Capi di Stato e di governo di 45 Paesi europei si ritrovano in Spagna: dal summit della Comunità Politica Europea alla riunione informale dei leader UE, numerosi dossier sul tavolo e diverse sfide critiche da affrontare. Un bilancio dei due giorni di incontri.
La città spagnola di Granada è stata teatro della terza riunione della Comunità Politica Europea (CPE), il forum nato nel 2022 per riunire la quasi totalità dei Paesi collocati geograficamente nel Vecchio Continente. Escluse fin dal principio la Russia e la Bielorussia, confermata l’assenza della Turchia e saltata la presenza dell’Azerbaijan, 45 capi di Stato e di governo si sono riuniti per affrontare le numerose, e importanti, questioni che caratterizzano l’attualità europea. Scopo della CPE, fondata lo scorso anno su iniziativa del Presidente francese Emmanuel Macron, è da un lato favorire il dialogo politico e la cooperazione su questioni di interesse comune, dall’altro rafforzare la sicurezza, la stabilità e la prosperità del continente. Scarsamente istituzionalizzata e più informale, la maggiore “agilità” rispetto a consessi definiti da regole e procedure consolidate è un tratto caratteristico della CPE, così come la sua capacità di coinvolgere Paesi non inseriti nel quadro istituzionale euroatlantico e persino, è il caso del Kosovo, ancora non diplomaticamente riconosciuti da tutti gli Stati partecipanti.
Ha poi avuto luogo, sempre a Granada, una riunione informale dei Capi di Stato e di governo dell’UE, dove sono state affrontate le questioni riguardanti più specificamente il contesto comunitario.
Focus sulle periferie del continente
Tra i partecipanti al summit della CPE vi è stato Volodymyr Zelensky. Le preoccupazioni del Presidente ucraino hanno inevitabilmente riguardato sia il lungo periodo, con la prospettiva di un avvicinamento all’UE che Kyiv intende realizzare, sia il breve termine, con la necessità di ottenere un supporto al fine di potenziare le capacità di difesa aerea dell’Ucraina. Un’esigenza rivelatasi drammaticamente attuale di fronte ai fatti, accaduti proprio a ridosso delle riunioni, di Kharkiv e di Hroza, oggetto di letali bombardamenti da parte della Russia. Ciò in un contesto reso più incerto dalle dinamiche di Washington, dove il supporto militare all’Ucraina è stato oggetto delle trame politiche interne al Congresso, così come dalla recente affermazione elettorale di Robert Fico in Slovacchia, con le conseguenti incognite sulla futura postura di Bratislava di fronte al conflitto. Quanto alle future tappe di Kyiv nell’integrazione europea, non si registrano per il momento novità significative.
Particolarmente attesa è stata poi la presenza del Primo ministro armeno Nikol Pashinyan, dopo gli avvenimenti che nei giorni scorsi hanno riguardato la regione contesa del Nagorno-Karabakh. Pashinyan ha incontrato la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e ha partecipato a un meeting con il Presidente del Consiglio Charles Michel, il Cancelliere tedesco Olaf Scholz e il Presidente francese Macron. Dagli incontri è emersa la volontà di rafforzare le relazioni tra UE e Armenia, di agire per affrontare i problemi umanitari derivanti dall’emigrazione massiccia dal Nagorno-Karabakh e di favorire una normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Azerbaigian. Michel, in questo contesto, ha invitato sia lo stesso Pashinyan sia il Presidente azero Ilham Aliyev a una riunione da tenersi a Bruxelles nel corso del mese di ottobre. Lo stesso Aliyev, tuttavia, è stato assente a Granada, ritenendo che il summit sarebbe stato caratterizzato da un’atmosfera ostile nei suoi riguardi. Ciò, in particolare, alla luce della presenza dei rappresentanti francesi, accusati di mantenere una linea filo-armena, soprattutto dopo la visita a Yerevan della Ministra degli esteri Catherine Colonna, dichiaratasi favorevole a fornire risorse militari all’Armenia.
È giunta a Granada anche la Presidente del Kosovo Vjosa Osmani, un fatto interessante alla luce del fatto che la Spagna è tra quei Paesi che ancora non hanno riconosciuto diplomaticamente l’indipedenza di Pristina. La Osmani, in questo contesto, ha incontrato il Primo ministro spagnolo Sanchez; ma, soprattutto, convincere i suoi interlocutori europei ad attuare dei provvedimenti nei riguardi della Serbia dopo l’attentato che, il 24 settembre scorso, ha provocato la morte di un poliziotto nel Kosovo settentrionale. La prospettiva di sanzioni nei confronti di Belgrado, tuttavia, è stata bocciata dal Primo ministro ungherese Orban, il quale ha bollato la proposta come “ridicola e impossibile”.
Stallo sulla questione migranti
Lo stesso Orban si è scagliato in modo ugualmente duro contro l’accordo raggiunto in sede UE sulla riforma dell’asilo e, in particolare, sul regolamento della gestione delle crisi, trovando sostegno nel Primo ministro polacco Mateusz Morawiecki. Polonia e Ungheria, infatti, hanno posto il veto sulla parte della dichiarazione finale dei leader UE che avrebbe dovuto riguardare le migrazioni. Su questo punto, dunque, si registrano ancora forti difficoltà a compiere significativi passi in avanti, con Budapest e Varsavia ferme nelle loro posizioni, in un contesto in cui il fenomeno migratorio coinvolge, oltre al Mediterraneo, anche l’Europa centrale dove i vicini della Slovacchia reintroducono temporaneamente controlli alla frontiera.
I leader UE, tuttavia, hanno ribadito la necessità di un approccio di ampio respiro alla questione migratoria. Ursula von der Leyen, infatti, ha affermato la volontà di attuare un “comprehensive approach”, da attuarsi anche attraverso investimenti nei Paesi di partenza e transito, e della necessità di compiere progressi sul tema dei corridoi umanitari e delle vie legali agli spostamenti, lottando allo stesso tempo contro i trafficanti di esseri umani e contrastando il ruolo di questi ultimi nell’ambito del fenomeno migratorio.
Le priorità in agenda
Come testimoniato dalla finale dichiarazione di Granada, l’UE ha colto l’occasione per ribadire gli obiettivi dell’azione di Bruxelles in un contesto che, nel corso degli ultimi anni, ha posto sfide di notevole portata: la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico, il supporto all’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, un rafforzamento sul fronte della difesa sviluppando la base tecnologica e industriale, un accrescimento della competitività dell’UE e un impegno con gli altri attori del mondo al fine di preservare l’ordine internazionale basato sulle regole e favorendo l’equità nell’ambito del multilateralismo.
Una parte del comunicato tocca il tema dell’allargamento, definito come “un investimento geo-strategico nella pace, nella sicurezza, nella stabilità e nella prosperità”, da attuarsi tuttavia in base a criteri “meritocratici” in base ai progressi compiuti dai Paesi candidati e aspiranti a entrare nell’UE.
Una questione, quella dell’allargamento, la cui attualità, e complessità, è stata confermata dalle vicende in corso nei quadranti periferici dal continente europeo, dai Balcani al Caucaso passando per l’Ucraina. Indipendentemente dal successo, e dalle tempistiche, del percorso di avvicinamento all’Unione dei singoli Paesi, le dinamiche in corso impongono alla diplomazia e ai decisori politici un compito particolarmente impegnativo; il forum della CPE, pur con le sue caratteristiche particolari, ha costituito un’occasione per riunire la quasi totalità degli attori interessati, nonché di affrontare i temi che continueranno a caratterizzare le vicende internazionali ai margini del continente.

