Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
22/07/2024
Medio Oriente e Nord Africa

“Leggere Massoud a Teheran”: come cambia l’Iran di Pezeshkian 

di Luca Mercuri

Nonostante le roventi temperature estive e i bombardamenti senza sosta sulla Striscia di Gaza, il vento del cambiamento sembra soffiare sul Medio Oriente. L’elezione del candidato riformista Massoud Pezeshkian in Iran ha ridato speranza a chi auspicava un mutamento sia a livello regionale che globale. Tuttavia, la solidità del potere centrale e l’inviolabilità del parere della Guida Suprema potrebbero deludere i più entusiasti suggerendo uno scenario gattopardiano. 

Nonostante le roventi temperature estive e i bombardamenti senza sosta sulla Striscia di Gaza, il vento del cambiamento sembra soffiare sul Medio Oriente. L’elezione del candidato riformista Massoud Pezeshkian in Iran ha ridato speranza a chi auspicava un mutamento sia a livello regionale che globale. Tuttavia, la solidità del potere centrale e l’inviolabilità del parere della Guida Suprema potrebbero deludere i più entusiasti suggerendo uno scenario gattopardiano

Il trionfo dei riformisti

Sebbene l’avessero previsto numerosi analisti, il risultato delle elezioni iraniane non era affatto scontato. Il trionfo di Massoud Pezeshkian, cardiochirurgo e deputato del Partito Riformista, confermerebbe il desiderio di cambiamento espresso più volte dalle piazze in Iran, spesso facendo i conti con una dura repressione da parte delle autorità e della componente più oltranzista del Velayat-e Faqih (letteralmente “tutela del giurisperito”, termine coniato dall’imam Khomeini per designare il regime teocratico da lui instaurato). Malgrado il boicottaggio indetto dalle opposizioni in esilio, l’affluenza alle urne ha sfiorato il 50%, raccogliendo circa 30 milioni di voti, di cui 17 per il neo-Presidente. Già ministro della Sanità sotto il governo riformista di Mohammad Khatami (dal 1997 al 2005), Pezeshkian ha sconfitto il candidato conservatore Said Jalili, veterano della guerra contro l’Iraq (in cui perse l’uso della gamba destra) e molto vicino alla Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Le elezioni, tenutesi in maniera straordinaria in seguito alla morte del Presidente Ebrahim Raisi in un incidente aereo avvenuto il 19 maggio scorso, sanciscono la tradizionale alternanza fra conservatori e riformisti, ma occorre tenere a mente due fattori cruciali che potrebbero considerarsi l’ago della bilancia: la protesta di massa delle donne iraniane contrarie all’obbligo del hijab (tradizionale velo islamico che copre il capo lasciando scoperto l’ovale del viso) e la crescente tensione con Israele (iniziata nel 1979, ma che ha raggiunto l’apice nel periodo che va dal 7 ottobre 2023 a oggi).

La stabilità della Repubblica Islamica fra veli e turbanti

Sul fronte interno, la Repubblica Islamica ha vissuto (e in parte vive tuttora) una delle più gravi crisi di sempre; il 13 settembre 2022, la giovane curdo-iraniana Mahsa Amini, fu arrestata dall’influente polizia religiosa (Basij), con l’accusa di aver trasgredito la legge sull’obbligo del velo. Tre giorni più tardi, la ragazza morì all’ospedale Kasra di Teheran, dove era stata ricoverata appena un paio d’ore dopo il suo arresto. La dichiarazione ufficiale delle autorità iraniane parlò di un malore accusato dalla giovane durante l’interrogatorio, ma attivisti e associazioni per i diritti umani denunciarono sevizie e maltrattamenti da parte della forza paramilitare. Nei giorni successivi, migliaia di persone scesero in strada per manifestare il proprio dissenso e numerose donne sfidarono la legge con atti di disobbedienza civile (presentandosi pubblicamente a capo scoperto). Sull’onda delle proteste, nacque addirittura un movimento spontaneo di giovani che si facevano immortalare in alcuni video in cui prendevano di mira degli ayatollah colpendo il loro turbante per farlo cadere a terra. La risposta del governo fu, naturalmente, una dura repressione: il numero delle vittime civili e militari stimato dalle Nazioni Unite si aggirerebbe intorno ai 300 morti (200 secondo i media statali e oltre 500 per la ONG Iran Human Rights, con sede a Oslo). Malgrado il crescente coinvolgimento popolare nelle proteste e le pressioni del mondo occidentale (con un inasprimento delle sanzioni americane ed europee), il Presidente Raisi non ha mai accennato a un cambio di rotta e la polizia morale ha continuato il proprio lavoro senza intralci. La vicenda di Mahsa Amini riporta al precedente di Neda Agha Soltan, la studentessa ventiseienne di Teheran uccisa da un miliziano Basij durante le proteste del 2009 contro la rielezione dell’allora presidente ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad, accusato di brogli dal rivale moderato sconfitto Mir Hossein Mousavi. La morte di Neda fu un catalizzatore di quella che è stata definita la “rivoluzione verde”, dal colore scelto da Mousavi per la propria campagna elettorale e che, a sua volta, venne ripreso dai manifestanti scesi in piazza per sostenerlo. Nonostante la mobilitazione senza precedenti (in cui internet ha giocato un ruolo fondamentale, come per le “primavere arabe” di pochi anni più tardi), gli appelli del mondo occidentale e il sostegno di una parte significativa dell’establishment iraniano (dall’ex presidente riformista Mohammad Khatami ai teologi “liberali” Mehdi Karrubi e Hossein Ali Montazeri), il “movimento verde” si arrestò di fronte alle ondate repressive del governo (sostenuto dalla Guida Suprema) e i suoi leader vennero posti agli arresti domiciliari. Appare evidente, dunque, che il consenso intorno alla Guida Suprema e al complesso sistema politico postrivoluzionario sia ben saldo e capace di far fronte alle minacce sia interne che esterne. 

