Nelle ultime settimane, la Banca Centrale libica è al centro delle dispute di potere tra i molteplici players interni che dominano l’intricato mosaico politico e militare libico, per la distribuzione delle risorse del Paese. La paralisi della principale istituzione finanziaria della Libia, nonché custode dei proventi della produzione di gas e petrolio, rischia di condurre ad un’escalation politico-militare, che comprometterebbe il precario status quo raggiunto nel 2020. Scenario che intensificherebbe l’instabilità politica e securitaria della regione, già alle prese con il conflitto tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. Inoltre, indebolirebbe ulteriormente il fianco Sud della Nato, con conseguenze rilevanti per l’Italia; data l’importanza strategica del Paese nordafricano per il dossier migratorio, la sicurezza energetica, oltre ad essere un tassello fondamentale per il Piano Mattei.
Un decennio di frammentazione politico-militare: chi controlla la Libia?
A partire dalla caduta del regime del colonnello Muammar Gheddafi nel 2011, la Libia è alle prese con un complesso processo di State building, che si scontra con un coacervo di interessi politici, economici e militari di molteplici players interni, regionali e internazionali. Semplificando il complesso quadro libico, emergono due coalizioni rivali che si contendono il controllo del Paese: ad Ovest è presente il Governo di Unità Nazionale di Tripoli (GUN), riconosciuto dalle Nazioni Unite, attualmente è presieduto dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, coadiuvato dall’Alto Consiglio di Stato con a capo Khaled al-Mishri, rieletto recentemente e promotore del dialogo con l’Est rispetto al suo predecessore Mohammed Takala, apertamente vicino a Dbeibah, e il Consiglio Presidenziale guidato da Mohammed Al-Menfi, che nonostante gli ultimi eventi, si tratta di un organo super partes. Mentre, ad Est, la Cirenaica è de jure sotto l’autorità della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, guidata da Aguila Saleh e dal Governo di Stabilità Nazionale (GSN) di Osama Hamad, ma de facto sotto il controllo del generale Khalifa Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico (ENL). Dopo un decennio di conflittualità aperta e di volatilità politico-militare tra le due fazioni, nel 2020 è stato raggiunto un fragile accordo di cessate il fuoco. Nonostante l’assenza di ostilità militari, lo scontro politico è mutato in un’intensa competizione per il controllo delle risorse petrolifere del Paese. Alcuni incerti passi verso un consolidamento del precario ordine politico bicefalo hanno coinvolto le due istituzioni principali garanti dello status quo che governa la Libia: la National Oil Corporation (NOC), ossia la compagnia petrolifera nazionale e la Banca Centrale libica (BCL). Nel luglio del 2022 è stata raggiunta un’intesa tra Dbeibah e Haftar, mediata dagli Emirati Arabi Uniti, sulla nomina di Farhat Bengdara a direttore della NOC. Inoltre, nell’agosto del 2023 è stata completata la riunificazione della Banca centrale. Quest’ultima è protagonista dei recenti sviluppi politici.
Dallo stallo ad un ritorno alla conflittualità aperta?
I primi segnali dell’attuale crisi in Libia sono emersi il 9 agosto, quando le truppe del generale Haftar si sono mobilitate nelle aree meridionali e occidentali del Paese, destando le preoccupazioni dell’Algeria e della Tunisia. Oltretutto, il Governo di Unità Nazionale di Tripoli ha elevato lo stato di allerta delle proprie forze. La tensione tra le due coalizioni si è ulteriormente elevata con l’impasse della Banca Centrale libica per la successione alla sua leadership. Lo scorso 19 agosto, il governatore della BCL, Sadiq al-Kabir, è stato sostituito da Mohamed Al-Shukri, per decreto del Consiglio Presidenziale, probabilmente su pressione di Dbeibah. Le radici di questi attriti risalgono al febbraio di quest’anno, quando Kabir aveva pubblicato una lettera destinata a Dbeibah, nella quale sollecitava un budget finanziario unitario per contrastare quelle che definiva come “spese parallele provenienti da fonti ignote”, criticando di fatto l’operato del Governo di Tripoli. Il primo ministro tripolino ha replicato accusando il governatore della BCL di corruzione. Recentemente, Kabir stava coltivando un riavvicinamento alla coalizione dell’Est del Paese, in particolare con Aguila Saleh, speaker della Camera dei Rappresentanti, dunque con Khalifa Haftar, generale del ENL. L’evento che ha condotto all’attuale blocco è stata l’approvazione unilaterale, in luglio, da parte della Camera dei Rappresentanti di Tobruk di un imponente budget finanziario. Mossa interpretata da Tripoli come il segnale di una potenziale alleanza tra Kabir e il GSN, che per Dbeibah costituirebbe una minaccia, poiché ostacolerebbe l’erogazione di fondi e di stipendi per il mantenimento della sua fitta rete clientelare.
