Le proteste, sia nella parte occidentale che orientale della Libia, nascono dal malcontento popolare dovuto alla mancanza di acqua e di elettricità, ma sono indirizzate anche contro il blocco petrolifero imposto da Haftar lo scorso gennaio. A Tripoli, prima l’allontanamento di Bashaga, per la cattiva gestione dei disordini in strada e la successiva riammissione, poi le dimissioni annunciate da al-Serraj, hanno minato quella “stabilità politica” che sembrava differenziare il Gna dal nemico orientale. In Cirenaica, invece, le proteste hanno costretto alle dimissioni al-Thani e stanno accentuando la rivalità tra il fronte militare, guidato da Haftar, e quello politico, rappresentato da Saleh.
In Libia nelle ultime settimane sta emergendo un “nuovo” fenomeno che potrebbe aumentare l’instabilità del paese nordafricano nel breve periodo ma che, contemporaneamente, potrebbe accelerare i processi di pace fra le due fazioni rivali e costringerli a raggiungere un accordo quanto prima possibile. Questo nuovo processo ha come protagonista il popolo libico e il suo malcontento generale che lo ha portato a scendere in strada in tutte le principali città del Paese. Le proteste sono indirizzate alle élite di entrambi i governi: da una parte, il Governo di Accordo Nazionale (Gna) e, dall’altra, il governo di Tobruk. Le persone chiedono un nuovo governo che sia in grado di gestire questo paese stanco e ormai allo stremo, vittima di una guerra tra diverse fazioni che dura dal 2011, anno della caduta di Moammar Gheddafi.
Il cessate il fuoco raggiunto e dichiarato ad agosto da Fayez al-Serraj e Aguila Sahel ha, per il momento, oscurato quel senso di guerra permanente che aleggiava da anni sull’ex colonia italiana e ha dato speranza al rilancio di un nuovo processo politico che possa raggiungere quella stabilità che manca ormai da troppo tempo ai libici.
Nonostante il piano proposto dalle Nazioni Unite e firmato dai leader politici della Libia occidentale ed orientale, che prevede la smilitarizzazione della zona intorno alla città di Sirte, l’espulsione di mercenari stranieri e la creazione di un meccanismo di polizia congiunto, alcuni attori stranieri continuano ad inviare armi in Libia, violando quell’embargo che oggi può essere definito un vero fallimento: da un lato, la Turchia che sostiene il Gna di al-Serraj e, dall’altro, gli Emirati Arabi Uniti che continuano a solleticare la voglia di azione militare di un Khalifa Haftar che sembra aver perso quella spinta iniziale e quel sostegno da parte di alcune potenze internazionali, Francia ed Egitto su tutte, ma che non sembra intenzionato a mollare la presa.
Le proteste hanno carattere principalmente di natura socioeconomica: continui blackout elettrici, carenza idrica, inflazione, ecc., ma la crisi economica è stata aggravata anche dal blocco, che va avanti da gennaio, della maggior parte degli impianti petroliferi imposto dall’Lna di Haftar.
Le manifestazioni arrivano in un momento di relativa pace tra le due fazione – anche se molte sono le denunce del Gna per continue violazione del cessate il fuoco da parte dei militari leali ad Haftar – che sono ferme intorno alla linea rossa stabilita lungo l’asse Sirte-Al-Jufra. Questo rallentamento dell’escalation militare, in un contesto in cui il processo politico sembra impantanato, ha reso ancora più insopportabile le condizioni di vita della popolazione.
Il dissenso popolare in questo momento sembra sollevarsi oltre le solite dispute Tripoli/Bengasi ed Est/Ovest, ma ha come obiettivo la corruzione politica generale; ad oggi parrebbe difficile che il movimento possa diventare un’entità unica in grado di muoversi autonomamente, anche per le manipolazioni e/o infiltrazioni cui è soggetto.
Gli avvenimenti a Tripoli qualche settimana fa ne sono un triste esempio. Il sollevamento popolare è stato immediatamente usato per risolvere alcuni dissidi presenti all’interno delle fazioni leali al Gna: su tutte la rivalità – ormai nota – tra al-Serraj e il misuratino, ministro degli Interni, Fathi Bashaga, prima rimosso dal suo incarico per una cattiva gestione dell’ordine pubblico e poi riammesso in seguito alle proteste arrivate da Misurata. Intanto, le dimissioni entro la fine di ottobre annunciate in diretta televisiva da al-Serraj sembrano essere progettate per aprire la strada a una nuova fase di riconciliazione tra le due fazioni in guerra, in cui anche Haftar sembra essere destinato a farsi da parte.
Stesso scenario in Cirenaica, dove le proteste a Bengasi, Tobruk, Al-Bayda e Al-Marj fanno da sfondo a quella lotta intestina tra Haftar e il presidente del Parlamento di Tobruk Saleh, sempre più attivo diplomaticamente nei salotti dei leader internazionali. Il fallimento militare dell’uomo forte della Cirenaica pare abbia avuto come conseguenza la perdita di fiducia di quelle tribù e milizie che lo sostenevano fino a qualche mese fa e che sembrano abbiano indirizzato il loro supporto allo stesso Saleh. Molti vedono le dimissioni del governo ad interim guidato da Abdullah al-Thani, affiliato al Parlamento, come un tentativo di calmare la situazione e allentare la tensione, ma esiste anche il rischio di una presa di posizione forte da parte dell’esercito, visto il sostegno di buona parte dei manifestanti in favore dell’establishment militare e contro quello politico accusato di essere corrotto. Molti di questi libici che appoggiano l’apparato militare non credono che negoziati come quello di Bouznika e Montreux possano raggiungere una soluzione in grado di porre fine alla sofferenza popolare, ma ritengono che lo scopo di queste iniziative politiche sia solo quello di avviare una nuova fase con il riciclo delle solite figure politiche.
L’energia delle attuali proteste popolari, caratteristica fino ad oggi mancata all’azione delle Nazioni Unite e a quella di alcuni Paesi occidentali, offre l’opportunità di neutralizzare ed estromettere quegli attori esogeni che minano il processo di pace e che hanno come unico obiettivo la tutela dei propri interessi presenti e/o futuri in quel territorio così ricco di risorse energetiche e con una posizione strategica nel Mediterraneo. Le rivolte dovrebbero aiutare la comunità internazionale a coinvolgere direttamente i leader politici locali delle zone chiavi del paese e i leader delle principali tribù e delle comunità che hanno sostenuto chi il governo di Tripoli chi quello della Cirenaica. Proprio il coinvolgimento degli “attori interni” libici solleva il problema del controllo sull’intero territorio suddiviso tra una miriade di milizie e reti politiche associate che impedisce di arrivare a una soluzione politica che possa fare contenti tutte le parti interessate. Problema che, in fin dei conti, è la causa del conflitto.
Mario Savina,
Geopolitica.info

