo ben viste negli Stati Uniti. Cosa ci si può aspettare nello sviluppo dei rapporti fra i due paesi e i due cosi diversi presidenti?

Come abbiamo visto il presidente messicano Andrés Obradòr ha adottato un iniziale atteggiamento attendista rispetto allo stabilire contatti con il presidente eletto Joe Biden; nonostante ciò sembra che i rapporti fra i due paesi possano ricominciare con rinnovato slancio ed entusiasmo. A testimonianza di ciò abbiamo da parte messicana la telefonata di congratulazione di AMLO a Biden con le dichiarazioni di entrambi i presidenti che affermano: “l’impegno a lavorare insieme per il benessere dei nostri popoli e delle nostre nazioni”, impegno confermato dal ministro degli esteri messicano che ha sottolineato: “È stata una conversazione cordiale. Ci sarà un’ampia cooperazione bilaterale e un ottimo rapporto tra i presidenti del Messico e degli Stati Uniti. Buone notizie!”. Al tempo stesso il team di Biden ha pubblicato una dichiarazione sulla conversazione telefonica tra i due presidenti, la nota sottolinea che i due leader hanno parlato della necessità di “rivitalizzare la cooperazione tra Stati Uniti e Messico per garantire una migrazione sicura e ordinata”. Tra le questioni affrontate vi sono la necessità di contenere la pandemia, rivitalizzare le economie nordamericane e proteggere i confini. Entrambi i leader hanno convenuto che per “affrontare” le cause delle migrazioni in America centrale e nel Messico meridionale, è necessario “costruire un futuro di maggiori opportunità e sicurezza nella regione”. Per questo hanno parlato di “un nuovo approccio regionale” che offra un’alternativa affinché i migranti “non intraprendano il pericoloso viaggio verso gli Stati Uniti”.

Per quanto riguarda la compagine di governo e l’agenda politica della Casa Bianca possiamo osservare, nei giorni precedenti e immediatamente successivi al giuramento di Biden come 46° presidente degli Stati Uniti, un deciso cambio di direzione rispetto a molti dei temi affrontati dal predecessore come il tema migratorio. Fra i venti ordini esecutivi del presidente ritroviamo diverse misure relative alla questione dei ricongiungimenti familiari per i minori accolti nel paese, l’allargamento della cittadinanza statunitense a circa 11 milioni di immigrati irregolari, la fine delle limitazioni ai viaggi da parte di stranieri provenienti da paesi a maggioranza islamica, l’impegno di concedere permessi di soggiorno e di lavoro a migranti provenienti da paesi colpiti da calamità naturali o teatro di conflitti armati e altrettanto importante è l’intenzione di voler superare i “protocolli per la protezione dei migranti” voluti da Trump e la volontà di bloccare immediatamente i lavori per la costruzione del muro lungo il confine messicano. È importante notare inoltre che, per la prima volta nella storia USA, troviamo un latino americano al dipartimento della sicurezza interna: il sessantunenne di origine Cubana Alejandro Mayorkas. Il fatto che sia un latinoamericano a ricoprire la carica deputata all’attuazione e gestione delle politiche migratorie potrebbe assumere un significato, simbolico e concreto, di forte cambio di rotta riguardo la gestione dei flussi migratori provenienti dai paesi del centro e del sud America, che da sempre e per lo più identificano il passaggio dal Messico come percorso preferenziale per giungere negli USA.

Oltre al tema migratorio, grande importanza riveste la questione della lotta alla criminalità e al narcotraffico. I due temi sono stati spesso strumentalmente affrontati insieme, così come tante delle questioni aperte rispetto ai temi del lavoro e dell’economia. A tal proposito è importante ricordare le affermazioni di Trump che definivano i messicani come “bad guys”, che rubano il lavoro agli americani onesti, che stuprano spacciano e siano tutti criminali. Il tema della lotta alla criminalità e narcotraffico però non è certamente secondario e vede da sempre i due paesi alternare momenti di collaborazione ad altri di forte contrapposizione.

