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28/10/2024
Medio Oriente e Nord Africa

Israele e Hezbollah: ben più che una “resa dei conti” tra rivali

di Eddy Sanfilippo

18 anni fa il governo israeliano guidato dal centrista Ehud Olmert decise di intraprendere una campagna militare nel sud del Libano allo scopo di eliminare la minaccia di Hezbollah che già allora flagellava il suo confine settentrionale penetrando per circa 30 km in territorio libanese. Il conflitto si concluse in poco più di un mese con un cessate il fuoco mediato dall’ONU, il ritiro delle truppe israeliane e un contingente militare delle Nazioni Unite (l’Unifil) tuttora presente. L’invasione di terra iniziata lo scorso 1 Ottobre da Benjamin Netanyahu si inserisce in un contesto geopolitico assai diverso, rievocando echi di un passato piu’ remoto e drammatico e lasciando presagire esiti assai foschi ed gravidi di conseguenze per l’intera regione.

18 anni fa il governo israeliano guidato dal centrista Ehud Olmert decise di intraprendere una campagna militare nel sud del Libano allo scopo di eliminare la minaccia di Hezbollah che già allora flagellava il suo confine settentrionale penetrando per circa 30 km in territorio libanese. Il conflitto si concluse in  poco più di un mese con un cessate il fuoco mediato dall’ONU, il ritiro delle truppe israeliane e un contingente militare delle Nazioni Unite (l’Unifil) tuttora presente. L’invasione di terra iniziata lo scorso 1 Ottobre da Benjamin Netanyahu si inserisce in un contesto geopolitico assai diverso, rievocando echi di un passato più remoto e drammatico e lasciando presagire esiti assai foschi ed gravidi di conseguenze per l’intera regione.

A un primo, veloce sguardo gli eventi cui assistiamo in questi giorni in Medio Oriente paiono suggerire una riedizione della Guerra dell’estate del 2006, quando Israele tornò a invadere il sud del Libano come risposta ai lanci di razzi di Hezbollah. E in effetti, gli annunci militari, la dinamica degli eventi e la recrudescenza degli scontri potrebbe legittimare una tale lettura. Tuttavia l’esperienza storica sembra altresì restituire l’eco di eventi più lontani nel tempo, riportando l’attuale fase di conflitto tra Israele e Hezbollah alla prima invasione israeliana del Libano, iniziata nell’estate dell’82 e conclusasi con la fuga dell’OLP di Arafat a Tunisi.

Certo, le contingenze storico-politiche reclamano le loro peculiarità e ciò che oggi appare come l’esito drammatico di un anno di conflitto tra Israele e il cosiddetto “Asse della Resistenza” (Hamas, Hezbollah, gli Houti yemeniti, tutti appoggiati dall’Iran di Khamenei) sembrerebbe a primo acchito assai diverso dallo scenario geo-politico di oltre 40 anni fa. 

Eppure…

Negli ultimi mesi il “Partito di Dio” si è trovato invischiato in un dilemma di performance, per cui l’intraprendenza di Hamas da un lato e la riluttanza di Teheran dall’altro a lasciarsi coinvolgere in un conflitto regionale di vasta scala, l’hanno spinto ad assumere posizioni vieppiù audaci pur di dimostrare di non esser da meno degli altri “resistenti” nell’arrecare danni al “nemico sionista”. Un gioco pericoloso che, come pure hanno dimostrato i recenti attacchi ad alta tecnologia perpetrati da Tel Aviv ai danni dei suoi miliziani, Hezbollah non è in grado di controllare con i mezzi di cui dispone. I bombardamenti israeliani delle settimane precedenti che hanno ucciso Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, hanno infine ribadito, se ancora fosse necessario, la preponderanza militare israeliana nella regione. 

La decisione assunta da Netanyahu e dai vertici militari israeliani di decapitare la struttura militare sciita  era stata originariamente presentata come atta ad evitare un’invasione di terra del sud del Libano, così come auspicato dal governo USA e dalla Comunità internazionale nel corso della recente UNGA. Invasione che però si è puntualmente realizzata nella notte di lunedì 30 settembre, attraverso quelli che il Capo di Stato Maggiore dell’esercito Herzi Halevi ha definito “attacchi terrestri limitati, localizzati e mirati”. Tuttavia, cosi come accadde nel corso del primo conflitto in Libano, Beirut non è (mai) stata immune dai raid israeliani né altri siti in tutto il Paese, provocando un’ondata di profughi che secondo le autorità sanitarie libanesi ha coinvolto oltre 100 mila persone. 