Il ruolo della Banca Centrale libica nella stabilità del Paese
La Banca Centrale libica gioca un ruolo cruciale nella stabilità politica ed economica della Libia, in quanto nell’ultimo decennio, assieme alla NOC, è stato un ponte tra l’Ovest e l’Est. La ripartizione dei proventi del petrolio è al centro della disputa tra le due coalizioni politico-militari. Pertanto la BCL, che gestisce i consistenti fondi petroliferi e gli stipendi governativi, è fondamentale per la sopravvivenza delle due fazioni e delle loro reti patronali e annesse milizie affiliate. L’attuale situazione di impasse dell’istituto ha avuto delle ripercussioni anche sull’industria energetica libica, principale motore economico del Paese, in quanto la vendita di idrocarburi costituisce il 98% delle entrate statali. In effetti, in risposta alla destituzione di Kabir, attualmente in autoesilio in Turchia, Osama Hamad, presidente del GSU, ha annunciato il blocco della produzione e dell’esportazione di petrolio e gas dai giacimenti della Cirenaica, presidiati da Haftar. Nelle scorse settimane, secondo dati dell’istituto Kepler, l’export di petrolio è sceso dell’81%. La Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), guidata dalla statunitense Stephanie Koury, ha invitato le parti a negoziare un accordo sulla nuova governance della Banca Centrale. Nonostante ciò, le consultazioni si sono rivelate fallimentari e persiste il presidio militare dei gruppi armati di Dbeibah alla sede della BCL. È evidente come il perdurare della crisi abbia effetti sui mercati internazionali e risvegli le preoccupazioni degli attori regionali e internazionali.
Una nuova sfida per la stabilità regionale?
Nell’intricato puzzle libico si scontrano gli interessi di attori regionali e internazionali che tradizionalmente sostengono le fazioni politiche interne e le loro milizie armate, oltre al perseguimento di propri obiettivi strategici. I players esterni maggiormente rilevanti sono gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Russia, che sostengono Haftar, la Turchia e il Qatar promotori del Governo tripolino. L’attuale contesto libico costituisce un importante test per il recente riavvicinamento diplomatico tra Egitto e Turchia, fondamentale per la sicurezza regionale, fortemente compromessa dal conflitto tra Israele e Hamas. La questione della Libia è stata tra i dossier discussi tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, e il suo omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi, il 4 settembre ad Ankara. Nei giorni seguenti, il Capo dell’Intelligence turca Ibrahim Kalin si è recato a Tripoli per incontrare Dbeibah e discutere dei recenti sviluppi della crisi libica. Il comune interesse di Turchia ed Egitto ad assicurare la stabilità economica della Libia potrebbe incentivare la cooperazione e orientarli nel complesso contesto politico e securitario libico. Tuttavia, la situazione permane complessa ed incerta e la possibilità di un sostanziale mutamento un miraggio. Anche la Russia monitora con attenzione quanto sta accadendo, poiché la Libia, data la sua strategica posizione geografica, rappresenta un hub cruciale per Mosca. La penetrazione russa si manifesta tramite gli Africa Corps (ex-Wagner), alleati di Haftar, la cui attività destabilizza il Sahel. Il ritorno di una conflittualità aperta porrà delle imponenti sfide per la sponda Sud del Mediterraneo, indebolendo i porosi i confini meridionali della NATO.
Quali sono le implicazioni per Roma?
La Libia è un partner strategico per la tutela degli interessi nazionali dell’Italia, dalla gestione dei flussi migratori provenienti dall’Africa Subsahariana alla sicurezza energetica, dati i notevoli rapporti energetici tra i due Paesi. Nel gennaio 2023, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in visita a Tripoli, ha presenziato alla stipula di “uno storico accordo” da 8 miliardi di dollari tra ENI e la NOC, per lo sviluppo di un progetto per il rifornimento di gas offshore. Inoltre, la Libia è un tassello fondamentale per il rilancio di una strategia italiana in Africa, a partire dal Piano Mattei, come ribadito dal Presidente Meloni lo scorso maggio in un nuovo viaggio nel Paese magrebino. Le iniziative evidenziano la necessità di Roma di una nuova policy per la Libia, per creare nuove opportunità di cooperazione e promuovere un processo di pace nel medio-lungo periodo, ma una nuova instabilità infrangerebbe tali aspirazioni.In conclusione, come evidenziato da Jonathan M. Winer, ex Inviato speciale degli Stati Uniti per la Libia, vi è un chiaro rischio che il blocco della Banca Centrale conduca ad un collasso economico-finanziario, che potrebbe evolvere dal punto di vista politico-securitario. L’attuale crisi è il segnale del permanere di profonde divergenze, che rendono improbabile la futura riunificazione nazionale.