Una diplomazia complessa

Sul fronte esteri, non si può ignorare il coinvolgimento iraniano nel recente conflitto a Gaza fra Israele e Hamas. Sin dall’inizio, fonti israeliane hanno puntato il dito contro Teheran accusando gli Ayatollah di aver pianificato l’attacco terroristico del 7 ottobre fornendo supporto logistico ai miliziani di Hamas tramite il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, meglio noti come Pasdaran (il corpo paramilitare impegnato anche all’estero per curare gli interessi iraniani). Del resto, l’Iran postrivoluzionario ha sempre avuto un legame solido con la resistenza palestinese e, in tempi più recenti, ha saputo sfruttare la sua vocazione panislamista divenendo il principale alleato di Hamas insieme al Qatar e alla Turchia (scalzando, di fatto, l’Arabia Saudita e il mondo arabo-sunnita opposto alla Fratellanza Musulmana). Tuttavia, la longa manus di Teheran ha continuato a operare anche dopo il 7 ottobre: come reazione alla campagna militare intrapresa dal governo israeliano e alla conseguente invasione della Striscia, il gruppo armato degli Houthi, la forza ribelle yemenita di tradizione sciita che controlla la capitale Sana’a, ha tenuto in scacco il mondo per qualche settimana dopo aver di fatto chiuso lo Stretto di Bab al-Mandab (snodo cruciale del Mar Rosso) al traffico mercantile dei Paesi amici di Israele. Non solo: anche l’influente milizia sciita libanese Hezbollah, per bocca del suo leader Hassan Nasrallah, ha minacciato di aprire un nuovo fronte di guerra al nord di Israele, arrivando persino a lanciare dei razzi in Galilea. Ma ciò che ha tenuto la regione e il mondo con il fiato sospeso è stato certamente l’attacco iraniano del 18 aprile scorso, quando sono piovuti missili e droni in territorio israeliano come risposta al raid di Tel Aviv di pochi giorni prima contro il consolato della Repubblica Islamica a Damasco. La delicata reazione di Israele, limitandosi a replicare quanto fatto da Teheran senza causare gravi danni (in entrambi i casi sono stati intercettati la quasi totalità dei droni e dei missili), non sembra aver dato inizio ad una nuova guerra.

A tal proposito, si inserisce l’incidente aereo in cui il Presidente Raisi e il Ministro degli Esteri Abdollahian hanno perso la vita, a distanza di un mese circa. Di ritorno da una visita ufficiale in Azerbaijan per l’inaugurazione di una diga al confine fra i due Paesi, l’elicottero presidenziale è precipitato in circostanze piuttosto opache: nonostante le condizioni climatiche avverse, non sono mancate speculazioni su un presunto omicidio del Capo di Stato. Per l’ex ministro degli Esteri Javad Zarif, gli Stati Uniti sarebbero stati i responsabili della morte del presidente, in quanto le sanzioni imposte da Washington avrebbero colpito gravemente l’industria dell’aviazione civile iraniana. Curiosamente, nessuno ha incriminato l’arcinemico israeliano, nonostante siano state numerose le operazioni condotte dal Mossad per eliminare figure di spicco del regime iraniano (specialmente legate al programma nucleare). Un’altra ipotesi all’apparenza paradossale, potrebbe essere quella dell’inside job, ovvero di un’operazione condotta dall’interno per cercare di riabilitare l’immagine del Paese favorendo l’elezione di un Presidente di stampo moderato. Non va, comunque, dimenticato che Raisi era favorito dalla Guida Suprema (come la gran parte dei conservatori), ma particolarmente inviso a una vasta componente della società civile iraniana, tanto da aver ricevuto il macabro appellativo di “macellaio di Teheran”, per via delle numerose sentenze di morte da lui emesse quando era un magistrato.

Diverso appare il giudizio del neo-Presidente Pezeshkian, il quale ha promesso di limitare l’azione repressiva della polizia religiosa, seppur non abbia mai messo in discussione la legge sul velo obbligatorio. Per quanto concerne l’isolamento internazionale, il presidente eletto ha dichiarato di voler “tendere la mano dell’amicizia a tutti”, con un chiaro riferimento agli Stati Uniti (specialmente in vista delle imminenti elezioni oltreoceano che potrebbero favorire i repubblicani), ma anche all’Arabia Saudita, il cui principe ereditario Muhammad bin Salman è stato fra i primi a inviare i propri messaggi di congratulazioni insieme al residente russo Vladimir Putin e il presidente cinese Xi Jinping (i due principali alleati extraregionali di Teheran). Una delle priorità del nuovo Presidente sarà sicuramente la ripresa degli accordi sul nucleare, siglati nel 2015, ma incrinati dall’uscita unilaterale dell’allora presidente USA Donald Trump nel 2018 (il quale si appresta a tornare alla Casa Bianca). Ciononostante, a rimanere invariata è la posizione di forte ostilità nei confronti dello Stato ebraico.

Gli Autori