Con Obradòr, che ha sempre fatto dei principi di indipendenza e di non intromissione statunitense negli affari interni al paese un suo grande cavallo di battaglia, la presidenza di Biden potrebbe trovare un terreno spinoso su cui tessere delle proficue relazioni bilaterali. A dimostrazione di ciò troviamo due episodi recentissimi che ci mostrano una possibile evoluzione dei rapporti sul tema: l’arresto prima e il rilascio poi dell’ex-generale messicano Salvador Cienfuegos e l’approvazione di una legge che limita le attività di indagine degli agenti statunitensi impiegati in Messico. Cienfuegos era stato posto agli arresti durante una vacanza negli USA con l’accusa di narcotraffico e di partecipazione con importanti e gravi implicazioni alle attività di uno dei cartelli messicani noto con il nome di H-2. L’arresto di Cienfuegos ha creato attrito fra i due paesi. Nonostante Obrador fosse inizialmente un accanito oppositore dell’impiego dell’esercito nella lotta alla criminalità organizzata e al narcotraffico, una volta divenuto presidente ha fatto sempre più ricorso agli apparati militari, in alcuni casi anche più dei suoi predecessori, arrivando persino ad istituire un nuovo corpo militare dedicato a tale scopo e nominando Cienfuegos come sottosegretario. L’arresto del generale, nonché ex ministro, e sottosegretario ha quindi creato un grande imbarazzo per Obrador riguardo la capacità sua e del suo governo di affrontare con serietà e fermezza il tema del contrasto al narcotraffico e delle attività criminali, compresa la corruzione. Il governo messicano ha perseguito però la strada di un pressing estenuante rispetto alla legittimità dell’arresto da parte dei procuratori statunitensi riuscendo infine a ottenere il rilascio di Cienfuegos. I procuratori statunitensi, amareggiati, hanno dichiarato insieme ad alti esponenti della Drug Enforcement Administration (DEA) che non avevano mai assistito ad una vicenda così insolita, sostenendo che le ragioni del rilascio erano del tutto imputabili a ragioni di politica estera che avrebbero avuto prevalenza rispetto all’oggetto delle indagini e del processo. Ciò nonostante i procuratori fornirono alle autorità messicane quanto emerso dal loro lavoro e per tutta risposta gli atti sono stati resi pubblici dal governo di AMLO tacciandoli come prove circostanziali (non utili per il via a procedere ad un processo secondo la legislazione messicana) e come elementi “consapevolmente o inconsapevolmente falsati” dal lavoro degli inquirenti. Il governo messicano appare quindi non propriamente collaborativo e cooperativo con il ricco e potente vicino di casa del nord ma cerca comunque di mantenere vivo un principio, a torto o ragione, di autonomia inalienabile e di ostacolo agli interventismi esteri rispetto agli affari e questioni interne ai confini messicani.

Non è solo la questione Cienfuegos, seppur di grande importanza rispetto al tema della cooperazione fra i due paesi sulle urgenti e necessarie attività a contrasto della criminalità organizzata, a rendere spinose le relazioni estere fra USA e Messico. Infatti, nonostante Joe Biden si sia appena insediato, AMLO non ha tardato e rinunciato a mostrare alcune posizioni che suscitano grande malcontento nelle stanze del potere statunitense dichiarandosi disponibile ad accogliere e fornire asilo politico a Julian Assange, fondatore di Wikileaks e protagonista della pubblicazione di documenti governativi rilevanti per cui si è guadagnato l’accusa di spionaggio da parte degli Stati Uniti. Assange di recente è stato sottoposto a processo nel Regno Unito, con esito negativo rispetto alla richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, dopo essere stato arrestato presso l’ambasciata boliviana, unico paese che ha garantito asilo al cronista. Alcuni osservatori ritengono che questa disponibilità di Amlo ad accogliere Assange sia collegata alla questione dell’arresto di Cienfuegos e che rappresenti una sorta di rappresaglia rispetto alla posizione scomoda in cui è stato messo il governo messicano rispetto al tema della lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione.

In conclusione possiamo dire che da una prospettiva economica la situazione sia ottimale, grazie al nuovo trattato USMECA, che sembra suscitare un consenso che unisce Obrador all’ala più radicale del partito democratico e a buona parte dei repubblicani (in quanto forse il più importante risultato in politica estera di Trump insieme agli accordi di ABRAMO). Ciò sembra possa porre delle basi positive per le relazioni economiche e politiche fra i due paesi ulteriormente rinvigorite dalla dissoluzione delle politiche anti-immigrazione del Tycoon fra cui il blocco della costruzione del muro al confine messicano, accompagnato dall’annuncio di una stagione di interventi di cooperazione e investimenti nei paesi di partenza dei flussi migratori. Le basi positive per i futuri rapporti fra i due paesi vengono però controbilanciate da elementi spinosi come la questione della cooperazione fra USA e Messico sul tema della lotta alla criminalità organizzata e al narcotraffico, sia rispetto all’atteggiamento del governo messicano, riguardo l’arresto di Cienfuegos, sia rispetto all’approvazione delle nuove leggi che limitano le attività degli agenti Statunitensi in Messico impegnati in attività anti criminali. Altro tema che potrebbe incidere negativamente sui futuri rapporti fra i due paesi è quindi la questione delle sponde politiche che il Messico sembra poter offrire, più o meno strumentalmente, a Julian Assange rendendosi disponibile a fornirgli asilo. Gli sviluppi sono quindi incerti e di sicuro la strada per la definizione di rapporti stabili fra i due paesi sembra su una via tortuosa e non certo in discesa. Di certo però c’è che un rinnovato slancio in termini di investimenti economici e politici da parte degli Stati Uniti a guida Biden nei confronti dei paesi del centro e sud America, potrebbe garantire un risvolto positivo rispetto al paese che incarna la porta del mondo latino americano. Ciò potrebbe incidere positivamente così come un clima più disteso e dialogante incarnato dal governo Biden più disponibile ad accogliere le preoccupazioni e le questioni che dal Messico e da tutto il centro  sud America spingono verso nord.

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