Nel 1982, un ambizioso Ariel Sharon (Ministro della Difesa di Israele ai tempi) non si limitò alle decisioni del governo -guidato da Begin- di invadere solo una limitata fascia di territorio oltre la zona d’armistizio israelo-libanese, ma decidesse di penetrare fino a Beirut allo scopo di “stanare”  i miliziani dell’OLP ed Arafat stesso. Secondo alcuni osservatori (Shlaim, 2003) il progetto del governo Begin andava molto otre una limitata operazione militare: il reale obiettivo strategico sarebbe stato ridisegnare il perimetro politico del medio Oriente, partendo proprio dal Paese dei Cedri: Israele intendeva appoggiare il governo maronita di Bashir Gemayel, mantenere un proprio controllo sino al fiume Litani (uno dei confini biblici del Regno di Israele, cui i governi del Likud erano-e in parte rimangono- pur con diverse sfumature- affezionati), eliminare Arafat e il suo movimento dai confini diretti dello stato ebraico e marginalizzare la presenza della Siria in Libano. Di tale ambizioso disegno solo la cacciata di Arafat e la presenza israeliana (fino al 2000) nel sud del Libano si sono in parte realizzate, ma al prezzo di sostituire la minaccia dell’OLP con quella di Hezbollah. 

Oggi Israele si trova sotto certi aspetti in una posizione simile a quella del 1982 a partire dal forte radicamento a destra del suo governo. Lo stesso Netanyahu è araldo della politica “revisionista “di Jabotinsky (sionista di prima della fondazione dello Stato che professava uno Stato ebraico militarizzato e oltranzista, fautore della politica del “muro di ferro”) e come l’allora Sharon, non ha mai demorso dall’ alzare la posta contro i nemici dello stato, nella convinzione che il logoramento sia oggi la nuova deterrenza. In questo senso, il governo di Israele ha dichiarato di non sentirsi limitato né da costrizioni spaziali né tantomeno dal diritto internazionale. Da qui gli attacchi a Teheran, a Damasco o in Yemen. E ovviamente il Libano.

Netanyahu sa quanto precaria sia la posizione del “Partito di Dio”, specie vis-a-vis il suo sponsor iraniano. Per quanto Hezbollah rappresenti ancora uno stato nello stato e si ponga come un erogatore effettivo di servizi socio-assistenziali, il suo equilibrio nel già traballante assetto istituzionale e politico del Paese comincia a vacillare. Ampi strati della popolazione vedono nelle milizie sciite la reale causa dei mali che affliggono il Paese e il fatto di essere trascinata in un conflitto regionale non fa che accrescere il malcelato malcontento nei confronti del Partito di Dio.

E’ in tale frangente che Israele intravvede la possibilità di saldare i conti (ironicamente è proprio questa l’espressione utilizzata dal premier israeliano dopo aver “liquidato” Nasrallah) e ipotizzare di sradicare Hezbollah (se non alla base, almeno il suo vertice) dal Paese dei Cedri, così come fece nel 1982 con l’OLP che ripiegò a Tunisi. 

Certo, oggi l’Iran di Khamenei non è la Tunisia di Bourguiba, e se l’allora panarabismo socialisteggiante riusciva in qualche modo a lenire il trambusto provocato a Tunisi da un ospite tanto scomodo, lo stesso non si può dire di una solidarietà sciita solo in apparenza conclamata.  L’equilibrio politico di Teheran è oggi molto più labile di quanto le dichiarazioni ufficiali non lascino intendere, e il nervo scoperto del regime degli Ayatollah è tutto nelle divergenze degli apparati di sicurezza, tra Pasdaran, le milizie basiji e l’esercito regolare. D’altronde, le enormi spese per rimpinguare gli armamenti dell’“Asse della Resistenza” sono continuamente frustrate dai successi di Israele che potrebbe approfittare di tale impasse per colpire direttamente il nemico iraniano con un colpo da cui militarmente, ma soprattutto politicamente, difficilmente riuscirebbe a rialzarsi. 

Non stupisce quindi che l’ultima cosa che Khamenei auspichi sia l’accoglienza di un’ulteriore milizia all’interno del suo territorio, col rischio di diventare una volta di più bersaglio delle incursioni israeliane. Un’eventualità che Netanyahu conosce bene e che forse l’ha indotto ad accelerare nell’avanzata libanese.  Che Hezbollah subisca uno scacco in patria o che venga costretto a “sloggiare”, l’obiettivo di Netanyahu è in ultimo, -e soprattutto- logorare il nemico iraniano. Nel dilemma se continuare a finanziare i suoi proxies in una guerra che sa di non poter vincere o cominciare un graduale disimpegno che ne tradirebbe il ruolo guida (specie di fronte al mondo sciita), Teheran si trova in un’impasse politico e strategico suscettibile scompaginare i consueti assetti geo-politici. In tale scenario, l’invasione di terra di parte del Libano si configurerebbe allo stesso tempo causa e effetto di tale ridimensionamento, spianando la strada per Tel Aviv di realizzare almeno uno degli obiettivi (eliminare il nemico dal fronte nord) che si era posto con la prima invasione del Libano del 1982. 

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